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VENEZIA - Imprenditori e tanti politici. Una raffica di arresti clamorosi. Il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, del centrosinistra, è finito in manette con le accusa di finanziamento illecito relativa alla sua campagna elettorale per le comunali del 2010. L'inchiesta è quella della Procura di Venezia sugli appalti per il Mose e sull'ex ad della Mantovani Giorgio Baita, già colpito da un provvedimento di custodia cautelare lo scorso febbraio. In manette anche l'assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso, di Forza Italia.
Le persone finite in manette sono in tutto 35, mentre sono un altro centinaio gli indagati. Tra gli arrestati anche il consigliere regionale del Pd Giampiero Marchese, gli imprenditori Franco Morbiolo e Roberto Meneguzzo nonchè il generale in pensione Emilio Spaziante. La GdF ha sequestrato beni per un valore di circa 40 milioni di euro.
Coinvolto Galan. E una richiesta di arresto è stata formulata per il senatore di Forza Italia Giancarlo Galan. Trattandosi di un deputato, gli atti dovranno essere trasmessi alla Camera dei deputati. Galan è coinvolto per il periodo in cui è stato presidente della Regione Veneto, dal 2005 al 2010.
La posizione del sindaco Orsoni. La Guardia di Finanza sta ancora portando avanti controlli sul territorio in Veneto, Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna con oltre 300 uomini. Secondo i legali del sindaco Orsoni "le circostanze contestate nel provvedimento notificato paiono poco credibili, gli si attribuiscono condotte non compatibili con il suo ruolo ed il suo stile di vita. "La difesa del professore Orsoni esprime preoccupazione per l'iniziativa assunta e confida in un tempestivo chiarimento della posizione dello stesso sul piano umano, professionale e istituzionale", si legge in una nota degli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo. Nell'ambito dell'inchiesta sono stati perquisiti negli uffici del sindaco di Venezia e dell'assessore regionale Chisso.
inchiesta. Gli arresti partono da una inchiesta della Guardia di finanza di Venezia avviata circa tre anni fa. I pm Stefano Ancillotto, Stefano Buccini e Paola Tonino (Dda) avevano scoperto che l'ex manager della Mantovani Giorgio Baita, con il beneplacito del proprio braccio destro Nicolò Buson, aveva distratto dei fondi relativi al Mose, le opere di salvaguardia per Venezia, in una serie di fondi neri all'estero. Il denaro, secondo l'accusa, veniva portato da Claudia Minutillo, imprenditrice ed ex segretaria personale di Galan, a San Marino dove i soldi venivano riciclati da William Colombelli grazie alla propria azienda finanziaria Bmc.
Appalti e partiti. Le Fiamme gialle avevano scoperto che almeno 20 milioni di euro, così occultati, erano finiti in conti esteri d'oltre confine e che, probabilmente, erano indirizzati alla politica, circostanza che ha fatto scattare l'operazione di questa mattina all'alba. Secondo la ricostruzione degli inquirenti il gruppo avrebbe creato, attraverso un giro di fatture false, fondi neri indirizzati poi su conti esteri, che sarebbero serviti, almeno in parte, per finanziare politici e partiti, di ogni schieramento, durante le campagne elettorali.
Dopo questa prima fase, lo stesso pool, coordinato dalla Finanza, aveva portato in carcere Giovanni Mazzacurati ai vertici del Consorzio Venezia Nuova (Cvn). Mazzacurati, poi finito ai domiciliari, era stato definito "il grande burattinaio" di tutte le opere relative al Mose.
Indagando su di lui erano spuntate fatture false e presunte bustarelle che hanno portato all'arresto di Pio Savioli e Federico Sutto, rispettivamente consigliere e dipendente di Cvn, e quattro imprenditori che si spartivano i lavori milionari.
Il Mose. Il Mose (Modulo Sperimentale Elettromeccanico) è un'opera di ingegneria idraulica pensata negli anni '80 per difendere Venezia e la sua laguna dal fenomeno dell'acqua alta e specialmente da quelle superiori ai 110 centimetri. Il costo complessivo dell'opera è di 5493 milioni di euro e lo stato di avanzamento dei lavori è pari all'87% e. Nel mese di ottobre, serviva ancora un miliardo di
Le persone finite in manette sono in tutto 35, mentre sono un altro centinaio gli indagati. Tra gli arrestati anche il consigliere regionale del Pd Giampiero Marchese, gli imprenditori Franco Morbiolo e Roberto Meneguzzo nonchè il generale in pensione Emilio Spaziante. La GdF ha sequestrato beni per un valore di circa 40 milioni di euro.
Coinvolto Galan. E una richiesta di arresto è stata formulata per il senatore di Forza Italia Giancarlo Galan. Trattandosi di un deputato, gli atti dovranno essere trasmessi alla Camera dei deputati. Galan è coinvolto per il periodo in cui è stato presidente della Regione Veneto, dal 2005 al 2010.
La posizione del sindaco Orsoni. La Guardia di Finanza sta ancora portando avanti controlli sul territorio in Veneto, Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna con oltre 300 uomini. Secondo i legali del sindaco Orsoni "le circostanze contestate nel provvedimento notificato paiono poco credibili, gli si attribuiscono condotte non compatibili con il suo ruolo ed il suo stile di vita. "La difesa del professore Orsoni esprime preoccupazione per l'iniziativa assunta e confida in un tempestivo chiarimento della posizione dello stesso sul piano umano, professionale e istituzionale", si legge in una nota degli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo. Nell'ambito dell'inchiesta sono stati perquisiti negli uffici del sindaco di Venezia e dell'assessore regionale Chisso.
inchiesta. Gli arresti partono da una inchiesta della Guardia di finanza di Venezia avviata circa tre anni fa. I pm Stefano Ancillotto, Stefano Buccini e Paola Tonino (Dda) avevano scoperto che l'ex manager della Mantovani Giorgio Baita, con il beneplacito del proprio braccio destro Nicolò Buson, aveva distratto dei fondi relativi al Mose, le opere di salvaguardia per Venezia, in una serie di fondi neri all'estero. Il denaro, secondo l'accusa, veniva portato da Claudia Minutillo, imprenditrice ed ex segretaria personale di Galan, a San Marino dove i soldi venivano riciclati da William Colombelli grazie alla propria azienda finanziaria Bmc.
Appalti e partiti. Le Fiamme gialle avevano scoperto che almeno 20 milioni di euro, così occultati, erano finiti in conti esteri d'oltre confine e che, probabilmente, erano indirizzati alla politica, circostanza che ha fatto scattare l'operazione di questa mattina all'alba. Secondo la ricostruzione degli inquirenti il gruppo avrebbe creato, attraverso un giro di fatture false, fondi neri indirizzati poi su conti esteri, che sarebbero serviti, almeno in parte, per finanziare politici e partiti, di ogni schieramento, durante le campagne elettorali.
Dopo questa prima fase, lo stesso pool, coordinato dalla Finanza, aveva portato in carcere Giovanni Mazzacurati ai vertici del Consorzio Venezia Nuova (Cvn). Mazzacurati, poi finito ai domiciliari, era stato definito "il grande burattinaio" di tutte le opere relative al Mose.
Indagando su di lui erano spuntate fatture false e presunte bustarelle che hanno portato all'arresto di Pio Savioli e Federico Sutto, rispettivamente consigliere e dipendente di Cvn, e quattro imprenditori che si spartivano i lavori milionari.
Il Mose. Il Mose (Modulo Sperimentale Elettromeccanico) è un'opera di ingegneria idraulica pensata negli anni '80 per difendere Venezia e la sua laguna dal fenomeno dell'acqua alta e specialmente da quelle superiori ai 110 centimetri. Il costo complessivo dell'opera è di 5493 milioni di euro e lo stato di avanzamento dei lavori è pari all'87% e. Nel mese di ottobre, serviva ancora un miliardo di
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Antitrust, si indaga sui viaggi online. Istruttoria su Expedia e Booking
Viaggi online sotto indagini. L‘Antritrust, infatti, ha avviato un’istruttoria nei confronti di Booking ed Expedia, i due servizi di prenotazione viaggi online. L’oggetto delle indagini sarebbe la violazione delle norme della concorrenza, che avrebbe ostacolato la possibilità per i consumatori di trovare offerte e condizioni di viaggio migliori attraverso altre agenzie di prenotazione online o attraverso i siti web degli alberghi.
La decisione dell’Autorità, presieduta da Giovanni Pitruzzella, è stata presa dopo una segnalazione fatta da Federalberghi. L’istruttoria dovrà concludersi entro il 30 luglio 2015; come si legge nella nota pubblicata, sono finite sotto indagini “le clausole previste da Booking ed Expedia che vincolano le strutture ricettive a non offrire i propri servizi alberghieri a prezzi e condizioni migliori tramite altre agenzie di prenotazione online, e in generale, tramite qualsiasi altro canale di prenotazione “.
Secondo l’Antitrust, infatti, “l’utilizzo di queste clausole da parte delle due principali piattaforme presenti sul mercato potrebbe limitare significativamente la concorrenza sia sulle commissioni richieste alle strutture ricettive che sui prezzi dei servizi alberghieri, a danno dei consumatori finali”.
La polemica era stata sollevata nel marzo scorso da Federalberghi, che aveva attaccato i due siti di prenotazione online perché impedivano alle strutture alberghiere di abbassare i prezzi a causa di una specifica clausola, la cosiddetta “parity rate”, che non permetterebbe agli hotel di pubblicizzare offerte più vantaggiose di quelle che si trovano sulle grandi piattaforme di prenotazione. Un intermediario ingombrante, come dichiarava già qualche mese fa Alessandro Nucara, direttore generale di Federalberghi, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: “E’ come se tra l’albergatore e il cliente si frapponga sempre il portiere e imponga ad entrambi il prezzo che vuole lui senza che le due parti possano svincolarsi”, per questo chiedeva l’annullamento delle “clausole vessatorie che i portali di prenotazione impongono agli hotel e assoggettando le imprese a un regime di commissioni sempre più gravoso”.
La decisione dell’Autorità, presieduta da Giovanni Pitruzzella, è stata presa dopo una segnalazione fatta da Federalberghi. L’istruttoria dovrà concludersi entro il 30 luglio 2015; come si legge nella nota pubblicata, sono finite sotto indagini “le clausole previste da Booking ed Expedia che vincolano le strutture ricettive a non offrire i propri servizi alberghieri a prezzi e condizioni migliori tramite altre agenzie di prenotazione online, e in generale, tramite qualsiasi altro canale di prenotazione “.
Secondo l’Antitrust, infatti, “l’utilizzo di queste clausole da parte delle due principali piattaforme presenti sul mercato potrebbe limitare significativamente la concorrenza sia sulle commissioni richieste alle strutture ricettive che sui prezzi dei servizi alberghieri, a danno dei consumatori finali”.
La polemica era stata sollevata nel marzo scorso da Federalberghi, che aveva attaccato i due siti di prenotazione online perché impedivano alle strutture alberghiere di abbassare i prezzi a causa di una specifica clausola, la cosiddetta “parity rate”, che non permetterebbe agli hotel di pubblicizzare offerte più vantaggiose di quelle che si trovano sulle grandi piattaforme di prenotazione. Un intermediario ingombrante, come dichiarava già qualche mese fa Alessandro Nucara, direttore generale di Federalberghi, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: “E’ come se tra l’albergatore e il cliente si frapponga sempre il portiere e imponga ad entrambi il prezzo che vuole lui senza che le due parti possano svincolarsi”, per questo chiedeva l’annullamento delle “clausole vessatorie che i portali di prenotazione impongono agli hotel e assoggettando le imprese a un regime di commissioni sempre più gravoso”.
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Il bonus da 80 euro anche per cassintegrati e disoccupati
MILANO - Anche i cassintegrati, i disoccupati che percepiscono l'indennità e i lavoratori in mobilità riceveranno il bonus Irpef di 80 euro. E' quanto prevede una circolare applicativa dell'Agenzia delle Entrate sullo sgravio fiscale, ora all'attenzione del Senato sotto una pioggia di emendamenti, che dovrebbe arrivare nella busta paga di maggio. Tra le novità anche il fatto che le somme percepite come incremento della produttività, tassate al 10%, non concorrono ai fini del bonus.
L'Agenzia precisa in una nota che "il credito Irpef scatta anche per i lavoratori che percepiscono somme indirizzate a sostegno del reddito, come la cassa integrazione guadagni, l’indennità di mobilità e di disoccupazione. Non concorrono al superamento del limite di 26mila euro le somme percepite a titolo di incremento della produttività che godono di una imposta sostitutiva del 10% mentre le stesse somme, a esclusivo vantaggio del lavoratore, vengono conteggiate per calcolare l’imposta lorda da confrontare con le detrazioni da lavoro dipendente". Nel caso delle "somme a sostegno del reddito" il diritto al bonus, chiarisce la circolare, è da considerarsi "automatico", perché le somme percepite costituiscono proventi comunque conseguiti in sostituzione di redditi di lavoro dipendente, quindi assimilabili alla stessa categoria di quelli sostituiti.
Per quanto riguarda invece i redditi soggetti all’imposta sostitutiva per l’incremento
di produttività, questi (entro il limite di 3mila euro lordi) sono fuori dal calcolo della soglia di reddito di 26mila euro, tetto massimo oltre il quale si perde il diritto al bonus Irpef. "Nel 2014", spiegano dalle Entrate, "la retribuzione di produttività individuale che può beneficiare di questa agevolazione fiscale non può essere complessivamente superiore a 3mila euro lordi e questa cifra non contribuisce al raggiungimento della soglia di 26mila euro di reddito complessivo. Allo stesso tempo, precisa il documento di prassi, il reddito di lavoro dipendente assoggettato a imposta sostitutiva deve comunque essere sommato ai redditi tassati in via ordinaria per la verifica della 'capienza' dell’imposta lorda, calcolata sui redditi da lavoro rispetto alle detrazioni da lavoro spettanti". Nel conteggio dei 26mila euro, invece, bisogna considerare i redditi provenienti da affitti di immobili sotto il regime della "cedolare secca".
Tra le altre precisazioni, l'Agenzia ricorda che il bonus da 80 euro spetta anche ai lavoratori deceduti in relazione al loro periodo di lavoro nel 2014 e sarà calcolato nella dichiarazione dei redditi del lavoratore deceduto presentata da uno degli eredi.
Sul fronte del sostituto d'imposta, invece, si segnalano i ragguagli circa il calcolo del credito da erogare. La circolare specifica gli step che il sostituto d’imposta deve seguire per il calcolo del credito. Una volta calcolato il credito, la successiva ripartizione potrà avvenire tenendo conto del numero di giorni lavorati in ciascun periodo di paga. Per semplicità di applicazione, è comunque possibile utilizzare anche altri criteri, purché oggettivi e costanti, ferma restando la ripartizione dell’intero importo del credito spettante tra le retribuzioni dell’anno 2014. Ad esempio, per i rapporti di lavoro che si protraggono per l’intero anno 2014, l’importo del credito di 640 euro su base annua potrà essere erogato per un importo pari a 80 euro al mese per ciascuno degli 8 mesi che vanno da maggio a dicembre 2014.
Nel caso di contribuenti che hanno lavorato solo una parte dell’anno, inoltre, il sostituto d’imposta deve calcolare il credito sulla base del periodo di lavoro effettivo. Ad esempio, un lavoratore il cui reddito complessivo è di 22mila euro e che ha svolto 120 giorni di lavoro nel 2014 avrà diritto a un credito pari a 210,41 euro (640/365 x 120). Dopo aver individuato l’importo complessivo del credito spettante, particolare attenzione dovrà poi essere posta nella ripartizione del bonus nelle varie buste paga da maggio in poi. Infatti, l’importo da erogare nel mese andrà parametrato in base ai giorni di cui è composto il singolo mese di retribuzione.
L'Agenzia precisa in una nota che "il credito Irpef scatta anche per i lavoratori che percepiscono somme indirizzate a sostegno del reddito, come la cassa integrazione guadagni, l’indennità di mobilità e di disoccupazione. Non concorrono al superamento del limite di 26mila euro le somme percepite a titolo di incremento della produttività che godono di una imposta sostitutiva del 10% mentre le stesse somme, a esclusivo vantaggio del lavoratore, vengono conteggiate per calcolare l’imposta lorda da confrontare con le detrazioni da lavoro dipendente". Nel caso delle "somme a sostegno del reddito" il diritto al bonus, chiarisce la circolare, è da considerarsi "automatico", perché le somme percepite costituiscono proventi comunque conseguiti in sostituzione di redditi di lavoro dipendente, quindi assimilabili alla stessa categoria di quelli sostituiti.
