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VENEZIA - Imprenditori e tanti politici. Una raffica di arresti clamorosi. Il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, del centrosinistra, è finito in manette con le accusa di finanziamento illecito relativa alla sua campagna elettorale per le comunali del 2010. L'inchiesta è quella della Procura di Venezia sugli appalti per il Mose e sull'ex ad della Mantovani Giorgio Baita, già colpito da un provvedimento di custodia cautelare lo scorso febbraio. In manette anche l'assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso, di Forza Italia.
Le persone finite in manette sono in tutto 35, mentre sono un altro centinaio gli indagati. Tra gli arrestati anche il consigliere regionale del Pd Giampiero Marchese, gli imprenditori Franco Morbiolo e Roberto Meneguzzo nonchè il generale in pensione Emilio Spaziante. La GdF ha sequestrato beni per un valore di circa 40 milioni di euro.
Coinvolto Galan. E una richiesta di arresto è stata formulata per il senatore di Forza Italia Giancarlo Galan. Trattandosi di un deputato, gli atti dovranno essere trasmessi alla Camera dei deputati. Galan è coinvolto per il periodo in cui è stato presidente della Regione Veneto, dal 2005 al 2010.
La posizione del sindaco Orsoni. La Guardia di Finanza sta ancora portando avanti controlli sul territorio in Veneto, Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna con oltre 300 uomini. Secondo i legali del sindaco Orsoni "le circostanze contestate nel provvedimento notificato paiono poco credibili, gli si attribuiscono condotte non compatibili con il suo ruolo ed il suo stile di vita. "La difesa del professore Orsoni esprime preoccupazione per l'iniziativa assunta e confida in un tempestivo chiarimento della posizione dello stesso sul piano umano, professionale e istituzionale", si legge in una nota degli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo. Nell'ambito dell'inchiesta sono stati perquisiti negli uffici del sindaco di Venezia e dell'assessore regionale Chisso.
inchiesta. Gli arresti partono da una inchiesta della Guardia di finanza di Venezia avviata circa tre anni fa. I pm Stefano Ancillotto, Stefano Buccini e Paola Tonino (Dda) avevano scoperto che l'ex manager della Mantovani Giorgio Baita, con il beneplacito del proprio braccio destro Nicolò Buson, aveva distratto dei fondi relativi al Mose, le opere di salvaguardia per Venezia, in una serie di fondi neri all'estero. Il denaro, secondo l'accusa, veniva portato da Claudia Minutillo, imprenditrice ed ex segretaria personale di Galan, a San Marino dove i soldi venivano riciclati da William Colombelli grazie alla propria azienda finanziaria Bmc.
Appalti e partiti. Le Fiamme gialle avevano scoperto che almeno 20 milioni di euro, così occultati, erano finiti in conti esteri d'oltre confine e che, probabilmente, erano indirizzati alla politica, circostanza che ha fatto scattare l'operazione di questa mattina all'alba. Secondo la ricostruzione degli inquirenti il gruppo avrebbe creato, attraverso un giro di fatture false, fondi neri indirizzati poi su conti esteri, che sarebbero serviti, almeno in parte, per finanziare politici e partiti, di ogni schieramento, durante le campagne elettorali.
Dopo questa prima fase, lo stesso pool, coordinato dalla Finanza, aveva portato in carcere Giovanni Mazzacurati ai vertici del Consorzio Venezia Nuova (Cvn). Mazzacurati, poi finito ai domiciliari, era stato definito "il grande burattinaio" di tutte le opere relative al Mose.
Indagando su di lui erano spuntate fatture false e presunte bustarelle che hanno portato all'arresto di Pio Savioli e Federico Sutto, rispettivamente consigliere e dipendente di Cvn, e quattro imprenditori che si spartivano i lavori milionari.
Il Mose. Il Mose (Modulo Sperimentale Elettromeccanico) è un'opera di ingegneria idraulica pensata negli anni '80 per difendere Venezia e la sua laguna dal fenomeno dell'acqua alta e specialmente da quelle superiori ai 110 centimetri. Il costo complessivo dell'opera è di 5493 milioni di euro e lo stato di avanzamento dei lavori è pari all'87% e. Nel mese di ottobre, serviva ancora un miliardo di
Le persone finite in manette sono in tutto 35, mentre sono un altro centinaio gli indagati. Tra gli arrestati anche il consigliere regionale del Pd Giampiero Marchese, gli imprenditori Franco Morbiolo e Roberto Meneguzzo nonchè il generale in pensione Emilio Spaziante. La GdF ha sequestrato beni per un valore di circa 40 milioni di euro.
Coinvolto Galan. E una richiesta di arresto è stata formulata per il senatore di Forza Italia Giancarlo Galan. Trattandosi di un deputato, gli atti dovranno essere trasmessi alla Camera dei deputati. Galan è coinvolto per il periodo in cui è stato presidente della Regione Veneto, dal 2005 al 2010.
La posizione del sindaco Orsoni. La Guardia di Finanza sta ancora portando avanti controlli sul territorio in Veneto, Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna con oltre 300 uomini. Secondo i legali del sindaco Orsoni "le circostanze contestate nel provvedimento notificato paiono poco credibili, gli si attribuiscono condotte non compatibili con il suo ruolo ed il suo stile di vita. "La difesa del professore Orsoni esprime preoccupazione per l'iniziativa assunta e confida in un tempestivo chiarimento della posizione dello stesso sul piano umano, professionale e istituzionale", si legge in una nota degli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo. Nell'ambito dell'inchiesta sono stati perquisiti negli uffici del sindaco di Venezia e dell'assessore regionale Chisso.
inchiesta. Gli arresti partono da una inchiesta della Guardia di finanza di Venezia avviata circa tre anni fa. I pm Stefano Ancillotto, Stefano Buccini e Paola Tonino (Dda) avevano scoperto che l'ex manager della Mantovani Giorgio Baita, con il beneplacito del proprio braccio destro Nicolò Buson, aveva distratto dei fondi relativi al Mose, le opere di salvaguardia per Venezia, in una serie di fondi neri all'estero. Il denaro, secondo l'accusa, veniva portato da Claudia Minutillo, imprenditrice ed ex segretaria personale di Galan, a San Marino dove i soldi venivano riciclati da William Colombelli grazie alla propria azienda finanziaria Bmc.
Appalti e partiti. Le Fiamme gialle avevano scoperto che almeno 20 milioni di euro, così occultati, erano finiti in conti esteri d'oltre confine e che, probabilmente, erano indirizzati alla politica, circostanza che ha fatto scattare l'operazione di questa mattina all'alba. Secondo la ricostruzione degli inquirenti il gruppo avrebbe creato, attraverso un giro di fatture false, fondi neri indirizzati poi su conti esteri, che sarebbero serviti, almeno in parte, per finanziare politici e partiti, di ogni schieramento, durante le campagne elettorali.
