Gli unici milioni veri, in pia
Il modernariato della balla. Il comunismo, le toghe rosse, lo spionaggio, lo Stato di polizia, il regime delle sinistre, l’oppressione fiscale di Prodi, l’Amore che vince sull’odio. Mancava solo l’eroe Mangano. Mai un guizzo, una trovata, uno slogan che funzionasse. Sul palco, quello sì affollatissimo all’inverosimile, età media settant’anni, un grande sferragliare di dentiere, cateteri e cinti erniari, oltre a smodati quantitativi di silicone e botox ben oltre i limiti fissati dall’Unione europea. Tant’è che i pochi candidati sotto i 50 vengono presentati dall’attempato gagà brianzolo come “ragazzi”. A un certo punto riesuma addirittura il discorso della discesa in campo del ‘94 (“Amer ica’, facce Tarzan!”), omettendo ovviamente le frasi contro la prima Repubblica e in difesa di Mani Pulite: “La vecchia classe politica è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L’autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema del finanziamento illegale dei partiti, lascia il Paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio a una nuova Repubblica ”.
Parole che stonerebbero accanto ai cori contro Di Pietro, Santoro, toghe rosse e altri bersagli dell’odio del Partito dell’Amore. Poi la gag del Contratto con gli italiani, stavolta recitato dai tredici aspiranti governatori presenti (Zaia, l’unico normale, non c’era ), per via della mancanza della scrivania di ciliegio e del suo custode Bruno Vespa, rimasto negli studi deserti di Porta a Porta a rodersi il fegato per il black out preelettorale proprio mentre ci lascia Pietrino Vanacore. Le domande alla folla “Volete voi…?” sono copiate dal Duce, che almeno le piazze riusciva a riempirle e non pensò mai all’inno “Meno male che Benito c’è”. Poi “i miracoli di Ber tolaso”: tre applausi. Il piano casa: due. Il crollo di furti e rapine: sguardi interrogativi. “L’amico Cota che in Piemonte collegherà l’Atlantico al Pacifico”: occhi smarriti. I “400 mafiosi arrestati”, tranne quelli rifugiati in Parlamento e al governo, che si toccano sul palco. L’unico sussulto è quando arriva Bossi. Al Tappone, sempre spiritoso, dice “noi moderati”. Poi l’Umber to pronuncia una frase da leader dell’opposizione, che infatti non è mai venuta in mente a uno del Pd: “Sono uno dei pochi che non ha mai chiesto una lira a Berlusconi”. Gelo sul palco, freddo polare in piazza. Bossi tenta ancora di spiegare il misterioso concetto di “famiglia trasversale”.
Che alluda al triangolo Silvio-Veronica-Patrizia? Meglio non approfondire. Lo portano via. La gente comincia a sfollare. L’anziano guitto tenta di trattenerla con la zampata del teleimbonitore (“Ai primi cinque che chiamano per la batteria di pentole, ci mettiamo su tre padelle antiaderenti!”), improvvisata sul momento: “Nei prossimi tre anni vogliamo anche vincere il cancro”. Verrà abolito con un decreto interpretativo: basterà chiamarlo varicella. Perché l’Amore vince sempre, ma ogni tanto pareggia
Fonte: Il Fatto Quotidiano del 21 marzo, in edicola
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