Per quanto riguarda invece i redditi soggetti all’imposta sostitutiva per l’incremento
di produttività, questi (entro il limite di 3mila euro lordi) sono fuori dal calcolo della soglia di reddito di 26mila euro, tetto massimo oltre il quale si perde il diritto al bonus Irpef. "Nel 2014", spiegano dalle Entrate, "la retribuzione di produttività individuale che può beneficiare di questa agevolazione fiscale non può essere complessivamente superiore a 3mila euro lordi e questa cifra non contribuisce al raggiungimento della soglia di 26mila euro di reddito complessivo. Allo stesso tempo, precisa il documento di prassi, il reddito di lavoro dipendente assoggettato a imposta sostitutiva deve comunque essere sommato ai redditi tassati in via ordinaria per la verifica della 'capienza' dell’imposta lorda, calcolata sui redditi da lavoro rispetto alle detrazioni da lavoro spettanti". Nel conteggio dei 26mila euro, invece, bisogna considerare i redditi provenienti da affitti di immobili sotto il regime della "cedolare secca".
Tra le altre precisazioni, l'Agenzia ricorda che il bonus da 80 euro spetta anche ai lavoratori deceduti in relazione al loro periodo di lavoro nel 2014 e sarà calcolato nella dichiarazione dei redditi del lavoratore deceduto presentata da uno degli eredi.
Sul fronte del sostituto d'imposta, invece, si segnalano i ragguagli circa il calcolo del credito da erogare. La circolare specifica gli step che il sostituto d’imposta deve seguire per il calcolo del credito. Una volta calcolato il credito, la successiva ripartizione potrà avvenire tenendo conto del numero di giorni lavorati in ciascun periodo di paga. Per semplicità di applicazione, è comunque possibile utilizzare anche altri criteri, purché oggettivi e costanti, ferma restando la ripartizione dell’intero importo del credito spettante tra le retribuzioni dell’anno 2014. Ad esempio, per i rapporti di lavoro che si protraggono per l’intero anno 2014, l’importo del credito di 640 euro su base annua potrà essere erogato per un importo pari a 80 euro al mese per ciascuno degli 8 mesi che vanno da maggio a dicembre 2014.
Nel caso di contribuenti che hanno lavorato solo una parte dell’anno, inoltre, il sostituto d’imposta deve calcolare il credito sulla base del periodo di lavoro effettivo. Ad esempio, un lavoratore il cui reddito complessivo è di 22mila euro e che ha svolto 120 giorni di lavoro nel 2014 avrà diritto a un credito pari a 210,41 euro (640/365 x 120). Dopo aver individuato l’importo complessivo del credito spettante, particolare attenzione dovrà poi essere posta nella ripartizione del bonus nelle varie buste paga da maggio in poi. Infatti, l’importo da erogare nel mese andrà parametrato in base ai giorni di cui è composto il singolo mese di retribuzione.
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Il Napoli di Genny A' carogna vince la Coppa Italia della vergogna
Tentato omicidio. E’ questa l’accusa con cui la polizia di Roma ha arrestato Daniele De Santis, 48enne romano, già noto alle forze dell’ordine proprio perché già protagonista di reati da stadio. Le manette direttamente nell’ospedale in cui è stato ricoverato dopo che ieri aveva riportato una frattura alla gamba negli scontri con i tifosi napoletani. Disordini che, a sentire la questura, sono partiti proprio dal vivaio in cui De Santis lavora come custode. Anzi. E’ stato lui che, stando a una delle ipotesi fornita agli inquirenti, avrebbe innescato la miccia che ha scatenato il finimondo. De Santis avrebbe provocato alcuni tifosi del Napoli lanciando contro di loro dei fumogeni. I tifosi azzurri avrebbero reagito e l’uomo avrebbe risposto esplodendo dei colpi d’arma da fuoco (Ciro Esposito, 30 anni, di Napoli, lotta ancora tra la vita e la morte). Questo è quanto sarebbe emerso dalle versioni di alcuni testimoni.
Chi indaga, ora, aspetta di interrogare il tifoso arrestato, che è ancora piantonato al policlinico Gemelli. Perché ancora non è chiaro quale è stata la vera scintilla che ha portato agli scontri. Per i napoletani si è trattato di un agguato premeditato. Gli agenti, invece, tendono a credere ad un’altra ricostruzione: i napoletani avrebbero riconosciuto De Santis anche per via di un tatuaggio sulla mano (‘Spqr‘) e lo avrebbero aggredito nell’esercizio commerciale in cui lavora. Tra tanti dubbi due certezze: il 48enne romano è stato trovato nel ‘suo’ vivaio privo di sensi, con la testa insanguinata. Poco distante una pistola semiautomatica calibro 7,65 con matricola abrasa, da cui sono partiti i sette colpi che hanno ferito i tifosi del Napoli. Agli agenti, ora, il compito di chiarire la dinamica e di rispondere alla domanda più importante: si è trattato di un ‘normale’ scontro pre-gara o un regolamento di conti organizzato a tavolino? Perché in tal senso la presenza del capoultras romanista nel vivaio-discoteca di Tor di Quinto, con la pistola pronta a far fuoco proprio quando stavano transitando i tifosi napoletani, merita risposte più approfondite di quel “causa occasionale” con cui la polizia ha motivato la sparatoria.
Daniele ‘Gastone’ De Santis, la curva e quel derby del 2004 deciso dalla curva della Roma
Il nome di Daniele De Santis, del resto, negli ambienti di destra della curva romanista dice poco: qui è conosciuto come Gastone ed è un punto di riferimento per tutto il tifo giallorosso. Nel 2004, lui ed altri sei tifosi riuscirono a non far giocare il derby Roma-Lazio. I fatti di quei giorni sono tristemente noti. Prima della stracittadina, tra ultras laziali e romanisti fu diffusa ad arte la notizia (falsa) che durante i violenti scontri tra fazioni opposte nei pressi dello stadio Olimpico era morto un bambino perché schiacciato da una camionetta della polizia. Non era vero, ma i tifosi, dopo un conciliabolo in campo con Francesco Totti, impedirono l’inizio del match. Come andò a finire quella storia? Che il 25 settembre del 2008 il tribunale di Roma decise che “non si doveva procedere” nei confronti dei sette. Reato andato in prescrizione: vittoria dei tifosi e di Gastone, già prescritto per altre contestazioni specifiche. Quali? Invasione di campo, violenza privata e istigazione a disobbedire alle leggi dello Stato.
Reati da stadio, reati da ultras. Perché ‘Gastone’, a Roma, questo è: un capo ultras, di destra, con amicizie importanti anche nella curva della Lazio. Da almeno due decenni. Le forze dell’ordine lo conoscevano bene già primadel mancato derby del 2004. Nel 1996, ad esempio, De Santis fu arrestato insieme ad altri tifosi giallorossi e ad esponenti di estrema destra romana perché autori di una serie di ricatti all’allora presidente della As Roma Franco Sensi. Biglietti omaggio o diserzione e incidenti: questo il ricatto di Gastone e gli altri al petroliere capitolino. La conferma della stretegia in un’intercettazione raccolta dalla polizia: “Se non ci dai i biglietti facciamo lo sciopero del tifo, e allo stato non ci verrà più nessuno. Oppure sfasciamo tutto, vedi un po’ se ti conviene”. Ma nel pedigree di Daniele ‘Gastone’ De Santis c’è anche un altro precedente: era il 20 novembre 1994 quando il 48enne fu arrestato insieme ad altre 18 persone per gli scontri durante Brescia-Roma, in cui fu accoltellato il vice questore di polizia Giovanni Selmin. In quell’occasione per poco non ci scappò il morto: i giallorossi ferirono gravemente a colpi d’ascia 16 agenti. De Santis (di cui i tifosi romanisti ascoltavano la voce nelle radio private) fu assolto insieme ad altri quattro tifosi per “non aver commesso il fatto”. Aveva 28 anni. Fu l’inizio ‘ufficiale’ della sua carriera da ultras: dopo dieci anni è riuscito a non far giocare un derby, dopo venti ha fatto scoppiare l’inferno prima di Napoli-Fiorentina.
La questura conferma: “Partita iniziata in ritardo per dare informazioni ai tifosi del Napoli”
Al vaglio della polizia anche le posizioni degli altri protagonisti della rissa a cui sarebbe seguita la sparatoria. Il bilancio degli eventi che ruotano intorno alla partita conta anche sette feriti, cinque agenti delle forze dell’ordine e due steward, durante l’afflusso dei tifosi allo stadio nel tentativo di impedire che le opposte tifoserie venissero a contatto. Inoltre un 33enne tifoso del Napoli è stato arrestato per resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale: l’uomo è stato sanzionato con un Daspo per cinque anni. Altri due tifosi del Napoli sono stati denunciati, uno per resistenza a pubblico ufficiale, l’altro per possesso di un petardo: entrambi sono stati sanzionati anche loro con il Daspo. Il più grave dei tifosi feriti, Ciro Esposito, è stato sottoposto ieri sera a un’operazione all’ospedale ‘Villa San Pietro’ ed è stato poi trasferito al Policlinico Gemelli: le sue condizioni di salute restano gravi dato che un proiettile ha quasi raggiunto la colonna vertebrale. Il ragazzo è ricoverato nel reparto rianimazione. La questura, intanto, ha diramato una nota in cui ha confermato che la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina è iniziata in ritardo “in quanto ai supporter napoletani sono state fornite notizie circa lo stato di salute dei feriti” che si sono registrati nei disordini avvenuti nei pressi dello stadio prima della partita. Poi il teatrino con Genny ‘a Carogna, il capoultras napoletano che ha virtualmente (ma non solo) deciso che si poteva giocare.
Chi indaga, ora, aspetta di interrogare il tifoso arrestato, che è ancora piantonato al policlinico Gemelli. Perché ancora non è chiaro quale è stata la vera scintilla che ha portato agli scontri. Per i napoletani si è trattato di un agguato premeditato. Gli agenti, invece, tendono a credere ad un’altra ricostruzione: i napoletani avrebbero riconosciuto De Santis anche per via di un tatuaggio sulla mano (‘Spqr‘) e lo avrebbero aggredito nell’esercizio commerciale in cui lavora. Tra tanti dubbi due certezze: il 48enne romano è stato trovato nel ‘suo’ vivaio privo di sensi, con la testa insanguinata. Poco distante una pistola semiautomatica calibro 7,65 con matricola abrasa, da cui sono partiti i sette colpi che hanno ferito i tifosi del Napoli. Agli agenti, ora, il compito di chiarire la dinamica e di rispondere alla domanda più importante: si è trattato di un ‘normale’ scontro pre-gara o un regolamento di conti organizzato a tavolino? Perché in tal senso la presenza del capoultras romanista nel vivaio-discoteca di Tor di Quinto, con la pistola pronta a far fuoco proprio quando stavano transitando i tifosi napoletani, merita risposte più approfondite di quel “causa occasionale” con cui la polizia ha motivato la sparatoria.
Daniele ‘Gastone’ De Santis, la curva e quel derby del 2004 deciso dalla curva della Roma
Il nome di Daniele De Santis, del resto, negli ambienti di destra della curva romanista dice poco: qui è conosciuto come Gastone ed è un punto di riferimento per tutto il tifo giallorosso. Nel 2004, lui ed altri sei tifosi riuscirono a non far giocare il derby Roma-Lazio. I fatti di quei giorni sono tristemente noti. Prima della stracittadina, tra ultras laziali e romanisti fu diffusa ad arte la notizia (falsa) che durante i violenti scontri tra fazioni opposte nei pressi dello stadio Olimpico era morto un bambino perché schiacciato da una camionetta della polizia. Non era vero, ma i tifosi, dopo un conciliabolo in campo con Francesco Totti, impedirono l’inizio del match. Come andò a finire quella storia? Che il 25 settembre del 2008 il tribunale di Roma decise che “non si doveva procedere” nei confronti dei sette. Reato andato in prescrizione: vittoria dei tifosi e di Gastone, già prescritto per altre contestazioni specifiche. Quali? Invasione di campo, violenza privata e istigazione a disobbedire alle leggi dello Stato.
Reati da stadio, reati da ultras. Perché ‘Gastone’, a Roma, questo è: un capo ultras, di destra, con amicizie importanti anche nella curva della Lazio. Da almeno due decenni. Le forze dell’ordine lo conoscevano bene già primadel mancato derby del 2004. Nel 1996, ad esempio, De Santis fu arrestato insieme ad altri tifosi giallorossi e ad esponenti di estrema destra romana perché autori di una serie di ricatti all’allora presidente della As Roma Franco Sensi. Biglietti omaggio o diserzione e incidenti: questo il ricatto di Gastone e gli altri al petroliere capitolino. La conferma della stretegia in un’intercettazione raccolta dalla polizia: “Se non ci dai i biglietti facciamo lo sciopero del tifo, e allo stato non ci verrà più nessuno. Oppure sfasciamo tutto, vedi un po’ se ti conviene”. Ma nel pedigree di Daniele ‘Gastone’ De Santis c’è anche un altro precedente: era il 20 novembre 1994 quando il 48enne fu arrestato insieme ad altre 18 persone per gli scontri durante Brescia-Roma, in cui fu accoltellato il vice questore di polizia Giovanni Selmin. In quell’occasione per poco non ci scappò il morto: i giallorossi ferirono gravemente a colpi d’ascia 16 agenti. De Santis (di cui i tifosi romanisti ascoltavano la voce nelle radio private) fu assolto insieme ad altri quattro tifosi per “non aver commesso il fatto”. Aveva 28 anni. Fu l’inizio ‘ufficiale’ della sua carriera da ultras: dopo dieci anni è riuscito a non far giocare un derby, dopo venti ha fatto scoppiare l’inferno prima di Napoli-Fiorentina.
La questura conferma: “Partita iniziata in ritardo per dare informazioni ai tifosi del Napoli”
Al vaglio della polizia anche le posizioni degli altri protagonisti della rissa a cui sarebbe seguita la sparatoria. Il bilancio degli eventi che ruotano intorno alla partita conta anche sette feriti, cinque agenti delle forze dell’ordine e due steward, durante l’afflusso dei tifosi allo stadio nel tentativo di impedire che le opposte tifoserie venissero a contatto. Inoltre un 33enne tifoso del Napoli è stato arrestato per resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale: l’uomo è stato sanzionato con un Daspo per cinque anni. Altri due tifosi del Napoli sono stati denunciati, uno per resistenza a pubblico ufficiale, l’altro per possesso di un petardo: entrambi sono stati sanzionati anche loro con il Daspo. Il più grave dei tifosi feriti, Ciro Esposito, è stato sottoposto ieri sera a un’operazione all’ospedale ‘Villa San Pietro’ ed è stato poi trasferito al Policlinico Gemelli: le sue condizioni di salute restano gravi dato che un proiettile ha quasi raggiunto la colonna vertebrale. Il ragazzo è ricoverato nel reparto rianimazione. La questura, intanto, ha diramato una nota in cui ha confermato che la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina è iniziata in ritardo “in quanto ai supporter napoletani sono state fornite notizie circa lo stato di salute dei feriti” che si sono registrati nei disordini avvenuti nei pressi dello stadio prima della partita. Poi il teatrino con Genny ‘a Carogna, il capoultras napoletano che ha virtualmente (ma non solo) deciso che si poteva giocare.
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Morto il poliziotto che ha combattuto le ecomafie Ucciso dai veleni che ha respirato
LA guerra di Roberto Mancini è finita. È morto a 53 anni dopo una battaglia lunga 12 anni. Lascia una moglie e una figlia. Ha combattuto fino alla fine, “come un leone”, dicono gli amici, ma non ce l’ha fatta. Il poliziotto che con le sue indagini ha anticipato di 15 anni ciò che poi è stato il disastro della Terra dei Fuochi è morto questa mattina all’ospedale di Perugia. Lo ha ucciso un linfoma non-Hodgkin, un cancro al sangue, conseguenza dei veleni respirati durante anni di lavoro tra rifiuti tossici e radioattivi. "Se qualcuno avesse preso in considerazione la mia indagine – raccontava a Re Le inchieste – forse non ci sarebbe stata Gomorra. Da 11 anni lotto contro il cancro e ho fatto causa alla Camera dei Deputati dopo aver ricevuto un indennizzo di soli 5mila euro".