Dopo questa prima fase, lo stesso pool, coordinato dalla Finanza, aveva portato in carcere Giovanni Mazzacurati ai vertici del Consorzio Venezia Nuova (Cvn). Mazzacurati, poi finito ai domiciliari, era stato definito "il grande burattinaio" di tutte le opere relative al Mose.
Indagando su di lui erano spuntate fatture false e presunte bustarelle che hanno portato all'arresto di Pio Savioli e Federico Sutto, rispettivamente consigliere e dipendente di Cvn, e quattro imprenditori che si spartivano i lavori milionari.
Il Mose. Il Mose (Modulo Sperimentale Elettromeccanico) è un'opera di ingegneria idraulica pensata negli anni '80 per difendere Venezia e la sua laguna dal fenomeno dell'acqua alta e specialmente da quelle superiori ai 110 centimetri. Il costo complessivo dell'opera è di 5493 milioni di euro e lo stato di avanzamento dei lavori è pari all'87% e. Nel mese di ottobre, serviva ancora un miliardo di
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Antitrust, si indaga sui viaggi online. Istruttoria su Expedia e Booking
Viaggi online sotto indagini. L‘Antritrust, infatti, ha avviato un’istruttoria nei confronti di Booking ed Expedia, i due servizi di prenotazione viaggi online. L’oggetto delle indagini sarebbe la violazione delle norme della concorrenza, che avrebbe ostacolato la possibilità per i consumatori di trovare offerte e condizioni di viaggio migliori attraverso altre agenzie di prenotazione online o attraverso i siti web degli alberghi.
La decisione dell’Autorità, presieduta da Giovanni Pitruzzella, è stata presa dopo una segnalazione fatta da Federalberghi. L’istruttoria dovrà concludersi entro il 30 luglio 2015; come si legge nella nota pubblicata, sono finite sotto indagini “le clausole previste da Booking ed Expedia che vincolano le strutture ricettive a non offrire i propri servizi alberghieri a prezzi e condizioni migliori tramite altre agenzie di prenotazione online, e in generale, tramite qualsiasi altro canale di prenotazione “.
Secondo l’Antitrust, infatti, “l’utilizzo di queste clausole da parte delle due principali piattaforme presenti sul mercato potrebbe limitare significativamente la concorrenza sia sulle commissioni richieste alle strutture ricettive che sui prezzi dei servizi alberghieri, a danno dei consumatori finali”.
La polemica era stata sollevata nel marzo scorso da Federalberghi, che aveva attaccato i due siti di prenotazione online perché impedivano alle strutture alberghiere di abbassare i prezzi a causa di una specifica clausola, la cosiddetta “parity rate”, che non permetterebbe agli hotel di pubblicizzare offerte più vantaggiose di quelle che si trovano sulle grandi piattaforme di prenotazione. Un intermediario ingombrante, come dichiarava già qualche mese fa Alessandro Nucara, direttore generale di Federalberghi, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: “E’ come se tra l’albergatore e il cliente si frapponga sempre il portiere e imponga ad entrambi il prezzo che vuole lui senza che le due parti possano svincolarsi”, per questo chiedeva l’annullamento delle “clausole vessatorie che i portali di prenotazione impongono agli hotel e assoggettando le imprese a un regime di commissioni sempre più gravoso”.
La decisione dell’Autorità, presieduta da Giovanni Pitruzzella, è stata presa dopo una segnalazione fatta da Federalberghi. L’istruttoria dovrà concludersi entro il 30 luglio 2015; come si legge nella nota pubblicata, sono finite sotto indagini “le clausole previste da Booking ed Expedia che vincolano le strutture ricettive a non offrire i propri servizi alberghieri a prezzi e condizioni migliori tramite altre agenzie di prenotazione online, e in generale, tramite qualsiasi altro canale di prenotazione “.
Secondo l’Antitrust, infatti, “l’utilizzo di queste clausole da parte delle due principali piattaforme presenti sul mercato potrebbe limitare significativamente la concorrenza sia sulle commissioni richieste alle strutture ricettive che sui prezzi dei servizi alberghieri, a danno dei consumatori finali”.
La polemica era stata sollevata nel marzo scorso da Federalberghi, che aveva attaccato i due siti di prenotazione online perché impedivano alle strutture alberghiere di abbassare i prezzi a causa di una specifica clausola, la cosiddetta “parity rate”, che non permetterebbe agli hotel di pubblicizzare offerte più vantaggiose di quelle che si trovano sulle grandi piattaforme di prenotazione. Un intermediario ingombrante, come dichiarava già qualche mese fa Alessandro Nucara, direttore generale di Federalberghi, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: “E’ come se tra l’albergatore e il cliente si frapponga sempre il portiere e imponga ad entrambi il prezzo che vuole lui senza che le due parti possano svincolarsi”, per questo chiedeva l’annullamento delle “clausole vessatorie che i portali di prenotazione impongono agli hotel e assoggettando le imprese a un regime di commissioni sempre più gravoso”.
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Il Napoli di Genny A' carogna vince la Coppa Italia della vergogna
Tentato omicidio. E’ questa l’accusa con cui la polizia di Roma ha arrestato Daniele De Santis, 48enne romano, già noto alle forze dell’ordine proprio perché già protagonista di reati da stadio. Le manette direttamente nell’ospedale in cui è stato ricoverato dopo che ieri aveva riportato una frattura alla gamba negli scontri con i tifosi napoletani. Disordini che, a sentire la questura, sono partiti proprio dal vivaio in cui De Santis lavora come custode. Anzi. E’ stato lui che, stando a una delle ipotesi fornita agli inquirenti, avrebbe innescato la miccia che ha scatenato il finimondo. De Santis avrebbe provocato alcuni tifosi del Napoli lanciando contro di loro dei fumogeni. I tifosi azzurri avrebbero reagito e l’uomo avrebbe risposto esplodendo dei colpi d’arma da fuoco (Ciro Esposito, 30 anni, di Napoli, lotta ancora tra la vita e la morte). Questo è quanto sarebbe emerso dalle versioni di alcuni testimoni.
Chi indaga, ora, aspetta di interrogare il tifoso arrestato, che è ancora piantonato al policlinico Gemelli. Perché ancora non è chiaro quale è stata la vera scintilla che ha portato agli scontri. Per i napoletani si è trattato di un agguato premeditato. Gli agenti, invece, tendono a credere ad un’altra ricostruzione: i napoletani avrebbero riconosciuto De Santis anche per via di un tatuaggio sulla mano (‘Spqr‘) e lo avrebbero aggredito nell’esercizio commerciale in cui lavora. Tra tanti dubbi due certezze: il 48enne romano è stato trovato nel ‘suo’ vivaio privo di sensi, con la testa insanguinata. Poco distante una pistola semiautomatica calibro 7,65 con matricola abrasa, da cui sono partiti i sette colpi che hanno ferito i tifosi del Napoli. Agli agenti, ora, il compito di chiarire la dinamica e di rispondere alla domanda più importante: si è trattato di un ‘normale’ scontro pre-gara o un regolamento di conti organizzato a tavolino? Perché in tal senso la presenza del capoultras romanista nel vivaio-discoteca di Tor di Quinto, con la pistola pronta a far fuoco proprio quando stavano transitando i tifosi napoletani, merita risposte più approfondite di quel “causa occasionale” con cui la polizia ha motivato la sparatoria.
