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Milano, Palermo e le stragi Ma le novità vengono dai pm di Firenze

ROMA — Quando gli è stato chiesto di commentare le ultime affermazioni di Sil­vio Berlusconi sui magistrati che «pagati dal pubblico complottano contro di noi», tornando a indagare sulle stragi mafiose del ’92 e ’93, il procuratore nazionale anti­mafia Piero Grasso ha risposto col suo sorriso
pacato: «Penso che non siano mal spe­si i soldi dei cittadini quando si cerca di tro­vare la verità». Parlava alla video-chat del Corriere.it , il superprocuratore, che ha ag­giunto: «Non si può pensare che tutto sia immutabile perché c’è stata una sentenza definitiva o una prima archiviazione, in passato».

Piero Grasso non è mai stato additato co­me «toga schierata», o pubblico ministero «politicizzato»; anzi, quando guidava la Procura di Palermo ha ricevuto accuse di segno opposto. Oggi, però, si schiera a dife­sa delle indagini riaperte: «Il vezzo di grida­re al complotto è un modo per cercare di far comprendere che è soltanto una stru­mentalizzazione politica, cosa che escludo totalmente». Il superprocuratore conosce i nuovi elementi emersi dalle inchieste tutto­ra in corso, sa che cosa c’è da accertare e in quali direzioni. A cominciare dall’indagine dei magistrati di Firenze, competenti per le stragi del 1993 sul continente, che hanno interrogato a lungo il neopentito di mafia Gaspare Spatuzza, «uomo d’onore» vicinis­simo ai fratelli «stragisti» Filippo e Giusep­pe Graviano. E’ da lì emergono le principa­li novità.

Spatuzza ha parlato anche delle stragi pa­lermitane del ’92 — in particolare quella di via D’Amelio, dove furono uccisi Paolo Bor­sellino e gli agenti di scorta — coi pubblici ministeri di Caltanissetta, oltre che dei lega­mi e degli affari del clan Graviano di cui si occupa la Procura di Milano (i due capima­fia furono arrestati in quella città, nel 1994). Infine coi magistrati di Palermo, per alcuni omicidi e altri attività delle cosche. Immaginare che ci siano «teoremi» comuni tra questi uffici giudiziari (Berlusconi ha ci­tato, nello specifico, Palermo e Milano) o ac­cordi di qualche tipo per raggiungere un obiettivo comune, sembra davvero un az­zardo. Non fosse altro perché i magistrati dei diversi uffici hanno mostrato in passato di lavorare con metodi diversi, e perché nel­le riunioni di coordinamento svoltesi alla Direzione nazionale antimafia hanno espresso pareri e considerazioni differenti e a volte molto distanti tra loro.

Quanto alle dichiarazioni di Spatuzza, non sono tanto i due uffici citati dal pre­mier, quanto quelli di Firenze e Caltanis­setta a cercare riscontri. Non a caso è sta­ta la Procura toscana a chiedere il pro­gramma di protezione per il collaborato­re di giustizia, che evidentemente ha of­ferto apprezzabili «elementi di novità» sulle bombe del ’93 e sulle strategie mafio­se di quella stagione. I magistrati di Calta­nissetta si sono accodati, ma sottolinean­do — per esempio — che sui cosiddetti «mandanti esterni» a Cosa Nostra nelle stragi siciliane l’ex braccio destro dei Gra­viano avrebbe fatto dichiarazioni «troppo generiche e non in grado di fornire utili sviluppi alle indagini».

Un motivo in più per dubitare del presun­to disegno comune alle varie Procure. I pm di Caltanissetta considerano invece credibi­li le nuove verità del neopentito sulla strage di via D’Amelio, che portano a conclusioni diverse da quelle raggiunte nei processi sul coinvolgimento dei mandanti mafiosi. Logi­co, dunque, che abbiano riaperto l’inchiesta e s’interroghino sul perché altri pentiti dis­sero cose diverse e portarono a conclusioni che oggi appaiono sbagliate.

Sono vicende distinte ma evidentemen­te collegate con quelle sulle «trattative» tra Stato e mafia nel periodo delle stragi, di cui parla Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito. Lui è un imputa­to- testimone che ha parlato e parla soprat­tutto con le Procure di Palermo e Caltanis­setta. La prossima settimana i giudici della Corte d’appello palermitana decideranno se ascoltarlo o meno nel processo contro il senatore del Popolo della libertà Marcello Dell’Utri, già condannato a nove anni di car­cere, in primo grado, per concorso in asso­ciazione mafiosa. Al contrario dei loro colle­ghi siciliani, gli inquirenti di Firenze e Mila­no non hanno mai ritenuto di interrogare Massimo Ciancimino, forse anche per valu­tazioni diverse sulla sua attendibilità e utili­tà; un altro particolare che fa ritenere poco credibile l’idea di un’unica trama dietro le diverse indagini che agitano nuovamente i rapporti tra politica e magistratura.

Fonte: Corriere.it


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