Roberto Mancini era sostituto commissario di Polizia a Roma. È morto all’ospedale di Perugia a causa di un’infezione polmonare, complicanza di un trapianto di midollo osseo, unica cura per combattere la sua leucemia.
Nei primi anni ’90 inizia a lavorare sul traffico illecito di rifiuti in Campania. Nel 1996, dieci anni prima dell’uscita del libro “Gomorra” di Roberto Saviano, consegna un’informativa alla Procura di Napoli che verrà presa in considerazione soltanto nel 2011. Le carte consegnate da Mancini svelavano nel dettaglio attraverso intercettazioni, pedinamenti, dichiarazioni di pentiti, i nomi delle aziende del Nord coinvolte nel traffico: come l’Indesit e la Q8. Descrivevano i rapporti tra camorra, massoneria e politica. Anticipavano quel sistema che ha portato al biocidio della Terra dei fuochi.
L’informativa rimane in un cassetto per 15 anni. Fin quando nel 2011 il pubblico ministero Alessandro Milita la trova e la mette agli atti del processo per disastro ambientale e inquinamento delle falde acquifere. Tra gli imputati anche Cipriano Chianese, broker dei rifiuti del clan dei casalesi, che gestiva tutto il sistema criminale.
Negli anni successivi alle indagini, tra 1997 e il 2001, Mancini lavora come consulente per la Commissione rifiuti della Camera dei deputati. Il presidente è Massimo Scalia. Esegue decine d’ispezioni e sopralluoghi in discariche di rifiuti tossici nocivi e in siti di stoccaggio di materiali radioattivi. È proprio in questo periodo che Mancini si ammala di Linfoma non-Hodgkin.
La diagnosi arriva nel 2002. Il ministero degli Interni certifica il suo cancro del sangue come “causa di servizio” e gli riconosce un indennizzo di 5000 euro. A Roberto Mancini non bastano: “È un’ingiustizia”, dice. Così inizia la sua guerra contro lo Stato. Nel luglio 2013 la Camera gli nega un ulteriore indennizzo. La battaglia continua. Il 6 Aprile 2014 vengono consegnate a Montecitorio oltre 20mila firme in calce a un appello che chiede che a Mancini sia riconosciuto il giusto risarcimento. La Camera promette l’apertura di un’istruttoria. A oggi la petizione di change.org è stata sottoscritta da più di 50mila persone.
È proprio da sito di change.org che la moglie Monika si appella allo Stato: “Spero che le sofferenze che Roberto ha dovuto sopportare per aver servito lo Stato contro le ecomafie in Campania non cadano nell'indifferenza delle istituzioni e dell'opinione pubblica e mi auguro che il suo ricordo possa servire da esempio per tutti coloro che non vogliono arrendersi a chi vuole avvelenare le nostre terre, le nostre vite''.
Roberto Mancini era sostituto commissario di Polizia a Roma. È morto all’ospedale di Perugia a causa di un’infezione polmonare, complicanza di un trapianto di midollo osseo, unica cura per combattere la sua leucemia.
Nei primi anni ’90 inizia a lavorare sul traffico illecito di rifiuti in Campania. Nel 1996, dieci anni prima dell’uscita del libro “Gomorra” di Roberto Saviano, consegna un’informativa alla Procura di Napoli che verrà presa in considerazione soltanto nel 2011. Le carte consegnate da Mancini svelavano nel dettaglio attraverso intercettazioni, pedinamenti, dichiarazioni di pentiti, i nomi delle aziende del Nord coinvolte nel traffico: come l’Indesit e la Q8. Descrivevano i rapporti tra camorra, massoneria e politica. Anticipavano quel sistema che ha portato al biocidio della Terra dei fuochi.
L’informativa rimane in un cassetto per 15 anni. Fin quando nel 2011 il pubblico ministero Alessandro Milita la trova e la mette agli atti del processo per disastro ambientale e inquinamento delle falde acquifere. Tra gli imputati anche Cipriano Chianese, broker dei rifiuti del clan dei casalesi, che gestiva tutto il sistema criminale.
Negli anni successivi alle indagini, tra 1997 e il 2001, Mancini lavora come consulente per la Commissione rifiuti della Camera dei deputati. Il presidente è Massimo Scalia. Esegue decine d’ispezioni e sopralluoghi in discariche di rifiuti tossici nocivi e in siti di stoccaggio di materiali radioattivi. È proprio in questo periodo che Mancini si ammala di Linfoma non-Hodgkin.
La diagnosi arriva nel 2002. Il ministero degli Interni certifica il suo cancro del sangue come “causa di servizio” e gli riconosce un indennizzo di 5000 euro. A Roberto Mancini non bastano: “È un’ingiustizia”, dice. Così inizia la sua guerra contro lo Stato. Nel luglio 2013 la Camera gli nega un ulteriore indennizzo. La battaglia continua. Il 6 Aprile 2014 vengono consegnate a Montecitorio oltre 20mila firme in calce a un appello che chiede che a Mancini sia riconosciuto il giusto risarcimento. La Camera promette l’apertura di un’istruttoria. A oggi la petizione di change.org è stata sottoscritta da più di 50mila persone.
È proprio da sito di change.org che la moglie Monika si appella allo Stato: “Spero che le sofferenze che Roberto ha dovuto sopportare per aver servito lo Stato contro le ecomafie in Campania non cadano nell'indifferenza delle istituzioni e dell'opinione pubblica e mi auguro che il suo ricordo possa servire da esempio per tutti coloro che non vogliono arrendersi a chi vuole avvelenare le nostre terre, le nostre vite''.
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"Aiuto, mia madre sta morendo". Dalla Asl: "Mi spiace, è Pasqua, ci sentiamo martedì"
Locorotondo, la denuncia del figlio di una malata di Sla: "Bisognava sostituire la cannula attraverso la quale respira. Ma non c'era nessun medico disponibile".
«Aiuto, mia madre sta morendo». «Mi spiace, è Pasqua, poi c’è Pasquetta... Ci sentiamo martedì». Il dialogo, seppur surreale, purtroppo è realmente accaduto: venerdì, a Locorotondo, in provincia di Bari, quando il figlio di una paziente affetta da Sla «ad alta intensità assistenziale», «in pratica - racconta - è completamente intubata e allettata», ha chiamato il medico di riferimento della Asl che ha il compito di assistenza in caso di urgenze. «Mia madre - ricostruisce il figlio - aveva un problema con la cannula tracheostomica che era danneggiata e assolutamente da sostituire. Un’operazione non complicata, ma chiaramente che deve fare un medico». Proprio per situazioni di questo genere, in questo tipo di pazienti, la Asl di Bari ha una sorta di numero verde con un professionista da chiamare all’occorrenza. «A quel numero ha risposto non però il solito medico con cui siamo in contatto, ma un altro che mi ha detto che il collega era in ferie, che lui non poteva aiutarci né tantomeno dare un altro riferimento. Ah, e che comunque avrei potuto richiamare martedì. Certo, perché domani è Pasquetta. Peccato che mia madre non sarebbe mai arrivata a martedì». A quel punto l’unica possibilità è stato chiamare un medico “amico” che, nonostante fosse il week end di Pasqua, è andato a casa della signora per cambiare la cannula. E sostituire così un vergognoso welfare di Stato con uno più sano, fatto di deontologia e buoni sentimenti.
«Aiuto, mia madre sta morendo». «Mi spiace, è Pasqua, poi c’è Pasquetta... Ci sentiamo martedì». Il dialogo, seppur surreale, purtroppo è realmente accaduto: venerdì, a Locorotondo, in provincia di Bari, quando il figlio di una paziente affetta da Sla «ad alta intensità assistenziale», «in pratica - racconta - è completamente intubata e allettata», ha chiamato il medico di riferimento della Asl che ha il compito di assistenza in caso di urgenze. «Mia madre - ricostruisce il figlio - aveva un problema con la cannula tracheostomica che era danneggiata e assolutamente da sostituire. Un’operazione non complicata, ma chiaramente che deve fare un medico». Proprio per situazioni di questo genere, in questo tipo di pazienti, la Asl di Bari ha una sorta di numero verde con un professionista da chiamare all’occorrenza. «A quel numero ha risposto non però il solito medico con cui siamo in contatto, ma un altro che mi ha detto che il collega era in ferie, che lui non poteva aiutarci né tantomeno dare un altro riferimento. Ah, e che comunque avrei potuto richiamare martedì. Certo, perché domani è Pasquetta. Peccato che mia madre non sarebbe mai arrivata a martedì». A quel punto l’unica possibilità è stato chiamare un medico “amico” che, nonostante fosse il week end di Pasqua, è andato a casa della signora per cambiare la cannula. E sostituire così un vergognoso welfare di Stato con uno più sano, fatto di deontologia e buoni sentimenti.
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La diffamazione anche anononima è reato. Pugno duro della Cassazione sul web
ROMA - Chi parla male di una persona su Facebook, senza nominarla direttamente, ma indicando particolari che possano renderla identificabile, va incontro a una condanna per diffamazione. Lo si evince da una sentenza con cui la prima sezione penale della Cassazione ha annullato con rinvio l'assoluzione, pronunciata dalla Corte militare d'Appello di Roma, nei confronti di un maresciallo della Guardia di Finanza, che, sul proprio profilo Fb, aveva usato espressioni diffamatorie nei confronti del collega che lo aveva sostituito in un incarico.
In primo grado, il maresciallo era stato condannato dal tribunale militare di Roma a tre mesi di reclusione militare, ma in appello il verdetto era stato ribaltato. Il procuratore generale militare aveva quindi impugnato la sentenza di secondo grado in Cassazione.
Ricorso che la Suprema Corte ha ritenuto fondato, disponendo un nuovo processo d'appello. "Ai fini dell'integrazione del reato di diffamazione - si legge nella sentenza depositata oggi - è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone, indipendentemente dalla indicazione nominativa".
Osservano i giudici di 'Palazzaccio': "Il reato di diffamazione non richiede il dolo specifico, essendo sufficiente ai fini della sussistenza dell'elemento soggettivo della fattispecie la consapevolezza di pronunciare una frase lesiva dell'altrui reputazione e la volontà che la frase venga a conoscenza di più persone, anche soltanto due".
Ai fini di tale valutazione, conclude la Corte, "non può non tenersi conto dell'utilizzazione del social network, a nulla rilevando che non si tratti di strumento finalizzato a contatti istituzionali tra appartenenti alla Guardia di Finanza, nè alla circostanza che in concreto la frase sia stata letta soltanto da una persona".
In primo grado, il maresciallo era stato condannato dal tribunale militare di Roma a tre mesi di reclusione militare, ma in appello il verdetto era stato ribaltato. Il procuratore generale militare aveva quindi impugnato la sentenza di secondo grado in Cassazione.
Ricorso che la Suprema Corte ha ritenuto fondato, disponendo un nuovo processo d'appello. "Ai fini dell'integrazione del reato di diffamazione - si legge nella sentenza depositata oggi - è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone, indipendentemente dalla indicazione nominativa".
Osservano i giudici di 'Palazzaccio': "Il reato di diffamazione non richiede il dolo specifico, essendo sufficiente ai fini della sussistenza dell'elemento soggettivo della fattispecie la consapevolezza di pronunciare una frase lesiva dell'altrui reputazione e la volontà che la frase venga a conoscenza di più persone, anche soltanto due".
Ai fini di tale valutazione, conclude la Corte, "non può non tenersi conto dell'utilizzazione del social network, a nulla rilevando che non si tratti di strumento finalizzato a contatti istituzionali tra appartenenti alla Guardia di Finanza, nè alla circostanza che in concreto la frase sia stata letta soltanto da una persona".
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L'ex sottosegretario Cosentino arrestato con due fratelli: "Faceva politica anche ai domiciliari"
Torna in carcere l'ex sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino. L'ex esponente di Forza Italia, oggi leader della formazione Forza Campania, è stato arrestato insieme ai fratelli Giovanni e Antonio. La Procura ipotizza i reati di estorsione e concorrenza sleale con metodo mafioso nel settore dei distributori di carburanti in provincia di Caserta. I Cosentino sono imprenditori nel settore. Le indagini sono coordinate dai pm Antonello Ardituro, Fabrizio Vanorio e Francesco Curcio con i carabinieri del Roni di Caserta.
L'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Cosentino fa parte di un insieme di 13 misure cautelari nei confronti di altrettante persone, tra cui Pasquale e Antonio Zagaria, fratelli di Michele, boss del clan dei Casalesi. La famiglia Cosentino, proprietaria di vari distributori di carburante, avrebbe agito con pratiche commerciali lesive della concorrenza.
Secondo la Procura i fratelli Cosentino, in concorso con dirigenti pubblici, funzionari della Regione e del Comune di Casal di Principe, e complicità di funzionari della Q8, hanno ottenuto rapidamente il rilascio di permessi e licenze per costruire impianti, anche quando c'erano cause ostative. Inoltre avrebbero costretto amministratori e funzionari pubblici locali a impedire o rallentare la costruzione di impianti di aziende concorrenti anche con atti amministrativi illegittimi. All'inchiesta dei magistrati napoletani ha contribuito il titolare di una stazione di servizio in corso di costruzione a Villa Briano, Luigi Gallo, il cui racconto ha trovato riscontri nelle indagini. Determinanti anche le dichiarazioni di collaboratori di giustizia e l'acquisizione di documentazione sull'apertura di due impianti di distribuzione di idrocarburi nel Comune di Casal di Principe e in quello di Villa di Briano.
Cosentino è ricomparso appena pochi giorni fa ad una manifestazione pubblica in un albergo di Napoli, alla presentazione di Forza Campania, il gruppo di consiglieri regionali "dissidenti" di Forza Italia, che riconoscono la leadership di Cosentino. In numerose interviste ha sempre negato di volersi candidare alle elezioni Europee e di voler fare politica in prima persona. Ma questo non risulta dalle intercettazioni. Decisivo un passaggio dell'inchiesta sulle esigenze cautelari. Il giudice delle indagini preliminari, nel valutare la necessità dell'arresto, ha ritenuto significativo il fatto che - si legge nel comunicato della Procura - "Nicola Cosentino si sia attivamente interessato per l'andamento degli affari delle imprese di famiglia, circostanza finora sempre negata dallo stesso indagato e l'ulteriore circostanza costituita dalle risultanze dell'analisi di alcuni recenti tabulati telefonici che danno atto dei frequenti contatti del Cosentino, anche nel periodo in cui era agli arresti domiciliari, con importanti esponenti della politica e delle istituzioni locali e nazionali, comprovandosi in tal modo il persistente svolgimento, da parte dello stesso, di attività politica".
Colpisce in particolare un episodio. Cosentino e l'ex prefetto di Caserta Maria Elena Stasi convocarono l'allora sindaco di Villa di Briano (Caserta) nell'ufficio della prefettura di Caserta intimandogli di provvedere alla rimozione dell'incarico del tecnico comunale che aveva rilasciato l'autorizzazione all'imprenditore Luigi Gallo, per la realizzazione della stazione di servizio che impediva di fatto ai fratelli Cosentino la realizzazione di un impianto analogo a Casal di Principe. Il tecnico comunale Nicola Magliulo era "colpevole" anche di "aver resistito alle incessanti pressioni esercitate dai Cosentino e da Luigi Letizia" per revocare l'autorizzazione, scrive il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli.
In caso di mancata rimozione dall'incarico di tecnico comunale, Cosentino e Stasi avrebbero minacciato "azioni ritorsive" da parte dello stesso Cosentino e della prefettura di Caserta contro l'amministrazione comunale di Villa di Briano. "Indebite e illecite pressioni" sarebbero state esercitate in modo coordinato da Antonio e Giovanni Cosentino e da Luigi Letizia sia sul sindaco che su tutti gli addetti dell'Utc di Villa di Briano.
LA STORIA GIUDIZIARIA
Cosentino, ex coordinatore regionale del Pdl e deputato uscente, fu arrestato una prima volta il 15 marzo del 2013. Scelse per costituirsi il carcere napoletano di Secondigliano. Entrò in cella "da persona innocente", disse. Alla fine di "un calvario di cui non riesco a comprendere la necessità". Condannò "la camorra" come la "forma più nefasta di illegalità". E chiese ai suoi cari "e al buon Dio la forza per superare questo baratro".