Daniele ‘Gastone’ De Santis, la curva e quel derby del 2004 deciso dalla curva della Roma
Il nome di Daniele De Santis, del resto, negli ambienti di destra della curva romanista dice poco: qui è conosciuto come Gastone ed è un punto di riferimento per tutto il tifo giallorosso. Nel 2004, lui ed altri sei tifosi riuscirono a non far giocare il derby Roma-Lazio. I fatti di quei giorni sono tristemente noti. Prima della stracittadina, tra ultras laziali e romanisti fu diffusa ad arte la notizia (falsa) che durante i violenti scontri tra fazioni opposte nei pressi dello stadio Olimpico era morto un bambino perché schiacciato da una camionetta della polizia. Non era vero, ma i tifosi, dopo un conciliabolo in campo con Francesco Totti, impedirono l’inizio del match. Come andò a finire quella storia? Che il 25 settembre del 2008 il tribunale di Roma decise che “non si doveva procedere” nei confronti dei sette. Reato andato in prescrizione: vittoria dei tifosi e di Gastone, già prescritto per altre contestazioni specifiche. Quali? Invasione di campo, violenza privata e istigazione a disobbedire alle leggi dello Stato.
Reati da stadio, reati da ultras. Perché ‘Gastone’, a Roma, questo è: un capo ultras, di destra, con amicizie importanti anche nella curva della Lazio. Da almeno due decenni. Le forze dell’ordine lo conoscevano bene già primadel mancato derby del 2004. Nel 1996, ad esempio, De Santis fu arrestato insieme ad altri tifosi giallorossi e ad esponenti di estrema destra romana perché autori di una serie di ricatti all’allora presidente della As Roma Franco Sensi. Biglietti omaggio o diserzione e incidenti: questo il ricatto di Gastone e gli altri al petroliere capitolino. La conferma della stretegia in un’intercettazione raccolta dalla polizia: “Se non ci dai i biglietti facciamo lo sciopero del tifo, e allo stato non ci verrà più nessuno. Oppure sfasciamo tutto, vedi un po’ se ti conviene”. Ma nel pedigree di Daniele ‘Gastone’ De Santis c’è anche un altro precedente: era il 20 novembre 1994 quando il 48enne fu arrestato insieme ad altre 18 persone per gli scontri durante Brescia-Roma, in cui fu accoltellato il vice questore di polizia Giovanni Selmin. In quell’occasione per poco non ci scappò il morto: i giallorossi ferirono gravemente a colpi d’ascia 16 agenti. De Santis (di cui i tifosi romanisti ascoltavano la voce nelle radio private) fu assolto insieme ad altri quattro tifosi per “non aver commesso il fatto”. Aveva 28 anni. Fu l’inizio ‘ufficiale’ della sua carriera da ultras: dopo dieci anni è riuscito a non far giocare un derby, dopo venti ha fatto scoppiare l’inferno prima di Napoli-Fiorentina.
La questura conferma: “Partita iniziata in ritardo per dare informazioni ai tifosi del Napoli”
Al vaglio della polizia anche le posizioni degli altri protagonisti della rissa a cui sarebbe seguita la sparatoria. Il bilancio degli eventi che ruotano intorno alla partita conta anche sette feriti, cinque agenti delle forze dell’ordine e due steward, durante l’afflusso dei tifosi allo stadio nel tentativo di impedire che le opposte tifoserie venissero a contatto. Inoltre un 33enne tifoso del Napoli è stato arrestato per resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale: l’uomo è stato sanzionato con un Daspo per cinque anni. Altri due tifosi del Napoli sono stati denunciati, uno per resistenza a pubblico ufficiale, l’altro per possesso di un petardo: entrambi sono stati sanzionati anche loro con il Daspo. Il più grave dei tifosi feriti, Ciro Esposito, è stato sottoposto ieri sera a un’operazione all’ospedale ‘Villa San Pietro’ ed è stato poi trasferito al Policlinico Gemelli: le sue condizioni di salute restano gravi dato che un proiettile ha quasi raggiunto la colonna vertebrale. Il ragazzo è ricoverato nel reparto rianimazione. La questura, intanto, ha diramato una nota in cui ha confermato che la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina è iniziata in ritardo “in quanto ai supporter napoletani sono state fornite notizie circa lo stato di salute dei feriti” che si sono registrati nei disordini avvenuti nei pressi dello stadio prima della partita. Poi il teatrino con Genny ‘a Carogna, il capoultras napoletano che ha virtualmente (ma non solo) deciso che si poteva giocare.
Chi indaga, ora, aspetta di interrogare il tifoso arrestato, che è ancora piantonato al policlinico Gemelli. Perché ancora non è chiaro quale è stata la vera scintilla che ha portato agli scontri. Per i napoletani si è trattato di un agguato premeditato. Gli agenti, invece, tendono a credere ad un’altra ricostruzione: i napoletani avrebbero riconosciuto De Santis anche per via di un tatuaggio sulla mano (‘Spqr‘) e lo avrebbero aggredito nell’esercizio commerciale in cui lavora. Tra tanti dubbi due certezze: il 48enne romano è stato trovato nel ‘suo’ vivaio privo di sensi, con la testa insanguinata. Poco distante una pistola semiautomatica calibro 7,65 con matricola abrasa, da cui sono partiti i sette colpi che hanno ferito i tifosi del Napoli. Agli agenti, ora, il compito di chiarire la dinamica e di rispondere alla domanda più importante: si è trattato di un ‘normale’ scontro pre-gara o un regolamento di conti organizzato a tavolino? Perché in tal senso la presenza del capoultras romanista nel vivaio-discoteca di Tor di Quinto, con la pistola pronta a far fuoco proprio quando stavano transitando i tifosi napoletani, merita risposte più approfondite di quel “causa occasionale” con cui la polizia ha motivato la sparatoria.
Daniele ‘Gastone’ De Santis, la curva e quel derby del 2004 deciso dalla curva della Roma
Il nome di Daniele De Santis, del resto, negli ambienti di destra della curva romanista dice poco: qui è conosciuto come Gastone ed è un punto di riferimento per tutto il tifo giallorosso. Nel 2004, lui ed altri sei tifosi riuscirono a non far giocare il derby Roma-Lazio. I fatti di quei giorni sono tristemente noti. Prima della stracittadina, tra ultras laziali e romanisti fu diffusa ad arte la notizia (falsa) che durante i violenti scontri tra fazioni opposte nei pressi dello stadio Olimpico era morto un bambino perché schiacciato da una camionetta della polizia. Non era vero, ma i tifosi, dopo un conciliabolo in campo con Francesco Totti, impedirono l’inizio del match. Come andò a finire quella storia? Che il 25 settembre del 2008 il tribunale di Roma decise che “non si doveva procedere” nei confronti dei sette. Reato andato in prescrizione: vittoria dei tifosi e di Gastone, già prescritto per altre contestazioni specifiche. Quali? Invasione di campo, violenza privata e istigazione a disobbedire alle leggi dello Stato.