L'intervista/"Schifato da Silvio: mi ha tradito"
"Rinuncio a presenziare a tutte le udienze in riferimento al procedimento indicato". Questo il testo del documento che Cosentino consegnò all'autorità giudiziaria appena gli venne notificata l'ordinanza di custodia cautelare.
A carico di Cosentino c'erano due ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse per i reati di concorso esterno in associazione camorristica, reimpiego di capitali e corruzione aggravati. Il processo è ancora in corso.
Cosentino fu poi scarcerato il 26 luglio 2013 e andò agli arresti domiciliari a Venafro, in provincia di Caserta. Alla sua scarcerazione si erano opposti i pm della procura di Napoli e anche il tribunale del Riesame l'aveva negata, decisione però respinta dalla Cassazione con reinvio degli atti perchè le esigenze cautelari erano cessate dato che "le organizzazioni camoristico-mafiose non hanno interesse a servirsi di politici", scrissero i giudici della Suprema corte.
L'uomo politico del Pdl, difeso da Stefano Montone e Agostino De Caro, aveva già ottenuto dal presidente Orazio Rossi, del collegio giudicante di Santa Maria Capua Vetere, il beneficio dei domiciliari.
Poi arrivò la decisione dell'altro presidente di collegio giudicante, Giampaolo Gugliemo, e Cosentino potè lasciare l'istituto di pena di Napoli per andare a Venafro come disposto da Rossi. Dopo pochi mesi, l'8 novembre scorso, su decisione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Cosentino ottenne la scarcerazione definitiva, e potè lasciare anche gli arresti domiciliari a Venafro.
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L'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Cosentino fa parte di un insieme di 13 misure cautelari nei confronti di altrettante persone, tra cui Pasquale e Antonio Zagaria, fratelli di Michele, boss del clan dei Casalesi. La famiglia Cosentino, proprietaria di vari distributori di carburante, avrebbe agito con pratiche commerciali lesive della concorrenza.
Secondo la Procura i fratelli Cosentino, in concorso con dirigenti pubblici, funzionari della Regione e del Comune di Casal di Principe, e complicità di funzionari della Q8, hanno ottenuto rapidamente il rilascio di permessi e licenze per costruire impianti, anche quando c'erano cause ostative. Inoltre avrebbero costretto amministratori e funzionari pubblici locali a impedire o rallentare la costruzione di impianti di aziende concorrenti anche con atti amministrativi illegittimi. All'inchiesta dei magistrati napoletani ha contribuito il titolare di una stazione di servizio in corso di costruzione a Villa Briano, Luigi Gallo, il cui racconto ha trovato riscontri nelle indagini. Determinanti anche le dichiarazioni di collaboratori di giustizia e l'acquisizione di documentazione sull'apertura di due impianti di distribuzione di idrocarburi nel Comune di Casal di Principe e in quello di Villa di Briano.
Cosentino è ricomparso appena pochi giorni fa ad una manifestazione pubblica in un albergo di Napoli, alla presentazione di Forza Campania, il gruppo di consiglieri regionali "dissidenti" di Forza Italia, che riconoscono la leadership di Cosentino. In numerose interviste ha sempre negato di volersi candidare alle elezioni Europee e di voler fare politica in prima persona. Ma questo non risulta dalle intercettazioni. Decisivo un passaggio dell'inchiesta sulle esigenze cautelari. Il giudice delle indagini preliminari, nel valutare la necessità dell'arresto, ha ritenuto significativo il fatto che - si legge nel comunicato della Procura - "Nicola Cosentino si sia attivamente interessato per l'andamento degli affari delle imprese di famiglia, circostanza finora sempre negata dallo stesso indagato e l'ulteriore circostanza costituita dalle risultanze dell'analisi di alcuni recenti tabulati telefonici che danno atto dei frequenti contatti del Cosentino, anche nel periodo in cui era agli arresti domiciliari, con importanti esponenti della politica e delle istituzioni locali e nazionali, comprovandosi in tal modo il persistente svolgimento, da parte dello stesso, di attività politica".
Colpisce in particolare un episodio. Cosentino e l'ex prefetto di Caserta Maria Elena Stasi convocarono l'allora sindaco di Villa di Briano (Caserta) nell'ufficio della prefettura di Caserta intimandogli di provvedere alla rimozione dell'incarico del tecnico comunale che aveva rilasciato l'autorizzazione all'imprenditore Luigi Gallo, per la realizzazione della stazione di servizio che impediva di fatto ai fratelli Cosentino la realizzazione di un impianto analogo a Casal di Principe. Il tecnico comunale Nicola Magliulo era "colpevole" anche di "aver resistito alle incessanti pressioni esercitate dai Cosentino e da Luigi Letizia" per revocare l'autorizzazione, scrive il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli.
In caso di mancata rimozione dall'incarico di tecnico comunale, Cosentino e Stasi avrebbero minacciato "azioni ritorsive" da parte dello stesso Cosentino e della prefettura di Caserta contro l'amministrazione comunale di Villa di Briano. "Indebite e illecite pressioni" sarebbero state esercitate in modo coordinato da Antonio e Giovanni Cosentino e da Luigi Letizia sia sul sindaco che su tutti gli addetti dell'Utc di Villa di Briano.
LA STORIA GIUDIZIARIA
Cosentino, ex coordinatore regionale del Pdl e deputato uscente, fu arrestato una prima volta il 15 marzo del 2013. Scelse per costituirsi il carcere napoletano di Secondigliano. Entrò in cella "da persona innocente", disse. Alla fine di "un calvario di cui non riesco a comprendere la necessità". Condannò "la camorra" come la "forma più nefasta di illegalità". E chiese ai suoi cari "e al buon Dio la forza per superare questo baratro".
L'intervista/"Schifato da Silvio: mi ha tradito"
"Rinuncio a presenziare a tutte le udienze in riferimento al procedimento indicato". Questo il testo del documento che Cosentino consegnò all'autorità giudiziaria appena gli venne notificata l'ordinanza di custodia cautelare.
A carico di Cosentino c'erano due ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse per i reati di concorso esterno in associazione camorristica, reimpiego di capitali e corruzione aggravati. Il processo è ancora in corso.
Cosentino fu poi scarcerato il 26 luglio 2013 e andò agli arresti domiciliari a Venafro, in provincia di Caserta. Alla sua scarcerazione si erano opposti i pm della procura di Napoli e anche il tribunale del Riesame l'aveva negata, decisione però respinta dalla Cassazione con reinvio degli atti perchè le esigenze cautelari erano cessate dato che "le organizzazioni camoristico-mafiose non hanno interesse a servirsi di politici", scrissero i giudici della Suprema corte.
L'uomo politico del Pdl, difeso da Stefano Montone e Agostino De Caro, aveva già ottenuto dal presidente Orazio Rossi, del collegio giudicante di Santa Maria Capua Vetere, il beneficio dei domiciliari.
Poi arrivò la decisione dell'altro presidente di collegio giudicante, Giampaolo Gugliemo, e Cosentino potè lasciare l'istituto di pena di Napoli per andare a Venafro come disposto da Rossi. Dopo pochi mesi, l'8 novembre scorso, su decisione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Cosentino ottenne la scarcerazione definitiva, e potè lasciare anche gli arresti domiciliari a Venafro.
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Blitz contro secessionisti veneti: 24 arresti. Sequestrato anche un carro armato 'artigianale'
ROMA - Blitz dei carabinieri del Ros contro un gruppo secessionista accusato di aver messo in atto "varie iniziative, anche violente", per ottenere l'indipendenza del Veneto, e non solo. L'accusa mossa dalla Procura di Brescia è quella di terrorismo (270 bis c.p.): 24 i provvedimenti restrittivi, 51 indagati in totale e 33 le perquisizioni ordinate dalla procura della Repubblica di Brescia e che hanno interessato il Veneto. Tra gli indagati nell'operazione anche un leader del movimento dei Forconi e un ex deputato, Franco Rocchetta, già sottosegretario di Stato agli Affari esteri tra il 1994 e il 1995.
Gli arresti e le perquisizioni sono state eseguite tra le province di Padova, Treviso, Rovigo, Vicenza e Verona e hanno visto impegnati i militari dei vari comandi provinciali dell'Arma. Tra gli indagati figurerebbero alcune persone vicine al noto gruppo dei Serenissimi e il presidente e la segretaria della Life, l'associazione che avrebbe avuto un ruolo particolarmente attivo nel periodo di contestazione dei cosiddetti Forconi dell'8 dicembre scorso. L'epicentro dell'indagine sarebbe Casale di Scodosia, nel Padovano.
Nelle ordinanze di custodia cautelare, emesse dal gip del tribunale di Brescia su richiesta della procura, sono contestati i reati di associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell'ordine democratico e fabbricazione e detenzione di armi da guerra.
A intervenire sulla vicenda via Facebook è il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini: nel post, il numero uno del Carroccio attacca lo Stato che "libera i delinquenti e arresta indipendentisti".
Gli arresti e le perquisizioni sono state eseguite tra le province di Padova, Treviso, Rovigo, Vicenza e Verona e hanno visto impegnati i militari dei vari comandi provinciali dell'Arma. Tra gli indagati figurerebbero alcune persone vicine al noto gruppo dei Serenissimi e il presidente e la segretaria della Life, l'associazione che avrebbe avuto un ruolo particolarmente attivo nel periodo di contestazione dei cosiddetti Forconi dell'8 dicembre scorso. L'epicentro dell'indagine sarebbe Casale di Scodosia, nel Padovano.
Nelle ordinanze di custodia cautelare, emesse dal gip del tribunale di Brescia su richiesta della procura, sono contestati i reati di associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell'ordine democratico e fabbricazione e detenzione di armi da guerra.
A intervenire sulla vicenda via Facebook è il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini: nel post, il numero uno del Carroccio attacca lo Stato che "libera i delinquenti e arresta indipendentisti".
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Sicilia, Ingroia licenzia 16 dipendenti. Compresi parenti di politici e mafiosi
Sedici dipendenti licenziati ad appena tre mesi dall’assunzione. Tra loro anche gente dal cognome ingombrante come Marilena Bontate, figlia di Giovanni, boss di Villagrazia assassinato nel 1988. Lo ha deciso Antonio Ingroia, l’ex pm ora commissario di Sicilia e-Servizi, la società della Regione che si occupa di informatica. “I licenziamenti arrivano dopo che una commissione super partes da me nominata ha esaminato i dipendenti: non hanno passato i test scritti e orali. E in certi casi non c’era nemmeno il requisito dell’affidabilità” dice l’ex procuratore aggiunto di Palermo a ilfattoquotidiano.it.
Tra i sedici defenestrati c’è infatti Marco Picciurro, genero di Bontate, avendone sposato la figlia, a sua volta licenziata. Nella lista dei non idonei anche Francesco Nuccio, arrestato nell’estate del 2012 perché coinvolto in un’inchiesta sulle tangenti che giravano nel mondo degli appalti per l’energia eolica. Facevano tutti parte dei 76 dipendenti provenienti dalla società privata che insieme alla Regione Siciliana controllava Sicilia e-Servizi, e che Ingroia aveva assunto a gennaio con un contratto da diciotto mesi. “Abbiamo deciso di assumere il personale proveniente dall’ex socio privato perché la Regione non ha tra i propri dipendenti le figure professionali per gestire il servizi: in questo modo abbiamo evitato il blocco del sistema informatico che avrebbe mandato in tilt la Regione” si era giustificato l’ex pm, dato che le assunzioni avevano suscitato roventi polemiche.
La lista degli assunti infatti era infarcita di parenti di politici, burocrati regionali, se non addirittura boss mafiosi, come nel caso di Bontate Junior. Tra gli assunti Ettore Nicosia, fratello dell’ex capo di gabinetto dell’assessore Salvatore Cintola, il figlio del pari grado di Totò Cuffaro Massimo Sarrica, e l’erede dell’ex sindaco di Palermo Piero Cammarata. E mentre la Corte dei Conti ha aperto un’inchiesta sulle assunzioni (ancora in corso), Ingroia ha varato una commissione super partes, composta da un docente di informatica e da due generali della Guardia di Finanza e dei Carabinieri (uno dei quali in passato ha anche indagato sulla trattativa Stato-mafia, inchiesta coordinata dallo stesso ex pm) per valutare l’effettivo valore dei neoassunti. Valore che evidentemente non è stato riscontrato dalla commissione, che quindi ha messo alla porta sedici dipendenti su settantasei. “Ma potrebbero esserci anche altri licenziamenti: c’è ancora un mese di prova” avverte l’ex procuratore aggiunto. “Il governatore Crocetta aveva assicurato che nessun lavoratore sarebbe stato licenziato. Sulla vicenda chiediamo un incontro” protesta invece Giuseppe Di Liberto della Uilm.
Ingroia era stato chiamato a mettere ordine in Sicilia e- Servizi nel luglio scorso, dopo che dalla società era arrivata una richiesta di finanziamento per due milioni e mezzo di euro: sarebbero serviti per trasferire nuovamente sull’isola tutti i dati della Regione, dato che erano finiti in Val D’Aosta non si sa bene per quale motivo. Esasperato dai costosissimi pasticci della società informatica, Crocetta aveva deciso di chiuderla, nominando commissario liquidatore lo stesso Ingroia. A dicembre però è arrivato l’ennesimo passo indietro: in Finanziaria infatti è previsto un riordino delle società partecipate che diventeranno soltanto nove. Tra queste anche Sicilia e-Servizi, la società in grado in passato di polverizzare 150 milioni di fondi comunitari, che dunque riesce sempre a rinascere dalle proprie ceneri. Non sarà l’Araba fenice, ma poco ci manca.
Tra i sedici defenestrati c’è infatti Marco Picciurro, genero di Bontate, avendone sposato la figlia, a sua volta licenziata. Nella lista dei non idonei anche Francesco Nuccio, arrestato nell’estate del 2012 perché coinvolto in un’inchiesta sulle tangenti che giravano nel mondo degli appalti per l’energia eolica. Facevano tutti parte dei 76 dipendenti provenienti dalla società privata che insieme alla Regione Siciliana controllava Sicilia e-Servizi, e che Ingroia aveva assunto a gennaio con un contratto da diciotto mesi. “Abbiamo deciso di assumere il personale proveniente dall’ex socio privato perché la Regione non ha tra i propri dipendenti le figure professionali per gestire il servizi: in questo modo abbiamo evitato il blocco del sistema informatico che avrebbe mandato in tilt la Regione” si era giustificato l’ex pm, dato che le assunzioni avevano suscitato roventi polemiche.
La lista degli assunti infatti era infarcita di parenti di politici, burocrati regionali, se non addirittura boss mafiosi, come nel caso di Bontate Junior. Tra gli assunti Ettore Nicosia, fratello dell’ex capo di gabinetto dell’assessore Salvatore Cintola, il figlio del pari grado di Totò Cuffaro Massimo Sarrica, e l’erede dell’ex sindaco di Palermo Piero Cammarata. E mentre la Corte dei Conti ha aperto un’inchiesta sulle assunzioni (ancora in corso), Ingroia ha varato una commissione super partes, composta da un docente di informatica e da due generali della Guardia di Finanza e dei Carabinieri (uno dei quali in passato ha anche indagato sulla trattativa Stato-mafia, inchiesta coordinata dallo stesso ex pm) per valutare l’effettivo valore dei neoassunti. Valore che evidentemente non è stato riscontrato dalla commissione, che quindi ha messo alla porta sedici dipendenti su settantasei. “Ma potrebbero esserci anche altri licenziamenti: c’è ancora un mese di prova” avverte l’ex procuratore aggiunto. “Il governatore Crocetta aveva assicurato che nessun lavoratore sarebbe stato licenziato. Sulla vicenda chiediamo un incontro” protesta invece Giuseppe Di Liberto della Uilm.
Ingroia era stato chiamato a mettere ordine in Sicilia e- Servizi nel luglio scorso, dopo che dalla società era arrivata una richiesta di finanziamento per due milioni e mezzo di euro: sarebbero serviti per trasferire nuovamente sull’isola tutti i dati della Regione, dato che erano finiti in Val D’Aosta non si sa bene per quale motivo. Esasperato dai costosissimi pasticci della società informatica, Crocetta aveva deciso di chiuderla, nominando commissario liquidatore lo stesso Ingroia. A dicembre però è arrivato l’ennesimo passo indietro: in Finanziaria infatti è previsto un riordino delle società partecipate che diventeranno soltanto nove. Tra queste anche Sicilia e-Servizi, la società in grado in passato di polverizzare 150 milioni di fondi comunitari, che dunque riesce sempre a rinascere dalle proprie ceneri. Non sarà l’Araba fenice, ma poco ci manca.
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Buche stradali: pochi soldi e gare al ribasso. Ecco perché è sempre emergenza
Italia, il Paese delle buche. Basta un temporale e sulle nostre strade l’asfalto si frantuma e forma crateri pericolosissimi per ciclisti e motociclisti, potenzialmente letali per le sospensioni delle auto e per i pneumatici, specialmente quelli ribassati o “run flat”. Danni ingenti di cui sarebbe responsabile l’Amministrazione pubblica, ma per cui è difficile, lungo e costoso ottenere rimborsi. Il problema delle buche, denuncia al fattoquotidiano.it il presidente dell’Associazione bitume asfalto strade Sitep, il professor Carlo Giavarini, sta nella scarsa manutenzione stradale, che al posto di essere programmata, insegue le emergenze. Un dato evidenzia quanto sia peggiorata la situazione: nel 2013, in Italia, sono stati usati solo 22 milioni di tonnellate di “conglomerato asfaltico”, contro i 43-44 milioni di tonnellate utilizzati negli anni pre-crisi, intorno al 2006-2007.
Secondo Giavarini si tratta di un problema di scarsi finanziamenti pubblici e di gare al massimo ribasso, anche del 50%, che non garantiscono l’esecuzione a regola d’arte dei lavori e che strangolano gli operatori del settore: l’anno scorso hanno chiuso un terzo delle aziende che operano sulla strada, spesso attraverso subappalti, così come tre raffinerie che si occupavano della produzione del bitume. Ma è anche un problema di cultura, denuncia Giavarini, perché abbandonare il manto stradale a se stesso è estremamente antieconomico nel lungo termine: “Se si rinnova periodicamente lo strato superficiale di asfalto, a intervalli di 8-12 anni a seconda delle percorrenze, la spesa è limitatissima. Se invece si lasciano ammalorare anche gli strati inferiori, il costo per il ripristino può essere anche venti volte superiore”.
Ma perché spesso le riparazioni durano poco? E su una strada appena asfaltata riaffiora la vecchia buca, esattamente nella stessa posizione? “Prima di intervenire, bisogna capire da cosa dipende il dissesto. Se per esempio si formano quelle crepe ramificate che noi chiamiamo ‘a pelle di coccodrillo’, significa che c’è stato un cedimento nel sottofondo, spesso dovuto a scavi in città. In quel caso, coprire con uno strato d’asfalto non risolve il problema”. Discorso analogo per le buche profonde, che andrebbero riparate a caldo e rullate e non semplicemente coperte. Il Comune di Milano sta sperimentando nuovi materiali, già usati in altri Paesi, che secondo l’Amministrazione contengono un bitume capace di penetrare nelle spaccature e di asciugare in soli 15 minuti. Giavarini ha confermato l’esistenza, anche in Italia, di diverse ditte specializzate nella produzione di asfalti a rapida essiccazione che utilizzano resine insieme al bitume: si tratta di materiali più costosi, ma spesso gli interventi hanno una durata maggiore. “Comunque, se la strada è fatta bene le buche non si devono formare”, sostiene il presidente della Sitep, citando il caso degli Stati Uniti, dove le strade asfaltate con il cosiddetto “perpetual pavement” sono garantite anche per cinquanta anni.
“In Italia abbiamo un patrimonio di 850.000 chilometri di strade asfaltate, di cui 500.000 km di strade principali, e lo stiamo perdendo”, ha detto il presidente Giavarini. La sua associazione ha calcolato che il valore dello strato di copertura delle strade italiane principali (escluse cioè quelle urbane, secondarie, vicinali e private) vale fra gli 800 e i 900 miliardi di euro. Più difficile la valorizzazione di queste stesse strade nel loro complesso, cioè compresi i ponti, le gallerie e tutte le opere strutturali che sostengono lo strato di asfalto, ma il valore dovrebbe essere superiore ai 6.000 miliardi di euro. “In altri Paesi, come la Svizzera e la Germania, la rete stradale è considerata un patrimonio, che come tale si svaluta e sul quale è necessario investire denaro pubblico in modo da non conservarne il valore”, conclude Giavarini. “In Italia non c’è questa cultura. Anche il ministro Maurizio Lupi, con cui abbiamo un buon dialogo, parla sempre di edilizia ma dimentica l’importanza di curare e valorizzare le nostre infrastrutture”.
Secondo Giavarini si tratta di un problema di scarsi finanziamenti pubblici e di gare al massimo ribasso, anche del 50%, che non garantiscono l’esecuzione a regola d’arte dei lavori e che strangolano gli operatori del settore: l’anno scorso hanno chiuso un terzo delle aziende che operano sulla strada, spesso attraverso subappalti, così come tre raffinerie che si occupavano della produzione del bitume. Ma è anche un problema di cultura, denuncia Giavarini, perché abbandonare il manto stradale a se stesso è estremamente antieconomico nel lungo termine: “Se si rinnova periodicamente lo strato superficiale di asfalto, a intervalli di 8-12 anni a seconda delle percorrenze, la spesa è limitatissima. Se invece si lasciano ammalorare anche gli strati inferiori, il costo per il ripristino può essere anche venti volte superiore”.
Ma perché spesso le riparazioni durano poco? E su una strada appena asfaltata riaffiora la vecchia buca, esattamente nella stessa posizione? “Prima di intervenire, bisogna capire da cosa dipende il dissesto. Se per esempio si formano quelle crepe ramificate che noi chiamiamo ‘a pelle di coccodrillo’, significa che c’è stato un cedimento nel sottofondo, spesso dovuto a scavi in città. In quel caso, coprire con uno strato d’asfalto non risolve il problema”. Discorso analogo per le buche profonde, che andrebbero riparate a caldo e rullate e non semplicemente coperte. Il Comune di Milano sta sperimentando nuovi materiali, già usati in altri Paesi, che secondo l’Amministrazione contengono un bitume capace di penetrare nelle spaccature e di asciugare in soli 15 minuti. Giavarini ha confermato l’esistenza, anche in Italia, di diverse ditte specializzate nella produzione di asfalti a rapida essiccazione che utilizzano resine insieme al bitume: si tratta di materiali più costosi, ma spesso gli interventi hanno una durata maggiore. “Comunque, se la strada è fatta bene le buche non si devono formare”, sostiene il presidente della Sitep, citando il caso degli Stati Uniti, dove le strade asfaltate con il cosiddetto “perpetual pavement” sono garantite anche per cinquanta anni.
“In Italia abbiamo un patrimonio di 850.000 chilometri di strade asfaltate, di cui 500.000 km di strade principali, e lo stiamo perdendo”, ha detto il presidente Giavarini. La sua associazione ha calcolato che il valore dello strato di copertura delle strade italiane principali (escluse cioè quelle urbane, secondarie, vicinali e private) vale fra gli 800 e i 900 miliardi di euro. Più difficile la valorizzazione di queste stesse strade nel loro complesso, cioè compresi i ponti, le gallerie e tutte le opere strutturali che sostengono lo strato di asfalto, ma il valore dovrebbe essere superiore ai 6.000 miliardi di euro. “In altri Paesi, come la Svizzera e la Germania, la rete stradale è considerata un patrimonio, che come tale si svaluta e sul quale è necessario investire denaro pubblico in modo da non conservarne il valore”, conclude Giavarini. “In Italia non c’è questa cultura. Anche il ministro Maurizio Lupi, con cui abbiamo un buon dialogo, parla sempre di edilizia ma dimentica l’importanza di curare e valorizzare le nostre infrastrutture”.
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"Siamo amici di suo figlio": e derubano la nonna di Renzi
Hanno suonato al campanello della casa della nonna paterna del premier Matteo Renzi, a Reggello. Si sono spacciati per amici del figlio e padre dell'ex sindaco di Firenze e poi l'hanno derubata. Vittima del furto è Anna Maria, madre di Tiziano Renzi che abita a San Clemente, una frazione del comune in provincia di Firenze. "Siamo amici di suo figlio Tiziano", hanno detto alla nonna paterna del premier i due malviventi convincendola a farli entrare nell'abitazione. La storia è stata confermata dallo stesso Tiziano Renzi, padre del premier.
Erano le 16.20 di ieri pomeriggio, una volta dentro i due hanno chiacchierato con la donna, poi una volta usciti sono rientrati dal garage aperto.
Una volta in casa hanno portato via gioielli di famiglia e anche un orologio d'oro del marito e nonno di Renzi, Adone, morto da tempo. L'ammontare degli oggetti rubati ancora non è stato quantificato. Indagano i carabinieri di Rignano sull'Arno. Nonna Anna Maria era stata fotografata, durante la campagna per le primarie del 2012 contro Pier Luigi Bersani insieme al nipote Matteo e alla nonna materna Maria Bovoli, che vive a Viareggio, dal settimanale Oggi. I malviventi sarebbero autori anche di altri colpi messi a segno nella stessa zona.
Una volta in casa hanno portato via gioielli di famiglia e anche un orologio d'oro del marito e nonno di Renzi, Adone, morto da tempo. L'ammontare degli oggetti rubati ancora non è stato quantificato. Indagano i carabinieri di Rignano sull'Arno. Nonna Anna Maria era stata fotografata, durante la campagna per le primarie del 2012 contro Pier Luigi Bersani insieme al nipote Matteo e alla nonna materna Maria Bovoli, che vive a Viareggio, dal settimanale Oggi. I malviventi sarebbero autori anche di altri colpi messi a segno nella stessa zona.
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Turchia, Erdogan spegne Twitter. I fondatori: “Ecco come aggirare il bavaglio”
Mi ‘minacci’ su Twitter? E io chiudo il popolare social network. E’ quanto accade da oggi in Turchia, che si è svegliata senza cinguettii dopo la censura ordinata del premier Recep Tayyip Erdogan, invischiato negli scandali di corruzione da telefonate compromettenti intercettate e uscite nelle ultime settimane su Twitter. Il sito di microblogging è stato bloccato durante la notte in tutto il Paese. “Lo sradicheremo. Non mi interessa quello che potrà dire la comunità internazionale”, aveva gridato ieri durante un comizio a Bursa il ‘sultano’ di Ankara, al potere da 12 anni. “Vedranno così la forza della Turchia”, aveva aggiunto. Nella notte l’autorità delle telecomunicazioni turca Btk, cui una legge sul controllo di internet del mese scorso – definita ‘legge bavaglio‘ dall’opposizione – ha dato poteri straordinari, ha quindi bloccato l’accesso a Twitter.
Ma la decisione del premier accende lo scontro politico col presidente Abdullah Gul che considera “inaccettabile” la chiusura “delle piattaforme dei social media”. “Come ho detto molte volte in passato – ha proseguito Gul in un comunicato – il livello raggiunto oggi dalle tecnologie della comunicazione rende tecnicamente impossibile bloccare del tutto l’accesso a piattaforme di social media come Twitter”. Il presidente si è quindi augurato che “questa pratica non duri a lungo”.
La censura del sito di microblogging è un fatto senza precedenti nel Paese. Secondo Hurriyet online la Btk ha indicato di essersi ispirata a tre sentenze giudiziarie e ad una decisione del procuratore generale di Istanbul. Dopo l’esplosione della tangentopoli del Bosforo che coinvolge decine di personalità del regime, Erdogan ha rimosso migliaia di poliziotti e centinaia di magistrati, fra cui i responsabili delle inchieste sulla corruzione. Secondo il leader dell’opposizione Kemal Kilicdaroglu, che denuncia una svolta autoritaria e chiede le dimissioni immediate del premier, Erdogan è “pronto a tutto” per restare al potere e insabbiare le inchieste anti-corruzione, che ha definito un “tentativo di colpo di stato” orchestrato dagli ex-alleati della confraternita islamica di Fetullah Gulen. Lo scandalo corruzione domina la campagna per le cruciali elezioni amministrative del 30 marzo che potrebbero essere decisive per il futuro politico di Erdogan. Il mese scorso Erdogan aveva già minacciato di bloccare Facebook e Youtube. Già questa notte la commissaria europea per le nuove tecnologie Neelie Kroes ha condannato il blocco di Twitter in Turchia. “L’interdizione è senza fondamento, inutile e vile – ha scritto – Il popolo turco e la comunità internazionale vedranno questo come una censura. Cosa che è davvero”. ”Siamo preoccupati da ogni possibilità che i social media possano essere chiusi”. Così Jen Psaki, portavoce del Dipartimento di Stato Usa, ha commentato la notizia. “Le democrazie sono rafforzate dalla diversità delle voci”, ha aggiunto. Anche il commissario Ue all’Allargamento, Stefan Fule, ha twittato la sua critica alla vicenda. “C’è molta preoccupazione – ha detto – per il blocco di Twitter. Essere liberi di comunicare e scegliere liberamente il mezzo per farlo è un valore fondamentale dell’Ue”. La stampa turca non governativa, a sua volta, ha denunciato il comportamento del premier. Cumhuriyet scrive che questa decisione “mette la Turchia al livello di paesi come la Corea del Nord“.
“Intrappolato nelle inchieste anti-corruzione – aggiunge il quotidiano di opposizione – Erdogan ha scelto ancora una volta di vietare”. Il quotidiano più diffuso del paese, Zaman, vicino alla confraternita islamica di Fetullah Gulen, titola “Duro colpo alla libertà, chiusoTwitter”. Sulle reti sociali si è scatenata la protesta degli utenti. Sulla rete sociale internazionale gli hashtag di protesta ‘#TwitterisblockedinTurkey’ e ‘#DictatorErdogan’ sono rapidamente diventati trend topics mondiali. Manifestazioni di protesta sono previste a Istanbul, Ankara e Smirne, le tre principali città del paese. E mentre impazza la polemica, il cofondatore di Twitter JackDorsey ha messo in campo le contromisure, inviando ha inviato questa mattina un messaggio agli utenti turchi per spiegare come aggirare il blocco. In un tweet sull’account ufficiale della rete sociale (@policy), riferisce Hurriyet online, Dorsey ha consigliato di inviare Sms dai cellulari attraverso gli operatori Avea e Vodafone, iniziando con START e indirizzandoli rispettivamente ai numeri 2444 e 2555
La censura del sito di microblogging è un fatto senza precedenti nel Paese. Secondo Hurriyet online la Btk ha indicato di essersi ispirata a tre sentenze giudiziarie e ad una decisione del procuratore generale di Istanbul. Dopo l’esplosione della tangentopoli del Bosforo che coinvolge decine di personalità del regime, Erdogan ha rimosso migliaia di poliziotti e centinaia di magistrati, fra cui i responsabili delle inchieste sulla corruzione. Secondo il leader dell’opposizione Kemal Kilicdaroglu, che denuncia una svolta autoritaria e chiede le dimissioni immediate del premier, Erdogan è “pronto a tutto” per restare al potere e insabbiare le inchieste anti-corruzione, che ha definito un “tentativo di colpo di stato” orchestrato dagli ex-alleati della confraternita islamica di Fetullah Gulen. Lo scandalo corruzione domina la campagna per le cruciali elezioni amministrative del 30 marzo che potrebbero essere decisive per il futuro politico di Erdogan. Il mese scorso Erdogan aveva già minacciato di bloccare Facebook e Youtube. Già questa notte la commissaria europea per le nuove tecnologie Neelie Kroes ha condannato il blocco di Twitter in Turchia. “L’interdizione è senza fondamento, inutile e vile – ha scritto – Il popolo turco e la comunità internazionale vedranno questo come una censura. Cosa che è davvero”. ”Siamo preoccupati da ogni possibilità che i social media possano essere chiusi”. Così Jen Psaki, portavoce del Dipartimento di Stato Usa, ha commentato la notizia. “Le democrazie sono rafforzate dalla diversità delle voci”, ha aggiunto. Anche il commissario Ue all’Allargamento, Stefan Fule, ha twittato la sua critica alla vicenda. “C’è molta preoccupazione – ha detto – per il blocco di Twitter. Essere liberi di comunicare e scegliere liberamente il mezzo per farlo è un valore fondamentale dell’Ue”. La stampa turca non governativa, a sua volta, ha denunciato il comportamento del premier. Cumhuriyet scrive che questa decisione “mette la Turchia al livello di paesi come la Corea del Nord“.