Reati da stadio, reati da ultras. Perché ‘Gastone’, a Roma, questo è: un capo ultras, di destra, con amicizie importanti anche nella curva della Lazio. Da almeno due decenni. Le forze dell’ordine lo conoscevano bene già primadel mancato derby del 2004. Nel 1996, ad esempio, De Santis fu arrestato insieme ad altri tifosi giallorossi e ad esponenti di estrema destra romana perché autori di una serie di ricatti all’allora presidente della As Roma Franco Sensi. Biglietti omaggio o diserzione e incidenti: questo il ricatto di Gastone e gli altri al petroliere capitolino. La conferma della stretegia in un’intercettazione raccolta dalla polizia: “Se non ci dai i biglietti facciamo lo sciopero del tifo, e allo stato non ci verrà più nessuno. Oppure sfasciamo tutto, vedi un po’ se ti conviene”. Ma nel pedigree di Daniele ‘Gastone’ De Santis c’è anche un altro precedente: era il 20 novembre 1994 quando il 48enne fu arrestato insieme ad altre 18 persone per gli scontri durante Brescia-Roma, in cui fu accoltellato il vice questore di polizia Giovanni Selmin. In quell’occasione per poco non ci scappò il morto: i giallorossi ferirono gravemente a colpi d’ascia 16 agenti. De Santis (di cui i tifosi romanisti ascoltavano la voce nelle radio private) fu assolto insieme ad altri quattro tifosi per “non aver commesso il fatto”. Aveva 28 anni. Fu l’inizio ‘ufficiale’ della sua carriera da ultras: dopo dieci anni è riuscito a non far giocare un derby, dopo venti ha fatto scoppiare l’inferno prima di Napoli-Fiorentina.
La questura conferma: “Partita iniziata in ritardo per dare informazioni ai tifosi del Napoli”
Al vaglio della polizia anche le posizioni degli altri protagonisti della rissa a cui sarebbe seguita la sparatoria. Il bilancio degli eventi che ruotano intorno alla partita conta anche sette feriti, cinque agenti delle forze dell’ordine e due steward, durante l’afflusso dei tifosi allo stadio nel tentativo di impedire che le opposte tifoserie venissero a contatto. Inoltre un 33enne tifoso del Napoli è stato arrestato per resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale: l’uomo è stato sanzionato con un Daspo per cinque anni. Altri due tifosi del Napoli sono stati denunciati, uno per resistenza a pubblico ufficiale, l’altro per possesso di un petardo: entrambi sono stati sanzionati anche loro con il Daspo. Il più grave dei tifosi feriti, Ciro Esposito, è stato sottoposto ieri sera a un’operazione all’ospedale ‘Villa San Pietro’ ed è stato poi trasferito al Policlinico Gemelli: le sue condizioni di salute restano gravi dato che un proiettile ha quasi raggiunto la colonna vertebrale. Il ragazzo è ricoverato nel reparto rianimazione. La questura, intanto, ha diramato una nota in cui ha confermato che la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina è iniziata in ritardo “in quanto ai supporter napoletani sono state fornite notizie circa lo stato di salute dei feriti” che si sono registrati nei disordini avvenuti nei pressi dello stadio prima della partita. Poi il teatrino con Genny ‘a Carogna, il capoultras napoletano che ha virtualmente (ma non solo) deciso che si poteva giocare.
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"Aiuto, mia madre sta morendo". Dalla Asl: "Mi spiace, è Pasqua, ci sentiamo martedì"
Locorotondo, la denuncia del figlio di una malata di Sla: "Bisognava sostituire la cannula attraverso la quale respira. Ma non c'era nessun medico disponibile".
«Aiuto, mia madre sta morendo». «Mi spiace, è Pasqua, poi c’è Pasquetta... Ci sentiamo martedì». Il dialogo, seppur surreale, purtroppo è realmente accaduto: venerdì, a Locorotondo, in provincia di Bari, quando il figlio di una paziente affetta da Sla «ad alta intensità assistenziale», «in pratica - racconta - è completamente intubata e allettata», ha chiamato il medico di riferimento della Asl che ha il compito di assistenza in caso di urgenze. «Mia madre - ricostruisce il figlio - aveva un problema con la cannula tracheostomica che era danneggiata e assolutamente da sostituire. Un’operazione non complicata, ma chiaramente che deve fare un medico». Proprio per situazioni di questo genere, in questo tipo di pazienti, la Asl di Bari ha una sorta di numero verde con un professionista da chiamare all’occorrenza. «A quel numero ha risposto non però il solito medico con cui siamo in contatto, ma un altro che mi ha detto che il collega era in ferie, che lui non poteva aiutarci né tantomeno dare un altro riferimento. Ah, e che comunque avrei potuto richiamare martedì. Certo, perché domani è Pasquetta. Peccato che mia madre non sarebbe mai arrivata a martedì». A quel punto l’unica possibilità è stato chiamare un medico “amico” che, nonostante fosse il week end di Pasqua, è andato a casa della signora per cambiare la cannula. E sostituire così un vergognoso welfare di Stato con uno più sano, fatto di deontologia e buoni sentimenti.
«Aiuto, mia madre sta morendo». «Mi spiace, è Pasqua, poi c’è Pasquetta... Ci sentiamo martedì». Il dialogo, seppur surreale, purtroppo è realmente accaduto: venerdì, a Locorotondo, in provincia di Bari, quando il figlio di una paziente affetta da Sla «ad alta intensità assistenziale», «in pratica - racconta - è completamente intubata e allettata», ha chiamato il medico di riferimento della Asl che ha il compito di assistenza in caso di urgenze. «Mia madre - ricostruisce il figlio - aveva un problema con la cannula tracheostomica che era danneggiata e assolutamente da sostituire. Un’operazione non complicata, ma chiaramente che deve fare un medico». Proprio per situazioni di questo genere, in questo tipo di pazienti, la Asl di Bari ha una sorta di numero verde con un professionista da chiamare all’occorrenza. «A quel numero ha risposto non però il solito medico con cui siamo in contatto, ma un altro che mi ha detto che il collega era in ferie, che lui non poteva aiutarci né tantomeno dare un altro riferimento. Ah, e che comunque avrei potuto richiamare martedì. Certo, perché domani è Pasquetta. Peccato che mia madre non sarebbe mai arrivata a martedì». A quel punto l’unica possibilità è stato chiamare un medico “amico” che, nonostante fosse il week end di Pasqua, è andato a casa della signora per cambiare la cannula. E sostituire così un vergognoso welfare di Stato con uno più sano, fatto di deontologia e buoni sentimenti.