“Intrappolato nelle inchieste anti-corruzione – aggiunge il quotidiano di opposizione – Erdogan ha scelto ancora una volta di vietare”. Il quotidiano più diffuso del paese, Zaman, vicino alla confraternita islamica di Fetullah Gulen, titola “Duro colpo alla libertà, chiusoTwitter”. Sulle reti sociali si è scatenata la protesta degli utenti. Sulla rete sociale internazionale gli hashtag di protesta ‘#TwitterisblockedinTurkey’ e ‘#DictatorErdogan’ sono rapidamente diventati trend topics mondiali. Manifestazioni di protesta sono previste a Istanbul, Ankara e Smirne, le tre principali città del paese. E mentre impazza la polemica, il cofondatore di Twitter JackDorsey ha messo in campo le contromisure, inviando ha inviato questa mattina un messaggio agli utenti turchi per spiegare come aggirare il blocco. In un tweet sull’account ufficiale della rete sociale (@policy), riferisce Hurriyet online, Dorsey ha consigliato di inviare Sms dai cellulari attraverso gli operatori Avea e Vodafone, iniziando con START e indirizzandoli rispettivamente ai numeri 2444 e 2555
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Baby squillo, indagati venti clienti. C’è anche il marito della Mussolini
ROMA — Sono stati iscritti nel registro degli indagati i clienti delle baby squillo dei Parioli. Quelli che secondo i pm sapevano che le due ragazzine erano minorenni. Una ventina in tutto, e tra loro c’è anche il marito di Alessandra Mussolini, Mauro Floriani. Per lui, come per gli altri, l’accusa è di prostituzione minorile.
Ex ufficiale della Guardia di Finanza, da quasi vent’anni passato ai vertici delle Ferrovie dello Stato, il "capitano Mussolini", così era soprannominato, è stato identificato dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma delegati alle indagini sul caso delle due minorenni che si prostituivano nella zona più chic della capitale.
I militari avevano già il suo nome (anche se lui non lo sapeva) quando Floriani si è presentato spontaneamente per spiegare che il suo numero poteva essere tra quelli finiti nelle intercettazioni. E, in effetti, gli indagati sono stati trovati proprio così: grazie a uno screening a tappeto e minuzioso tra le centinaia e centinaia di telefonate che arrivavano sui cellulari di Serena ed Emanuela (i nomi sono di fantasia). Le due ragazze, come svelarono le indagini che hanno portato all’arresto, lo scorso ottobre, di cinque persone (tra cui anche la madre di una delle due), ricevevano tantissime chiamate di aspiranti clienti. Chiamate che ha fatto anche lui, il marito della Mussolini. Floriani ha respinto ogni accusa con i carabinieri che hanno raccolto la sua “autodenuncia” e ha negato di avere avuto rapporti con le due adolescenti, ma il procuratore aggiunto Maria Monteleone e il pubblico ministero Cristiana Macchiusi hanno comunque deciso di iscriverlo tra gli indagati per prostituzione minorile, reato che prevede la reclusione da uno a sei anni. Probabile, dunque, che la sua versione non abbia convinto gli inquirenti.
O, forse, semplicemente, la ricostruzione fatta dagli investigatori smentisce la sua tesi difensiva. Insieme a Floriani, sono una ventina i clienti identificati e inquisiti perché, secondo gli inquirenti, a conoscenza della
minore età delle due ragazze. Il numero potrebbe crescere ancora, le indagini proseguono: questo fascicolo è stato stralciato da quello che aveva portato agli arresti dei protettori, di alcuni clienti e della madre di una delle due minorenni, colpevole, secondo l'accusa, di avere indotto la figlia a prostituirsi. Per questi la procura sembra intenzionata a chiedere il processo con rito immediato.
Floriani, attualmente dirigente di Fs Logistica Spa, ha lasciato le Fiamme Gialle nel 1996 per un più remunerativo incarico come manager delle Ferrovie. Un passaggio che creò non poche polemiche all'epoca, anche perché come capitano della Finanza Floriani aveva lavorato a stretto contatto con Antonio Di Pietro nell'inchiesta sulla maxi tangente Enimont. E a dirigere la società che lo stava assumendo c'era Lorenzo Necci, presidente del colosso proprio all'epoca delle indagini. Floriani non ha mai nascosto le sue simpatie per il Pdl, partito in cui milita la moglie, tanto da essere stato anche in odore di candidatura qualche tempo fa.
All'epoca del cambio di lavoro fu proprio sua moglie Alessandra Mussolini a mettere a tacere le polemiche, spiegando ai giornalisti che quell'incarico a Metropolis, società che gestiva il patrimonio immobiliare delle Ferrovie, era arrivato due anni dopo la fine del processo. "Ora teniamo famiglia, abbiamo una figlia - disse la senatrice che, all'epoca, lo difese a spada tratta - Avremmo dovuto lasciarla crescere con una madre che sta sempre in giro a far politica e un padre sballottato continuamente da una caserma all'altra dell'Italia? Eh no, signori miei: abbiamo avuto l'occasione di mettere a posto le cose e non ce la siamo fatta sfuggire".
Ex ufficiale della Guardia di Finanza, da quasi vent’anni passato ai vertici delle Ferrovie dello Stato, il "capitano Mussolini", così era soprannominato, è stato identificato dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma delegati alle indagini sul caso delle due minorenni che si prostituivano nella zona più chic della capitale.
I militari avevano già il suo nome (anche se lui non lo sapeva) quando Floriani si è presentato spontaneamente per spiegare che il suo numero poteva essere tra quelli finiti nelle intercettazioni. E, in effetti, gli indagati sono stati trovati proprio così: grazie a uno screening a tappeto e minuzioso tra le centinaia e centinaia di telefonate che arrivavano sui cellulari di Serena ed Emanuela (i nomi sono di fantasia). Le due ragazze, come svelarono le indagini che hanno portato all’arresto, lo scorso ottobre, di cinque persone (tra cui anche la madre di una delle due), ricevevano tantissime chiamate di aspiranti clienti. Chiamate che ha fatto anche lui, il marito della Mussolini. Floriani ha respinto ogni accusa con i carabinieri che hanno raccolto la sua “autodenuncia” e ha negato di avere avuto rapporti con le due adolescenti, ma il procuratore aggiunto Maria Monteleone e il pubblico ministero Cristiana Macchiusi hanno comunque deciso di iscriverlo tra gli indagati per prostituzione minorile, reato che prevede la reclusione da uno a sei anni. Probabile, dunque, che la sua versione non abbia convinto gli inquirenti.
O, forse, semplicemente, la ricostruzione fatta dagli investigatori smentisce la sua tesi difensiva. Insieme a Floriani, sono una ventina i clienti identificati e inquisiti perché, secondo gli inquirenti, a conoscenza della
minore età delle due ragazze. Il numero potrebbe crescere ancora, le indagini proseguono: questo fascicolo è stato stralciato da quello che aveva portato agli arresti dei protettori, di alcuni clienti e della madre di una delle due minorenni, colpevole, secondo l'accusa, di avere indotto la figlia a prostituirsi. Per questi la procura sembra intenzionata a chiedere il processo con rito immediato.
Floriani, attualmente dirigente di Fs Logistica Spa, ha lasciato le Fiamme Gialle nel 1996 per un più remunerativo incarico come manager delle Ferrovie. Un passaggio che creò non poche polemiche all'epoca, anche perché come capitano della Finanza Floriani aveva lavorato a stretto contatto con Antonio Di Pietro nell'inchiesta sulla maxi tangente Enimont. E a dirigere la società che lo stava assumendo c'era Lorenzo Necci, presidente del colosso proprio all'epoca delle indagini. Floriani non ha mai nascosto le sue simpatie per il Pdl, partito in cui milita la moglie, tanto da essere stato anche in odore di candidatura qualche tempo fa.
All'epoca del cambio di lavoro fu proprio sua moglie Alessandra Mussolini a mettere a tacere le polemiche, spiegando ai giornalisti che quell'incarico a Metropolis, società che gestiva il patrimonio immobiliare delle Ferrovie, era arrivato due anni dopo la fine del processo. "Ora teniamo famiglia, abbiamo una figlia - disse la senatrice che, all'epoca, lo difese a spada tratta - Avremmo dovuto lasciarla crescere con una madre che sta sempre in giro a far politica e un padre sballottato continuamente da una caserma all'altra dell'Italia? Eh no, signori miei: abbiamo avuto l'occasione di mettere a posto le cose e non ce la siamo fatta sfuggire".
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Il primo fallimento di Renzi. Slitta al 2015 la banda larga per tutti
ROMA - Coprire con Internet banda larga tutti gli italiani e tutte le imprese: obiettivo rinviato, ancora una volta. Se ne riparlerà nel 2015, salvo ulteriori sorprese, per colpa delle lentezze burocratiche nel dialogo Stato-Regioni e per la difficoltà a sbloccare i fondi pubblici necessari a colmare i "buchi" di copertura. È quanto si apprende dai tecnici del ministero dello Sviluppo economico che si stanno occupando dei bandi di gara per portare Internet veloce nelle zone più sfortunate del Paese (quelle del cosiddetto "digital divide"). Queste sono adesso pari al 4% della popolazione, contro il 5 dell'anno scorso. Un piccolo miglioramento ottenuto quasi solo grazie allo sviluppo della banda larga mobile. È ferma invece ancora all'8% la quota di popolazione che non può avere la banda larga di tipo Adsl (su rete fissa), pari a circa 1.500 comuni (secondo dati dell'osservatorio Between).
Nero su bianco, c'era nel decreto Sviluppo Bis di ottobre 2012 l'impegno del governo Monti a dare banda larga a tutti entro dicembre 2013, come anche richiesto dalla Commissione europea. Obiettivo rimandato al 2014, sotto il governo Letta. Ora si apprende del nuovo rinvio. "Le prime Regioni che elimineranno il digital divide saranno Lazio, Liguria e Marche, a febbraio 2015. Sono anche le prime infatti ad aver assegnato - quest'anno - le gare per fare coperture banda larga, con 15 milioni di euro di fondi pubblici europei (dalla programmazione 2007-2013)", spiega infatti Salvatore Lombardo, direttore generale
di Infratel, società del ministero che si occupa di questi bandi (i quali sovvenzionano gli operatori che costruiranno le reti nelle zone sfortunate).
"Contiamo di ultimare la rete banda larga italiana tra giugno e settembre 2015, ma dipende dagli accordi tra ministero e Regioni, necessari per fare le gare. Purtroppo i tempi burocratici di negoziazione sono a volte più lunghi di quelli per creare la rete", aggiunge. "Ci vogliono 12 mesi, dopo l'assegnazione della gara, per portare la banda larga ai cittadini. Ma ci sono Regioni come la Sicilia che ci stanno facendo aspettare da due anni per la firma dell'accordo. L'aspettiamo anche dalla Sardegna. La Basilicata invece ha firmato ma per ora l'ha messo in stand by", continua Lombardo. Nell'elenco delle regioni sfortunate ci sono anche Piemonte ed Emilia Romagna, "che hanno esaurito i fondi per queste gare e aspettano giugno 2014 per poter contare su quelli della programmazione 2014-2020", spiega Rossella Lehnus, responsabile del piano nazionale banda larga presso il ministero. "Il cambio di Governo non ci ha fermati, però. La settimana prossima assegneremo i bandi che elimineranno il digital divide in Campania e Umbria. A marzo lanceremo quelli di Calabria, Veneto e Toscana", aggiunge Lehnus.
È una partita che sarà seguita da Antonello Giacomelli, nominato ieri sottosegretario con delega su tlc e frequenze presso lo Sviluppo economico. Ed è destinata a diventare importante nei prossimi mesi, quando arriveranno i fondi Ue 2014-2020: previsti 1,260 miliardi di euro per le reti banda larga e - soprattutto - per quelle a banda ultralarga, da realizzare con questo sistema di gare pubbliche.
Nero su bianco, c'era nel decreto Sviluppo Bis di ottobre 2012 l'impegno del governo Monti a dare banda larga a tutti entro dicembre 2013, come anche richiesto dalla Commissione europea. Obiettivo rimandato al 2014, sotto il governo Letta. Ora si apprende del nuovo rinvio. "Le prime Regioni che elimineranno il digital divide saranno Lazio, Liguria e Marche, a febbraio 2015. Sono anche le prime infatti ad aver assegnato - quest'anno - le gare per fare coperture banda larga, con 15 milioni di euro di fondi pubblici europei (dalla programmazione 2007-2013)", spiega infatti Salvatore Lombardo, direttore generale
di Infratel, società del ministero che si occupa di questi bandi (i quali sovvenzionano gli operatori che costruiranno le reti nelle zone sfortunate).
"Contiamo di ultimare la rete banda larga italiana tra giugno e settembre 2015, ma dipende dagli accordi tra ministero e Regioni, necessari per fare le gare. Purtroppo i tempi burocratici di negoziazione sono a volte più lunghi di quelli per creare la rete", aggiunge. "Ci vogliono 12 mesi, dopo l'assegnazione della gara, per portare la banda larga ai cittadini. Ma ci sono Regioni come la Sicilia che ci stanno facendo aspettare da due anni per la firma dell'accordo. L'aspettiamo anche dalla Sardegna. La Basilicata invece ha firmato ma per ora l'ha messo in stand by", continua Lombardo. Nell'elenco delle regioni sfortunate ci sono anche Piemonte ed Emilia Romagna, "che hanno esaurito i fondi per queste gare e aspettano giugno 2014 per poter contare su quelli della programmazione 2014-2020", spiega Rossella Lehnus, responsabile del piano nazionale banda larga presso il ministero. "Il cambio di Governo non ci ha fermati, però. La settimana prossima assegneremo i bandi che elimineranno il digital divide in Campania e Umbria. A marzo lanceremo quelli di Calabria, Veneto e Toscana", aggiunge Lehnus.
È una partita che sarà seguita da Antonello Giacomelli, nominato ieri sottosegretario con delega su tlc e frequenze presso lo Sviluppo economico. Ed è destinata a diventare importante nei prossimi mesi, quando arriveranno i fondi Ue 2014-2020: previsti 1,260 miliardi di euro per le reti banda larga e - soprattutto - per quelle a banda ultralarga, da realizzare con questo sistema di gare pubbliche.
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Prostituzione Germania, nuova legge: licenza comunale e i test sanitari
Alzare l’età legale a 21 anni e introdurre una licenza comunale per le prostituite. Come preannunciato dal patto di coalizione firmato nel novembre 2012 prima di dare il via al terzo governo Merkel, la Germania si appresta a rivedere quella legge sulla prostituzione approvata dal governo di Gerhard Schroeder nel 2002 e che ha reso il Paese uno dei più liberali al mondo quanto a sesso a pagamento.
“Aumento dell’età minima e introduzione di una vera e propria licenza a pagamento rilasciata dal comune sia a chi lavora da indipendente che nei bordelli”. Per Gerd Landsberg, presidente dell’associazione che raggruppa le autorità tedesche locali sono questi gli strumenti giusti per contrastare criminalità e prostituzione forzata. “Assieme alla licenza, si deve obbligare la lavoratrice a sottoporsi a una serie di test sanitari e a un colloquio con esperti”. Nonostante il proliferare di bordelli – a breve aprirà anche il più grande d’Europa nella zona di Saarbrücken, al confine con la Francia, una posizione strategica anche per attrarre turismo sessuale – “I controlli dei sanitari e della polizia purtroppo sono ancora pochi, non abbastanza per evitare casi di sfruttamento, estorsione o mancato rispetto delle norme d’igiene”. L’innalzamento dell’età a 21 anni cercherà di limitare anche i casi di giovanissime immigrate, soprattutto dall’Est Europa con poca esperienza nel mondo del lavoro e scarso se non nulla reddito. Una condizione che può indurre queste ragazze a vendere il proprio corpo. Con la libera circolazione di rumeni e bulgari sul territorio tedesco dal primo gennaio scorso, si registra anche il rischio che sempre più immigrate possano dedicarsi alla prostituzione.