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La diffamazione anche anononima è reato. Pugno duro della Cassazione sul web
ROMA - Chi parla male di una persona su Facebook, senza nominarla direttamente, ma indicando particolari che possano renderla identificabile, va incontro a una condanna per diffamazione. Lo si evince da una sentenza con cui la prima sezione penale della Cassazione ha annullato con rinvio l'assoluzione, pronunciata dalla Corte militare d'Appello di Roma, nei confronti di un maresciallo della Guardia di Finanza, che, sul proprio profilo Fb, aveva usato espressioni diffamatorie nei confronti del collega che lo aveva sostituito in un incarico.
In primo grado, il maresciallo era stato condannato dal tribunale militare di Roma a tre mesi di reclusione militare, ma in appello il verdetto era stato ribaltato. Il procuratore generale militare aveva quindi impugnato la sentenza di secondo grado in Cassazione.
Ricorso che la Suprema Corte ha ritenuto fondato, disponendo un nuovo processo d'appello. "Ai fini dell'integrazione del reato di diffamazione - si legge nella sentenza depositata oggi - è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone, indipendentemente dalla indicazione nominativa".
Osservano i giudici di 'Palazzaccio': "Il reato di diffamazione non richiede il dolo specifico, essendo sufficiente ai fini della sussistenza dell'elemento soggettivo della fattispecie la consapevolezza di pronunciare una frase lesiva dell'altrui reputazione e la volontà che la frase venga a conoscenza di più persone, anche soltanto due".
Ai fini di tale valutazione, conclude la Corte, "non può non tenersi conto dell'utilizzazione del social network, a nulla rilevando che non si tratti di strumento finalizzato a contatti istituzionali tra appartenenti alla Guardia di Finanza, nè alla circostanza che in concreto la frase sia stata letta soltanto da una persona".
In primo grado, il maresciallo era stato condannato dal tribunale militare di Roma a tre mesi di reclusione militare, ma in appello il verdetto era stato ribaltato. Il procuratore generale militare aveva quindi impugnato la sentenza di secondo grado in Cassazione.
Ricorso che la Suprema Corte ha ritenuto fondato, disponendo un nuovo processo d'appello. "Ai fini dell'integrazione del reato di diffamazione - si legge nella sentenza depositata oggi - è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone, indipendentemente dalla indicazione nominativa".
Osservano i giudici di 'Palazzaccio': "Il reato di diffamazione non richiede il dolo specifico, essendo sufficiente ai fini della sussistenza dell'elemento soggettivo della fattispecie la consapevolezza di pronunciare una frase lesiva dell'altrui reputazione e la volontà che la frase venga a conoscenza di più persone, anche soltanto due".
Ai fini di tale valutazione, conclude la Corte, "non può non tenersi conto dell'utilizzazione del social network, a nulla rilevando che non si tratti di strumento finalizzato a contatti istituzionali tra appartenenti alla Guardia di Finanza, nè alla circostanza che in concreto la frase sia stata letta soltanto da una persona".
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Blitz contro secessionisti veneti: 24 arresti. Sequestrato anche un carro armato 'artigianale'
ROMA - Blitz dei carabinieri del Ros contro un gruppo secessionista accusato di aver messo in atto "varie iniziative, anche violente", per ottenere l'indipendenza del Veneto, e non solo. L'accusa mossa dalla Procura di Brescia è quella di terrorismo (270 bis c.p.): 24 i provvedimenti restrittivi, 51 indagati in totale e 33 le perquisizioni ordinate dalla procura della Repubblica di Brescia e che hanno interessato il Veneto. Tra gli indagati nell'operazione anche un leader del movimento dei Forconi e un ex deputato, Franco Rocchetta, già sottosegretario di Stato agli Affari esteri tra il 1994 e il 1995.
Gli arresti e le perquisizioni sono state eseguite tra le province di Padova, Treviso, Rovigo, Vicenza e Verona e hanno visto impegnati i militari dei vari comandi provinciali dell'Arma. Tra gli indagati figurerebbero alcune persone vicine al noto gruppo dei Serenissimi e il presidente e la segretaria della Life, l'associazione che avrebbe avuto un ruolo particolarmente attivo nel periodo di contestazione dei cosiddetti Forconi dell'8 dicembre scorso. L'epicentro dell'indagine sarebbe Casale di Scodosia, nel Padovano.
Nelle ordinanze di custodia cautelare, emesse dal gip del tribunale di Brescia su richiesta della procura, sono contestati i reati di associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell'ordine democratico e fabbricazione e detenzione di armi da guerra.
A intervenire sulla vicenda via Facebook è il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini: nel post, il numero uno del Carroccio attacca lo Stato che "libera i delinquenti e arresta indipendentisti".
Gli arresti e le perquisizioni sono state eseguite tra le province di Padova, Treviso, Rovigo, Vicenza e Verona e hanno visto impegnati i militari dei vari comandi provinciali dell'Arma. Tra gli indagati figurerebbero alcune persone vicine al noto gruppo dei Serenissimi e il presidente e la segretaria della Life, l'associazione che avrebbe avuto un ruolo particolarmente attivo nel periodo di contestazione dei cosiddetti Forconi dell'8 dicembre scorso. L'epicentro dell'indagine sarebbe Casale di Scodosia, nel Padovano.
Nelle ordinanze di custodia cautelare, emesse dal gip del tribunale di Brescia su richiesta della procura, sono contestati i reati di associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell'ordine democratico e fabbricazione e detenzione di armi da guerra.
A intervenire sulla vicenda via Facebook è il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini: nel post, il numero uno del Carroccio attacca lo Stato che "libera i delinquenti e arresta indipendentisti".
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Baby squillo, indagati venti clienti. C’è anche il marito della Mussolini
ROMA — Sono stati iscritti nel registro degli indagati i clienti delle baby squillo dei Parioli. Quelli che secondo i pm sapevano che le due ragazzine erano minorenni. Una ventina in tutto, e tra loro c’è anche il marito di Alessandra Mussolini, Mauro Floriani. Per lui, come per gli altri, l’accusa è di prostituzione minorile.
Ex ufficiale della Guardia di Finanza, da quasi vent’anni passato ai vertici delle Ferrovie dello Stato, il "capitano Mussolini", così era soprannominato, è stato identificato dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma delegati alle indagini sul caso delle due minorenni che si prostituivano nella zona più chic della capitale.
I militari avevano già il suo nome (anche se lui non lo sapeva) quando Floriani si è presentato spontaneamente per spiegare che il suo numero poteva essere tra quelli finiti nelle intercettazioni. E, in effetti, gli indagati sono stati trovati proprio così: grazie a uno screening a tappeto e minuzioso tra le centinaia e centinaia di telefonate che arrivavano sui cellulari di Serena ed Emanuela (i nomi sono di fantasia). Le due ragazze, come svelarono le indagini che hanno portato all’arresto, lo scorso ottobre, di cinque persone (tra cui anche la madre di una delle due), ricevevano tantissime chiamate di aspiranti clienti. Chiamate che ha fatto anche lui, il marito della Mussolini. Floriani ha respinto ogni accusa con i carabinieri che hanno raccolto la sua “autodenuncia” e ha negato di avere avuto rapporti con le due adolescenti, ma il procuratore aggiunto Maria Monteleone e il pubblico ministero Cristiana Macchiusi hanno comunque deciso di iscriverlo tra gli indagati per prostituzione minorile, reato che prevede la reclusione da uno a sei anni. Probabile, dunque, che la sua versione non abbia convinto gli inquirenti.
O, forse, semplicemente, la ricostruzione fatta dagli investigatori smentisce la sua tesi difensiva. Insieme a Floriani, sono una ventina i clienti identificati e inquisiti perché, secondo gli inquirenti, a conoscenza della
minore età delle due ragazze. Il numero potrebbe crescere ancora, le indagini proseguono: questo fascicolo è stato stralciato da quello che aveva portato agli arresti dei protettori, di alcuni clienti e della madre di una delle due minorenni, colpevole, secondo l'accusa, di avere indotto la figlia a prostituirsi. Per questi la procura sembra intenzionata a chiedere il processo con rito immediato.
Floriani, attualmente dirigente di Fs Logistica Spa, ha lasciato le Fiamme Gialle nel 1996 per un più remunerativo incarico come manager delle Ferrovie. Un passaggio che creò non poche polemiche all'epoca, anche perché come capitano della Finanza Floriani aveva lavorato a stretto contatto con Antonio Di Pietro nell'inchiesta sulla maxi tangente Enimont. E a dirigere la società che lo stava assumendo c'era Lorenzo Necci, presidente del colosso proprio all'epoca delle indagini. Floriani non ha mai nascosto le sue simpatie per il Pdl, partito in cui milita la moglie, tanto da essere stato anche in odore di candidatura qualche tempo fa.
All'epoca del cambio di lavoro fu proprio sua moglie Alessandra Mussolini a mettere a tacere le polemiche, spiegando ai giornalisti che quell'incarico a Metropolis, società che gestiva il patrimonio immobiliare delle Ferrovie, era arrivato due anni dopo la fine del processo. "Ora teniamo famiglia, abbiamo una figlia - disse la senatrice che, all'epoca, lo difese a spada tratta - Avremmo dovuto lasciarla crescere con una madre che sta sempre in giro a far politica e un padre sballottato continuamente da una caserma all'altra dell'Italia? Eh no, signori miei: abbiamo avuto l'occasione di mettere a posto le cose e non ce la siamo fatta sfuggire".
Ex ufficiale della Guardia di Finanza, da quasi vent’anni passato ai vertici delle Ferrovie dello Stato, il "capitano Mussolini", così era soprannominato, è stato identificato dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma delegati alle indagini sul caso delle due minorenni che si prostituivano nella zona più chic della capitale.
I militari avevano già il suo nome (anche se lui non lo sapeva) quando Floriani si è presentato spontaneamente per spiegare che il suo numero poteva essere tra quelli finiti nelle intercettazioni. E, in effetti, gli indagati sono stati trovati proprio così: grazie a uno screening a tappeto e minuzioso tra le centinaia e centinaia di telefonate che arrivavano sui cellulari di Serena ed Emanuela (i nomi sono di fantasia). Le due ragazze, come svelarono le indagini che hanno portato all’arresto, lo scorso ottobre, di cinque persone (tra cui anche la madre di una delle due), ricevevano tantissime chiamate di aspiranti clienti. Chiamate che ha fatto anche lui, il marito della Mussolini. Floriani ha respinto ogni accusa con i carabinieri che hanno raccolto la sua “autodenuncia” e ha negato di avere avuto rapporti con le due adolescenti, ma il procuratore aggiunto Maria Monteleone e il pubblico ministero Cristiana Macchiusi hanno comunque deciso di iscriverlo tra gli indagati per prostituzione minorile, reato che prevede la reclusione da uno a sei anni. Probabile, dunque, che la sua versione non abbia convinto gli inquirenti.
O, forse, semplicemente, la ricostruzione fatta dagli investigatori smentisce la sua tesi difensiva. Insieme a Floriani, sono una ventina i clienti identificati e inquisiti perché, secondo gli inquirenti, a conoscenza della
minore età delle due ragazze. Il numero potrebbe crescere ancora, le indagini proseguono: questo fascicolo è stato stralciato da quello che aveva portato agli arresti dei protettori, di alcuni clienti e della madre di una delle due minorenni, colpevole, secondo l'accusa, di avere indotto la figlia a prostituirsi. Per questi la procura sembra intenzionata a chiedere il processo con rito immediato.
Floriani, attualmente dirigente di Fs Logistica Spa, ha lasciato le Fiamme Gialle nel 1996 per un più remunerativo incarico come manager delle Ferrovie. Un passaggio che creò non poche polemiche all'epoca, anche perché come capitano della Finanza Floriani aveva lavorato a stretto contatto con Antonio Di Pietro nell'inchiesta sulla maxi tangente Enimont. E a dirigere la società che lo stava assumendo c'era Lorenzo Necci, presidente del colosso proprio all'epoca delle indagini. Floriani non ha mai nascosto le sue simpatie per il Pdl, partito in cui milita la moglie, tanto da essere stato anche in odore di candidatura qualche tempo fa.
All'epoca del cambio di lavoro fu proprio sua moglie Alessandra Mussolini a mettere a tacere le polemiche, spiegando ai giornalisti che quell'incarico a Metropolis, società che gestiva il patrimonio immobiliare delle Ferrovie, era arrivato due anni dopo la fine del processo. "Ora teniamo famiglia, abbiamo una figlia - disse la senatrice che, all'epoca, lo difese a spada tratta - Avremmo dovuto lasciarla crescere con una madre che sta sempre in giro a far politica e un padre sballottato continuamente da una caserma all'altra dell'Italia? Eh no, signori miei: abbiamo avuto l'occasione di mettere a posto le cose e non ce la siamo fatta sfuggire".
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Stamina, accolto il ricorso: sospese Commissione e bocciatura del metodo
ROMA - Il Tar del Lazio ha sospeso il decreto di nomina della Commissione del Ministero della Salute che ha bocciato il metodo Stamina. Di conseguenza, è sospeso anche il parere contrario alla sperimentazione del metodo. Accolto, dunque, il ricorso del presidente di Stamina, Davide Vannoni.
Nella loro ordinanza, i giudici amministrativi, che hanno fissato l'11 giugno l'udienza di merito, hanno anche fatto una sorta di invito al Ministero della Salute ad effettuare un'istruttoria approfondita sul tema del metodo Stamina. Stamina Foundation contestava davanti al Tar la composizione della Commissione scientifica del Ministero che ha bocciato la sperimentazione, sostenendo, che gli esperti non fossero stati imparziali, e alcuni membri si erano espressi contro il metodo prima ancora di essere nominati.