Il 26 febbraio il parlamento europeo ha approvato la risoluzione non vincolante basata sul “report Honeyball” che indica ai Paesi dell’Unione come approcciarsi al tema. Il testo sostiene che il modo più efficace per ridurre i casi di sfruttamento sia quello di adottare il cosiddetto “modello nordico”, ossia quello applicato in Svezia, Islanda, Norvegia e recentemente anche in Francia: penalizzare il cliente e non la prostituta. “Dal 1999 a oggi la prostituzione di strada in Svezia è dimezzata: solo poche donne scelgono liberamente di diventare prostitute. A parità di condizioni, quasi nessuna deciderebbe di vendere il proprio corpo”, dice Mary Honeyball, autrice del report approvato dal Parlamento Ue e portavoce del gruppo donne in Europa del partito laburista inglese. Una considerazione che non trova d’accordo Gerd Landsberg: C’è bisogno di maggiore regolamentazione, ma la messa al bando della prostituzione spingerebbe ancora più donne a lavorare nell’illegalità. E le conseguenze sarebbero ben peggiori”.
Insomma, La Germania è pronta a rivedere le proprie posizioni, ma non troppo. Che dietro ci siano convinzioni etiche, senso pratico o calcolo economico (il business della prostituzione da circa 14.5 miliardi di euro l’anno è difficile dirlo.
“Aumento dell’età minima e introduzione di una vera e propria licenza a pagamento rilasciata dal comune sia a chi lavora da indipendente che nei bordelli”. Per Gerd Landsberg, presidente dell’associazione che raggruppa le autorità tedesche locali sono questi gli strumenti giusti per contrastare criminalità e prostituzione forzata. “Assieme alla licenza, si deve obbligare la lavoratrice a sottoporsi a una serie di test sanitari e a un colloquio con esperti”. Nonostante il proliferare di bordelli – a breve aprirà anche il più grande d’Europa nella zona di Saarbrücken, al confine con la Francia, una posizione strategica anche per attrarre turismo sessuale – “I controlli dei sanitari e della polizia purtroppo sono ancora pochi, non abbastanza per evitare casi di sfruttamento, estorsione o mancato rispetto delle norme d’igiene”. L’innalzamento dell’età a 21 anni cercherà di limitare anche i casi di giovanissime immigrate, soprattutto dall’Est Europa con poca esperienza nel mondo del lavoro e scarso se non nulla reddito. Una condizione che può indurre queste ragazze a vendere il proprio corpo. Con la libera circolazione di rumeni e bulgari sul territorio tedesco dal primo gennaio scorso, si registra anche il rischio che sempre più immigrate possano dedicarsi alla prostituzione.
Il 26 febbraio il parlamento europeo ha approvato la risoluzione non vincolante basata sul “report Honeyball” che indica ai Paesi dell’Unione come approcciarsi al tema. Il testo sostiene che il modo più efficace per ridurre i casi di sfruttamento sia quello di adottare il cosiddetto “modello nordico”, ossia quello applicato in Svezia, Islanda, Norvegia e recentemente anche in Francia: penalizzare il cliente e non la prostituta. “Dal 1999 a oggi la prostituzione di strada in Svezia è dimezzata: solo poche donne scelgono liberamente di diventare prostitute. A parità di condizioni, quasi nessuna deciderebbe di vendere il proprio corpo”, dice Mary Honeyball, autrice del report approvato dal Parlamento Ue e portavoce del gruppo donne in Europa del partito laburista inglese. Una considerazione che non trova d’accordo Gerd Landsberg: C’è bisogno di maggiore regolamentazione, ma la messa al bando della prostituzione spingerebbe ancora più donne a lavorare nell’illegalità. E le conseguenze sarebbero ben peggiori”.
Insomma, La Germania è pronta a rivedere le proprie posizioni, ma non troppo. Che dietro ci siano convinzioni etiche, senso pratico o calcolo economico (il business della prostituzione da circa 14.5 miliardi di euro l’anno è difficile dirlo.
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Mafia e politica al Nord, ecco la mappa: 74 casi, il record a Milano con 18
Cinque comuni sciolti per infiltrazione mafiosa e un centinaio di relazioni pericolose. È la fotografia dei contatti tra ‘ndrangheta e politica nel nord Italia scattata dalle più importanti inchieste antimafia degli ultimi quattro anni. Un quadro inquietante, sicuramente incompleto, che descrive il tentativo dei clan di influenzare la vita amministrativa di comuni, province e regioni anche nel profondo nord del Paese. Le indagini realizzate dal 2009 al 2013 indicano che il 20 per cento dei cittadini di Piemonte, Liguria e Lombardia, ossia 1 su 5, è stato amministrato o rappresentato da almeno un politico accusato di affiliazione o concorso esterno in associazione mafiosa. Circa 75mila abitanti del nord-ovest dal 2011 vivono in un comune sciolto per mafia. E in questo quadro la provincia di Milano, con quella di Torino e Genova, risulta l’area in cui più forte è il tentativo di condizionamento dei risultati elettorali,
Spulciando i documenti dell’antimafia e tenendo conto solo di politici in carica e candidati – e non di uomini di partito o funzionari, che pure figurano – si ricava un elenco di almeno 74 casi di avvicinamento tra rappresentanti delle istituzioni e criminalità calabrese (grande protagonista, pochissime volte affiancata o sostituita da Cosa nostra). La stragrande maggioranza dei casi non contiene alcun reato, e in ogni caso tutte le persone citate sono da intendersi innocenti fino all’ultimo grado di giudizio. Ma gli episodi tutti insieme tracciano una prima mappa inedita dell’assalto dei clan alla politica del Nord Italia. Emergono le scelte degli uomini legati alla malavita e quella rete di “relazioni esterne” dell’organizzazione criminale che, anche quando non ha rilevanza penale, contribuisce a fare della mafia un sistema di potere e non un semplice gruppo armato.
Sulla base delle informazioni fornite dai magistrati, i rapporti individuati possono essere classificati in cinque tipi per livello di coinvolgimento, a prescindere dal loro profilo penale che, lo ribadiamo, resta perlopiù irrilevante (o, in alcuni casi, ancora da provare definitivamente in tribunale). Si passa dal semplice contatto (30 per cento degli episodi), cene, pranzi e appuntamenti in cui gli uomini dei clan tentano un primo abboccamento, al sostegno elettorale (43 per cento), che rappresenta il tipo di rapporto maggiormente rilevato e nasce talvolta da una scelta spontanea dei malavitosi (una decisione in ogni caso mai gratuita, almeno nelle intenzioni), per arrivare agli episodi in cui più chiaramente emerge una prospettiva di accordo tra le parti (16 per cento). A questi si sommano infine gli episodi in cui, secondo gli inquirenti, politici e amministratori si relazionano agli uomini di mafia sapendo bene con chi hanno a che fare: 5 casi di presunta affiliazione e 3 di concorso esterno in associazione mafiosa.
Le inchieste rivelano che il sostegno elettorale è il motivo di contatto più frequente tra cosche e classi dirigenti, così come lo scambio tra voti e appalti è la base di ogni scioglimento comunale per mafia. I voti sono una merce molto richiesta, la buccia di banana su cui rischiano di scivolare anche i politici più scafati. Passa tutto da lì: è il peccato originale che i clan sfruttano per ricavare beni e favori all’organizzazione criminale. In questo contesto i comuni sciolti per infiltrazioni mafiosa, Bordighera (il cui commissariamento è stato successivamente annullato), Ventimiglia, Leinì, Rivarolo e Sedriano, raccontano solo una parte della storia.
Guardando ai rapporti tra politica e mafia ogni territorio, comune, collegio o circoscrizione elettorale del nord Italia diventa lo specchio del potere conquistato dai clan. L’area di elezione di politici e amministratori costituisce infatti lo spazio su cui si misura la capacità mafiosa di penetrare le istituzioni, condizionare un territorio e la sua vita democratica. La dimensione della sua scalata al potere.
In questa classifica alla città di Milano tocca il valore massimo, con 11 episodi segnalati. E i numeri peggiorano quando gli episodi si sovrappongono sullo stesso territorio. La cifra che ne risulta (indicata nella mappa con una diversa gradazione di colore) è ben più grave e colloca, ad esempio, il capoluogo lombardo in vetta alle posizioni con 18 casi complessivi.
Nelle intercettazioni e nei documenti ufficiali (i dati sono aggiornati al 31 dicembre 2013), la stragrande maggioranza dei politici si mostra inconsapevole, distratta, responsabile tutt’al più di una caccia al consenso che conduce talvolta a pericolosi incontri ravvicinati. E infatti tutti i politici si dichiarano estranei a qualsiasi coinvolgimento o responsabilità. Le relazioni con uomini legati ai clan nascono spesso in un’area grigia popolata da colletti bianchi, affaristi e fiancheggiatori di ogni sorta, in cui si stringono molte mani e non sempre è facile capire chi si ha di fronte. Capita, poche volte per la verità, che i politici vengano addirittura scelti a loro insaputa, sostenuti dai “calabresi” per giochi di sponda o di interessi incrociati, quando collettori di voti – luogotenenti dei boss, uomini di partito, affaristi e persino genitori o parenti – intercettano per i candidati inconsapevoli i consensi della rete criminale (è il caso, ad esempio, del sindaco di Torino Piero Fassino o delle giovani Fortunata Moio e Teresa Costantino).
Accando a questi episodi emergono però anche abboccamenti diretti e più compromettenti. Richieste di voto avanzate senza fare troppe domande. In questi casi i politici coinvolti non possono negare di aver chiesto quei voti, ma giurano di non aver minimamente sospettato della qualità criminale dei loro interlocutori, in alcuni casi ancora da provare in tribunale. Sono gli episodi in cui, come scrivono i magistrati della procura di Milano “non sempre è l’appartenente alla mafia che si infiltra nella società civile” ma “esponenti di istituzioni, della società civile o delle professioni ricercano il rapporto con la mafia”. A questi fatti si sommano poi alcuni casi limite, una decina in tutto, in cui lo scambio, secondo gli inquirenti, avviene nella piena ed esplicita consapevolezza dei ruoli.
È sconcertante vedere quanto in alto riescano a salire gli uomini legati alla criminalità calabrese, nei loro rapporti, prima che scatti un qualche campanello d’allarme. Come un sasso tirato nello stagno, i rapporti tra mafia e politica disegnano centri concentrici che si propagano da alcuni punti nevralgici verso l’esterno. Più rapidi a diffondersi sono trovano interlocutori disponibili, più radi dove i servizi mafiosi non hanno mercato. Dal punto di vista della collocazione politica il partito di gran lunga più avvicinato è il Pdl, con 40 episodi, coincidenti ad oltre la metà dei casi totali, per il resto quasi equamente distribuiti tra Pd, Udc, Idv, liste civiche e altri partiti. Mentre sono tutte di centro-destra le amministrazioni dei comuni sciolti per infiltrazione mafiosa.
I comuni commissariati per mafia sono tutti medio-piccoli, ma il dato non deve trarre in inganno. I tentativi di contatto riguardano infatti anche consiglieri e amministratori provinciali, regionali, nazionali e persino un parlamentare europeo. Se negli ultimi 4 anni i boss calabresi hanno contattato, sostenuto o fatto accordi con 10 sindaci, 6 assessori e 22 consiglieri comunali (guardando ai soli candidati eletti), i rapporti che superano la soglia comunale rappresentano nel complesso circa il 40 per cento del totale, con 12 avvicinamenti di consiglieri o assessori regionali e 6 di politici con cariche provinciali.
Fonte Il fattoquotidiano.it
Spulciando i documenti dell’antimafia e tenendo conto solo di politici in carica e candidati – e non di uomini di partito o funzionari, che pure figurano – si ricava un elenco di almeno 74 casi di avvicinamento tra rappresentanti delle istituzioni e criminalità calabrese (grande protagonista, pochissime volte affiancata o sostituita da Cosa nostra). La stragrande maggioranza dei casi non contiene alcun reato, e in ogni caso tutte le persone citate sono da intendersi innocenti fino all’ultimo grado di giudizio. Ma gli episodi tutti insieme tracciano una prima mappa inedita dell’assalto dei clan alla politica del Nord Italia. Emergono le scelte degli uomini legati alla malavita e quella rete di “relazioni esterne” dell’organizzazione criminale che, anche quando non ha rilevanza penale, contribuisce a fare della mafia un sistema di potere e non un semplice gruppo armato.
Sulla base delle informazioni fornite dai magistrati, i rapporti individuati possono essere classificati in cinque tipi per livello di coinvolgimento, a prescindere dal loro profilo penale che, lo ribadiamo, resta perlopiù irrilevante (o, in alcuni casi, ancora da provare definitivamente in tribunale). Si passa dal semplice contatto (30 per cento degli episodi), cene, pranzi e appuntamenti in cui gli uomini dei clan tentano un primo abboccamento, al sostegno elettorale (43 per cento), che rappresenta il tipo di rapporto maggiormente rilevato e nasce talvolta da una scelta spontanea dei malavitosi (una decisione in ogni caso mai gratuita, almeno nelle intenzioni), per arrivare agli episodi in cui più chiaramente emerge una prospettiva di accordo tra le parti (16 per cento). A questi si sommano infine gli episodi in cui, secondo gli inquirenti, politici e amministratori si relazionano agli uomini di mafia sapendo bene con chi hanno a che fare: 5 casi di presunta affiliazione e 3 di concorso esterno in associazione mafiosa.
Le inchieste rivelano che il sostegno elettorale è il motivo di contatto più frequente tra cosche e classi dirigenti, così come lo scambio tra voti e appalti è la base di ogni scioglimento comunale per mafia. I voti sono una merce molto richiesta, la buccia di banana su cui rischiano di scivolare anche i politici più scafati. Passa tutto da lì: è il peccato originale che i clan sfruttano per ricavare beni e favori all’organizzazione criminale. In questo contesto i comuni sciolti per infiltrazioni mafiosa, Bordighera (il cui commissariamento è stato successivamente annullato), Ventimiglia, Leinì, Rivarolo e Sedriano, raccontano solo una parte della storia.
Guardando ai rapporti tra politica e mafia ogni territorio, comune, collegio o circoscrizione elettorale del nord Italia diventa lo specchio del potere conquistato dai clan. L’area di elezione di politici e amministratori costituisce infatti lo spazio su cui si misura la capacità mafiosa di penetrare le istituzioni, condizionare un territorio e la sua vita democratica. La dimensione della sua scalata al potere.
In questa classifica alla città di Milano tocca il valore massimo, con 11 episodi segnalati. E i numeri peggiorano quando gli episodi si sovrappongono sullo stesso territorio. La cifra che ne risulta (indicata nella mappa con una diversa gradazione di colore) è ben più grave e colloca, ad esempio, il capoluogo lombardo in vetta alle posizioni con 18 casi complessivi.
Nelle intercettazioni e nei documenti ufficiali (i dati sono aggiornati al 31 dicembre 2013), la stragrande maggioranza dei politici si mostra inconsapevole, distratta, responsabile tutt’al più di una caccia al consenso che conduce talvolta a pericolosi incontri ravvicinati. E infatti tutti i politici si dichiarano estranei a qualsiasi coinvolgimento o responsabilità. Le relazioni con uomini legati ai clan nascono spesso in un’area grigia popolata da colletti bianchi, affaristi e fiancheggiatori di ogni sorta, in cui si stringono molte mani e non sempre è facile capire chi si ha di fronte. Capita, poche volte per la verità, che i politici vengano addirittura scelti a loro insaputa, sostenuti dai “calabresi” per giochi di sponda o di interessi incrociati, quando collettori di voti – luogotenenti dei boss, uomini di partito, affaristi e persino genitori o parenti – intercettano per i candidati inconsapevoli i consensi della rete criminale (è il caso, ad esempio, del sindaco di Torino Piero Fassino o delle giovani Fortunata Moio e Teresa Costantino).
Accando a questi episodi emergono però anche abboccamenti diretti e più compromettenti. Richieste di voto avanzate senza fare troppe domande. In questi casi i politici coinvolti non possono negare di aver chiesto quei voti, ma giurano di non aver minimamente sospettato della qualità criminale dei loro interlocutori, in alcuni casi ancora da provare in tribunale. Sono gli episodi in cui, come scrivono i magistrati della procura di Milano “non sempre è l’appartenente alla mafia che si infiltra nella società civile” ma “esponenti di istituzioni, della società civile o delle professioni ricercano il rapporto con la mafia”. A questi fatti si sommano poi alcuni casi limite, una decina in tutto, in cui lo scambio, secondo gli inquirenti, avviene nella piena ed esplicita consapevolezza dei ruoli.