A questo proposito, nella sua ordinanza il Tar indica la necessità che ai lavori del Comitato scientifico per la sperimentazione "partecipino esperti, eventualmente anche stranieri, che sulla questione non abbiano già preso posizione o, se ciò non è possibile essendosi tutti gli esperti già esposti, che siano chiamati in seno al Comitato, in pari misura, anche coloro che si sono espressi in favore del metodo".
Come l'hanno presa i membri del comitato scientifico che al ministro Lorenzini aveva suggerito di non prendere in considerazione la sperimentazione, oggi sconfessati dal Tar? Per ora filtra solo un laconico "no comment". "Nessun commento" da Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro Nazionale Trapianti, e da Antonio Federico, ordinario di Neurologia all'Università di Siena e "past president" della Società Italiana di Neurologia (Sin), secondo cui sugli ultimi sviluppi della vicenda "sarebbe bene che si esprimesse il presidente del Comitato, Fabrizio Oleari", capo dell'Istituto Superiore di Sanità.
Soddisfazione, al contrario, per il Movimento Vite Sospese, che del ricorso al Tar vinto da Vannoni e in generale della situazione dei malati gravissimi in Italia e delle cure compassionevoli, discuterà il prossimo 7 dicembre, a Jesi, presso l'Auditorium Hotel Federico II. L'appuntamento è alle 16,30 e saranno presenti, tra gli altri, anche Vannoni e il dottor Marino Andolina. Il convegno è stato organizzato dal Movimento Vite Sospese e dall'Associazione Sicilia Risvegli onlus.
In collegamento da Roma ci saranno anche i fratelli Sandro e Marco Biviano, che dal 22 luglio scorso vivono accampati davanti a Montecitorio "in attesa - scrive il movimento - che il Ministero della Salute, il Governo, il Parlamento, i politici diano una risposta e consentano a loro e a tutti i malati gravissimi la possibilità di accedere alle cure compassionevoli del Metodo Stamina".
Ma un'altra notizia giunge dagli Usa a sostegno della Stamina Foundation: il metodo sarà testato anche a Miami. "Confermo che ci siamo resi disponibili a utilizzare le strutture del nostro Centro Trapianti Cellulari a Miami per effettuare la caratterizzazione dei prodotti cellulari come composizione cellulare, vitalità e sterilità", spiega dagli Stati Uniti all'Adnkronos Camillo Ricordi, lo scienziato italiano che dirige il Centro Trapianti Cellulari e il Diabetes Research Institute a Miami, che si è sempre detto favorevole a una verifica scientifica del metodo ideato da Davide Vannoni.
Il patron di Stamina Foundation aveva annunciato per i primi di gennaio l'inizio della sperimentazione a Miami del metodo Stamina, "con test approfonditi sulle cellule". "Il gruppo di neurofisiologi - precisa Ricordi - farà inoltre delle caratterizzazioni per determinare se ci sia un qualsiasi segno di differenziazione, anche parziale, in senso neuronale. Questi controlli di qualità - spiega il ricercatore - unitamente alla pubblicazione di tutti i dati clinici disponibili che abbiamo richiesto, dovrebbe consentirci di avere più dati obiettivi per fornire elementi utili per l'ulteriore valutazione del metodo proposto".
Nella loro ordinanza, i giudici amministrativi, che hanno fissato l'11 giugno l'udienza di merito, hanno anche fatto una sorta di invito al Ministero della Salute ad effettuare un'istruttoria approfondita sul tema del metodo Stamina. Stamina Foundation contestava davanti al Tar la composizione della Commissione scientifica del Ministero che ha bocciato la sperimentazione, sostenendo, che gli esperti non fossero stati imparziali, e alcuni membri si erano espressi contro il metodo prima ancora di essere nominati.
A questo proposito, nella sua ordinanza il Tar indica la necessità che ai lavori del Comitato scientifico per la sperimentazione "partecipino esperti, eventualmente anche stranieri, che sulla questione non abbiano già preso posizione o, se ciò non è possibile essendosi tutti gli esperti già esposti, che siano chiamati in seno al Comitato, in pari misura, anche coloro che si sono espressi in favore del metodo".
Come l'hanno presa i membri del comitato scientifico che al ministro Lorenzini aveva suggerito di non prendere in considerazione la sperimentazione, oggi sconfessati dal Tar? Per ora filtra solo un laconico "no comment". "Nessun commento" da Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro Nazionale Trapianti, e da Antonio Federico, ordinario di Neurologia all'Università di Siena e "past president" della Società Italiana di Neurologia (Sin), secondo cui sugli ultimi sviluppi della vicenda "sarebbe bene che si esprimesse il presidente del Comitato, Fabrizio Oleari", capo dell'Istituto Superiore di Sanità.
Soddisfazione, al contrario, per il Movimento Vite Sospese, che del ricorso al Tar vinto da Vannoni e in generale della situazione dei malati gravissimi in Italia e delle cure compassionevoli, discuterà il prossimo 7 dicembre, a Jesi, presso l'Auditorium Hotel Federico II. L'appuntamento è alle 16,30 e saranno presenti, tra gli altri, anche Vannoni e il dottor Marino Andolina. Il convegno è stato organizzato dal Movimento Vite Sospese e dall'Associazione Sicilia Risvegli onlus.
In collegamento da Roma ci saranno anche i fratelli Sandro e Marco Biviano, che dal 22 luglio scorso vivono accampati davanti a Montecitorio "in attesa - scrive il movimento - che il Ministero della Salute, il Governo, il Parlamento, i politici diano una risposta e consentano a loro e a tutti i malati gravissimi la possibilità di accedere alle cure compassionevoli del Metodo Stamina".
Ma un'altra notizia giunge dagli Usa a sostegno della Stamina Foundation: il metodo sarà testato anche a Miami. "Confermo che ci siamo resi disponibili a utilizzare le strutture del nostro Centro Trapianti Cellulari a Miami per effettuare la caratterizzazione dei prodotti cellulari come composizione cellulare, vitalità e sterilità", spiega dagli Stati Uniti all'Adnkronos Camillo Ricordi, lo scienziato italiano che dirige il Centro Trapianti Cellulari e il Diabetes Research Institute a Miami, che si è sempre detto favorevole a una verifica scientifica del metodo ideato da Davide Vannoni.
Il patron di Stamina Foundation aveva annunciato per i primi di gennaio l'inizio della sperimentazione a Miami del metodo Stamina, "con test approfonditi sulle cellule". "Il gruppo di neurofisiologi - precisa Ricordi - farà inoltre delle caratterizzazioni per determinare se ci sia un qualsiasi segno di differenziazione, anche parziale, in senso neuronale. Questi controlli di qualità - spiega il ricercatore - unitamente alla pubblicazione di tutti i dati clinici disponibili che abbiamo richiesto, dovrebbe consentirci di avere più dati obiettivi per fornire elementi utili per l'ulteriore valutazione del metodo proposto".