È sconcertante vedere quanto in alto riescano a salire gli uomini legati alla criminalità calabrese, nei loro rapporti, prima che scatti un qualche campanello d’allarme. Come un sasso tirato nello stagno, i rapporti tra mafia e politica disegnano centri concentrici che si propagano da alcuni punti nevralgici verso l’esterno. Più rapidi a diffondersi sono trovano interlocutori disponibili, più radi dove i servizi mafiosi non hanno mercato. Dal punto di vista della collocazione politica il partito di gran lunga più avvicinato è il Pdl, con 40 episodi, coincidenti ad oltre la metà dei casi totali, per il resto quasi equamente distribuiti tra Pd, Udc, Idv, liste civiche e altri partiti. Mentre sono tutte di centro-destra le amministrazioni dei comuni sciolti per infiltrazione mafiosa.
I comuni commissariati per mafia sono tutti medio-piccoli, ma il dato non deve trarre in inganno. I tentativi di contatto riguardano infatti anche consiglieri e amministratori provinciali, regionali, nazionali e persino un parlamentare europeo. Se negli ultimi 4 anni i boss calabresi hanno contattato, sostenuto o fatto accordi con 10 sindaci, 6 assessori e 22 consiglieri comunali (guardando ai soli candidati eletti), i rapporti che superano la soglia comunale rappresentano nel complesso circa il 40 per cento del totale, con 12 avvicinamenti di consiglieri o assessori regionali e 6 di politici con cariche provinciali.
Fonte Il fattoquotidiano.it
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"La mafia ha vinto. Lascio l'Italia"
La mafia ha vinto la sua partita a scacchi contro Ignazio Cutrò. L’imprenditore della provincia di Agrigento ha deciso di mollare tutto, vendere quel che resta della sua azienda e abbandonare l’Italia. Una vittoria per le cosche, contro chi, con le sue dichiarazioni, ha consentito alla magistratura di arrestare e far condannare gli estortori con base in una delle aree siciliane dove i clan sono ancora feroci e vendicativi. E il complice di questa sconfitta ha un nome ben preciso: lo Stato. Cutrò ha già comunicato le sue decisioni al viceministro dell’Interno Filippo Bubbico.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’addio agli studi di Veronica e Giuseppe, i due figli di Cutrò. “Si erano trasferiti a Milano con tante speranze – racconta l’imprenditore – ma ora siamo rimasti senza un centesimo in tasca e i miei ragazzi sono dovuti tornare a casa, a Bivona”. Il volto burocratico dell’amministrazione ha colpito duro: nonostante Cutrò, che è anche presidente dell’associazione nazionale testimoni di giustizia, abbia dato il suo contributo da cittadino nella battaglia contro la mafia, a lui ed alla sua famiglia sono stati negati i sostegni necessari per andare avanti. Lavorare è diventato impossibile: nessuno, come da copione per chi denuncia il racket e la mafia – si è più affidato alla sua impresa. Ma cartelle esattoriali e scoperture bancarie non si sono fermate, mettendo con le spalle al muro Cutrò e il destino della sua famiglia. “E’ inutile girarci intorno – racconta commosso – ormai siamo ridotti in miseria”.
“I privati non mi hanno più chiamato per lavorare – continua - e non posso nemmeno partecipare alle gare pubbliche perché, ormai non ho la documentazione amministrativa in regola. Non ho neanche i soldi per vivere, da quasi un mese a casa hanno tagliato luce e gas”. Il braccio di ferro che contrappone Cutrò alle famiglie mafiose che detengono il monopolio del racket estortivo della zona inizia nel 1999, con le prime richieste di “pizzo”. Poi, sono arrivate le minacce e infine gli attentati, con danni gravi ai mezzi della sua azienda e intimidazioni a lui ed ai componenti della sua famiglia. Ma Cutrò non si era mai piegato, ha denunciato ogni episodio e ha offerto la sua collaborazione per incastrare esponenti dei clan, in alcuni casi diventando “l’antenna” delle forze dell’ordine nel realizzare intercettazioni telefoniche ed ambientali.
Cutrò vive sotto scorta e sotto protezione dal 2008. Proprio in quel frangente, all’inizio della sua testimonianza, l’imprenditore avrebbe potuto scegliere una strada più comoda: abbandonare la Sicilia e vivere con una nuova identità a spese dello Stato, con un assegno vitalizio. Ma ha detto no e ha preferito restare in prima linea. Poi la crisi della sua azienda ha fatto il resto. Quella chance di andar via è sembrata l’unica soluzione per salvare almeno i suoi figli. “Ho chiesto al Ministero che ai miei figli venisse concessa quella possibilità di rifarsi una vita, di andare via dalla Sicilia con una nuova identità in una località protetta e ricevere il sussidio dallo Stato. Così, avrebbero potuto studiare e costruirsi un futuro. Ma anche quella richiesta è stata bocciata”. Forse oggi Cutrò si pente di non aver lasciato la Sicilia: “Ma io avevo deciso di continuare a lottare – spiega – e sono rimasto nella mia terra, perché ero convinto che fosse necessario dare una testimonianza concreta di come sia possibile sconfiggere la mafia. Avevo torto. Ero convinto che lo Stato mi avrebbe aiutato. Oggi mi sento sconfitto e il segnale che arriva a chi testimonia contro le cosche mafiose non è certo incoraggiante”.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’addio agli studi di Veronica e Giuseppe, i due figli di Cutrò. “Si erano trasferiti a Milano con tante speranze – racconta l’imprenditore – ma ora siamo rimasti senza un centesimo in tasca e i miei ragazzi sono dovuti tornare a casa, a Bivona”. Il volto burocratico dell’amministrazione ha colpito duro: nonostante Cutrò, che è anche presidente dell’associazione nazionale testimoni di giustizia, abbia dato il suo contributo da cittadino nella battaglia contro la mafia, a lui ed alla sua famiglia sono stati negati i sostegni necessari per andare avanti. Lavorare è diventato impossibile: nessuno, come da copione per chi denuncia il racket e la mafia – si è più affidato alla sua impresa. Ma cartelle esattoriali e scoperture bancarie non si sono fermate, mettendo con le spalle al muro Cutrò e il destino della sua famiglia. “E’ inutile girarci intorno – racconta commosso – ormai siamo ridotti in miseria”.
“I privati non mi hanno più chiamato per lavorare – continua - e non posso nemmeno partecipare alle gare pubbliche perché, ormai non ho la documentazione amministrativa in regola. Non ho neanche i soldi per vivere, da quasi un mese a casa hanno tagliato luce e gas”. Il braccio di ferro che contrappone Cutrò alle famiglie mafiose che detengono il monopolio del racket estortivo della zona inizia nel 1999, con le prime richieste di “pizzo”. Poi, sono arrivate le minacce e infine gli attentati, con danni gravi ai mezzi della sua azienda e intimidazioni a lui ed ai componenti della sua famiglia. Ma Cutrò non si era mai piegato, ha denunciato ogni episodio e ha offerto la sua collaborazione per incastrare esponenti dei clan, in alcuni casi diventando “l’antenna” delle forze dell’ordine nel realizzare intercettazioni telefoniche ed ambientali.
Cutrò vive sotto scorta e sotto protezione dal 2008. Proprio in quel frangente, all’inizio della sua testimonianza, l’imprenditore avrebbe potuto scegliere una strada più comoda: abbandonare la Sicilia e vivere con una nuova identità a spese dello Stato, con un assegno vitalizio. Ma ha detto no e ha preferito restare in prima linea. Poi la crisi della sua azienda ha fatto il resto. Quella chance di andar via è sembrata l’unica soluzione per salvare almeno i suoi figli. “Ho chiesto al Ministero che ai miei figli venisse concessa quella possibilità di rifarsi una vita, di andare via dalla Sicilia con una nuova identità in una località protetta e ricevere il sussidio dallo Stato. Così, avrebbero potuto studiare e costruirsi un futuro. Ma anche quella richiesta è stata bocciata”. Forse oggi Cutrò si pente di non aver lasciato la Sicilia: “Ma io avevo deciso di continuare a lottare – spiega – e sono rimasto nella mia terra, perché ero convinto che fosse necessario dare una testimonianza concreta di come sia possibile sconfiggere la mafia. Avevo torto. Ero convinto che lo Stato mi avrebbe aiutato. Oggi mi sento sconfitto e il segnale che arriva a chi testimonia contro le cosche mafiose non è certo incoraggiante”.
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Facebook compra Whatsapp per 19 miliardi di dollari: è la rivoluzione dei messaggi
IL COLPO non è riuscito con Snapchat. E allora quei tre miliardi in contanti, anzi quattro, Mark Zuckerberg ha deciso di spenderli per acquistare WhatsApp, l'applicazione che ormai fa comunicare il mondo, leader dei programmi di instant messaging coi suoi 450 milioni di utenti attivi ogni mese e 320 milioni al giorno. Basti un dato: viaggia al ritmo di un milione di nuovi utenti registrati ogni 24 ore. A quei quattro miliardi Menlo Park ne aggiunge 12 in azioni (183,9 milioni di titoli) e altri tre in azioni vincolate per i fondatori e i dipendenti del gruppo. Il conto è astronomico: 19 miliardi di dollari. Jan Koum, cofondatore e Ceo della società californiana già in forze a Yahoo, si unirà a Facebook come executive, dunque dirigente di vertice, ed entrerà a far parte del consiglio di amministrazione del social network. I termini dell'accordo, che se dovesse saltare si porterà dietro una penale da un paio di miliardi, sono stati rivelati da una comunicazione della Sec, la Securities and Exchange Commission, la Consob statunitense.
"Oggi annunciamo un patto con Facebook che ci consentirà di continuare nella semplice missione di costruire un ottimo prodotto usato da tutti a livello globale - ha scritto Koum, che cinque anni fa ha fondato l'app insieme a Brian Acton, in una nota sul blog ufficiale - ci darà la flessibilità per crescere ed espanderci mentre a me e al resto del team regalerà più tempo per concentrarci nella costruzione di un servizio di comunicazione più veloce, personale e accessibile possibile. Per voi non cambierà nulla". WhatsApp, che costa 99 centesimi all'anno dopo il primo, è ormai prossima a toccare il volume di messaggi pari all'intero traffico sms prodotto dagli operatori tradizionali. È l'artefice della rivoluzione nelle comunicazioni veloci, istantanee e quotidiane.
"WhatsApp è sulla strada per arrivare a connettere un miliardo di persone - ha detto Zuckerberg - i servizi che raggiungono questa soglia sono incredibilmente preziosi. Conosco Jan da tempo e sono contento di questo accordo con lui e con la sua squadra, servirà a rendere il mondo più aperto e connesso". Secondo gli accordi, WhatsApp continuerà a operare indipendentemente e a mantenere il controllo del marchio. Dal quartier generale del social network viene d'altronde esplicitamente citato il modo in cui è stata gestita Instagram, la piattaforma di condivisione videofotografica, dopo l'acquisizione da un miliardo di dollari del 2012.
"Facebook promuove un ambiente in cui imprenditori indipendenti e innovativi possono costruire le proprie aziende, decidere la loro direzione e concentrarsi sulla crescita beneficiando al contempo dell'esperienza, delle risorse e delle dimensioni di Facebook - si legge nella nota - Questo approccio ha funzionato molto bene con Instagram e WhatsApp opererà in questa maniera. La sede principale rimarrà a Mountain View e l'applicazione di Facebook, Messenger, rimarrà autonoma" rispetto alla nuova acquisizione. Nessuna fusione in vista. Anche se questo è probabilmente uno degli scenari che si aprono: per quanto operino su due target di contatti diversi (da una parte quello della rubrica telefonica, dall'altra quello degli amici del social) pare difficile immaginare che nulla possa cambiare nel giro di qualche tempo.
Capitolo pubblicità. Koum assicura che non ce ne sarà. Un'annotazione interessante soprattutto se si considera che è il metodo principale di monetizzazione sia su Facebook che, da non molto, su Instagram. Anche da Sequoia, l'importante fondo di venture capital che ha messo sul piatto di WhatsApp otto milioni di dollari, non molto ma quanto gli consente di essere della partita, sono arrivati ulteriori dettagli. WhatsApp ha solo 32 ingegneri fra le sue fila, uno ogni 14 milioni di utenti, e la piattaforma processa 50 miliardi di messaggi al giorno. Il segreto del successo? Sta proprio nel concentrarsi sui messaggi e nient'altro, senza correre dietro ai complicati e un po' disordinati ecosistemi di Line, WeChat e compagnia orientale. In un'intervista al Wall Street Journal dello scorso dicembre Jan Koum aveva appunto attribuito la continua crescita al focus sul servizio principale. Anziché competere con altre app, che fanno soldi tramite pubblicità, giochi e altri servizi - per esempio negozi di sticker e applicazioni interne - si rimane fermi al punto essenziale: "Vogliamo restare fuori da quella strada. Vogliamo che la gente possa portare avanti una conversazione".
"Oggi annunciamo un patto con Facebook che ci consentirà di continuare nella semplice missione di costruire un ottimo prodotto usato da tutti a livello globale - ha scritto Koum, che cinque anni fa ha fondato l'app insieme a Brian Acton, in una nota sul blog ufficiale - ci darà la flessibilità per crescere ed espanderci mentre a me e al resto del team regalerà più tempo per concentrarci nella costruzione di un servizio di comunicazione più veloce, personale e accessibile possibile. Per voi non cambierà nulla". WhatsApp, che costa 99 centesimi all'anno dopo il primo, è ormai prossima a toccare il volume di messaggi pari all'intero traffico sms prodotto dagli operatori tradizionali. È l'artefice della rivoluzione nelle comunicazioni veloci, istantanee e quotidiane.
"WhatsApp è sulla strada per arrivare a connettere un miliardo di persone - ha detto Zuckerberg - i servizi che raggiungono questa soglia sono incredibilmente preziosi. Conosco Jan da tempo e sono contento di questo accordo con lui e con la sua squadra, servirà a rendere il mondo più aperto e connesso". Secondo gli accordi, WhatsApp continuerà a operare indipendentemente e a mantenere il controllo del marchio. Dal quartier generale del social network viene d'altronde esplicitamente citato il modo in cui è stata gestita Instagram, la piattaforma di condivisione videofotografica, dopo l'acquisizione da un miliardo di dollari del 2012.
"Facebook promuove un ambiente in cui imprenditori indipendenti e innovativi possono costruire le proprie aziende, decidere la loro direzione e concentrarsi sulla crescita beneficiando al contempo dell'esperienza, delle risorse e delle dimensioni di Facebook - si legge nella nota - Questo approccio ha funzionato molto bene con Instagram e WhatsApp opererà in questa maniera. La sede principale rimarrà a Mountain View e l'applicazione di Facebook, Messenger, rimarrà autonoma" rispetto alla nuova acquisizione. Nessuna fusione in vista. Anche se questo è probabilmente uno degli scenari che si aprono: per quanto operino su due target di contatti diversi (da una parte quello della rubrica telefonica, dall'altra quello degli amici del social) pare difficile immaginare che nulla possa cambiare nel giro di qualche tempo.
Capitolo pubblicità. Koum assicura che non ce ne sarà. Un'annotazione interessante soprattutto se si considera che è il metodo principale di monetizzazione sia su Facebook che, da non molto, su Instagram. Anche da Sequoia, l'importante fondo di venture capital che ha messo sul piatto di WhatsApp otto milioni di dollari, non molto ma quanto gli consente di essere della partita, sono arrivati ulteriori dettagli. WhatsApp ha solo 32 ingegneri fra le sue fila, uno ogni 14 milioni di utenti, e la piattaforma processa 50 miliardi di messaggi al giorno. Il segreto del successo? Sta proprio nel concentrarsi sui messaggi e nient'altro, senza correre dietro ai complicati e un po' disordinati ecosistemi di Line, WeChat e compagnia orientale. In un'intervista al Wall Street Journal dello scorso dicembre Jan Koum aveva appunto attribuito la continua crescita al focus sul servizio principale. Anziché competere con altre app, che fanno soldi tramite pubblicità, giochi e altri servizi - per esempio negozi di sticker e applicazioni interne - si rimane fermi al punto essenziale: "Vogliamo restare fuori da quella strada. Vogliamo che la gente possa portare avanti una conversazione".
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