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Caselli lascia la toga: in pensione a fine 2013. Una carriera dalle Br ai No Tav
L'annuncio al Csm e ai colleghi del procuratore capo di Torino. A lasciare la toga è un magistrato che ha incrociato gli snodi della storia italiana: il terrorismo, la mafia dopo le stragi Falcone e Borsellino, l'impegno pubblico sulla giustizia, il confronto duro con il movimento della Val Susa
Gian Carlo Caselli, procuratore capo di Torino, andrà in pensione a fine anno. Lo ha annunciato lui stesso, informando il Csm e, con una email inviata oggi, i magistrati della Procura di Torino in cui li ringrazia per il lavoro svolto insieme in questi anni. Il magistrato torinese ha compiuto 74 anni il 9 maggio e ha annunciato l’intenzione di ritirarsi dalla professione il prossimo 28 dicembre.
A lasciare la toga è un protagonista della magistratura italiana. Da giovane giudice istruttore alla stessa Procura di Torino che oggi dirige si è occupato delle prime indagini sulle Brigate rosse, quando il procuratore capo era Bruno Caccia, poi assassinato dalla ‘ndrangheta nel capoluogo piemontese. Dopo un’esperienza al Csm, nel 1993 ha chiesto e ottenuto di andare a dirigere la Procura di Palermo, dopo le stragi Falcone e Borsellino, al posto del capo del pool antimafia Antonino Caponnetto. Tra i processi più clamorosi istituti sotto la sua guida, quello contro il senatore a vita Giulio Andreotti, conclusosi con l’accertamento della sua collusione con Cosa nostra fino al 1980, reato caduto però in prescrizione, e l’assoluzione per gli anni successivi.
Proprio l’atto di accusa contro Anderotti è costato a Caselli una “legge contra personam” voluta dal centrodestra. Che – giocando in parlamento proprio sui limiti di età per determinate cariche della magistratura – gli sbarrò la strada nel concorso per la guida della Procura nazionale antimafia, conquistata nel 2005 dal futuro presidente del Senato Piero Grasso.
Sempre coinvolto nel dibattito pubblico sulla giustizia, autore di diversi libri, convinto sostenitore di Magistratura democratica fin dagli esordi della sua carriera alla fine degli anni Sessanta, Caselli l’ha lasciata polemicamente nei giorni scorsi perché nell’agenda 2014 dell’associazione progressista era finito un intervento dello scrittore Erri De Luca, con parole accondiscendenti sugli anni di piombo. De Luca è peraltro un grande sostenitore del movimento No Tav, che ha spesso accusato Caselli e la Procura di Torino di aver indagato e operato arresti solo tra le fila dei manifestanti e non sulle violenze della polizia.
A lasciare la toga è un protagonista della magistratura italiana. Da giovane giudice istruttore alla stessa Procura di Torino che oggi dirige si è occupato delle prime indagini sulle Brigate rosse, quando il procuratore capo era Bruno Caccia, poi assassinato dalla ‘ndrangheta nel capoluogo piemontese. Dopo un’esperienza al Csm, nel 1993 ha chiesto e ottenuto di andare a dirigere la Procura di Palermo, dopo le stragi Falcone e Borsellino, al posto del capo del pool antimafia Antonino Caponnetto. Tra i processi più clamorosi istituti sotto la sua guida, quello contro il senatore a vita Giulio Andreotti, conclusosi con l’accertamento della sua collusione con Cosa nostra fino al 1980, reato caduto però in prescrizione, e l’assoluzione per gli anni successivi.
Proprio l’atto di accusa contro Anderotti è costato a Caselli una “legge contra personam” voluta dal centrodestra. Che – giocando in parlamento proprio sui limiti di età per determinate cariche della magistratura – gli sbarrò la strada nel concorso per la guida della Procura nazionale antimafia, conquistata nel 2005 dal futuro presidente del Senato Piero Grasso.
Sempre coinvolto nel dibattito pubblico sulla giustizia, autore di diversi libri, convinto sostenitore di Magistratura democratica fin dagli esordi della sua carriera alla fine degli anni Sessanta, Caselli l’ha lasciata polemicamente nei giorni scorsi perché nell’agenda 2014 dell’associazione progressista era finito un intervento dello scrittore Erri De Luca, con parole accondiscendenti sugli anni di piombo. De Luca è peraltro un grande sostenitore del movimento No Tav, che ha spesso accusato Caselli e la Procura di Torino di aver indagato e operato arresti solo tra le fila dei manifestanti e non sulle violenze della polizia.
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Scoperta la tomba segreta di Priebke [Scoop by Repubblica.it]
Non c'è ancora l'erba sulla terra smossa dell'ultima tomba. Terra fresca, scavata col piccone e rigettata nella fossa col badile, in fretta. Erano almeno vent'anni, qualcuno dice trenta, che qui non c'era una nuova sepoltura. Cercare nomi e date sulla pietra delle vecchie tombe è difficile. Quando un cimitero è in disuso, anche se resta consacrato e il cappellano viene a benedire nel giorno dei Morti, tutto degrada in fretta. L'erba cresce selvaggia nel quadrato del piccolo camposanto, le povere lapidi scoloriscono, il legno delle croci s'incurva, la vecchia cappella in centro al recinto bianco e quadrato sembra chiusa da secoli. E quell'unico cipresso, alto e solitario a sudovest ricorda una meridiana che segna solo il tempo passato. Ma c'è un tempo che non passa e viene a compiersi proprio qui. Perché questo è il luogo misterioso della sepoltura di Erich Priebke, capitano delle SS, l'aiutante di Kappler nel massacro delle Fosse Ardeatine, dove i tedeschi hanno giustiziato 335 prigionieri italiani per rappresaglia dopo l'attentato di via Rasella.
DIECI italiani per un tedesco, la misura criminale dell'eccidio. Una tragedia del Novecento che la lunga vita centenaria di Priebke ha tenuto aperta fino ad oggi, per una caparbietà nazista residua e intatta, che ha impedito al capitano, anche prima di morire, di chiedere scusa. Così, inevitabilmente, il caso Priebke dura oltre la morte del soldato, per quel che ha fatto e per come lo ha giudicato, offesa al dolore e alla storia, sfida aperta alla democrazia.
La prova è qui, nell'ultimo atto. Perché questo recinto dov'è sepolto Priebke - preannunciato da una croce di legno smangiato piantata in mezzo alle sterpaglie, come nel west americano - sta chiuso dentro un recinto più grande, con cancelli, riflettori, inferriate e chiavistelli. È il cimitero di un carcere, unico pezzo di terra italiana dove la morte di Priebke può tornare ad essere morte e non simbologia nazista, strumentalizzazione della teppaglia. È insieme la sede di una sepoltura dignitosa, come un Paese civile deve garantire anche al suo nemico più terribile, e la prova di un conflitto irriducibile e permanente, perché la memoria non rinuncia al giudizio su ciò che è accaduto.
Il segreto assoluto è la conferma di quanto sia ancora difficile un rendiconto pubblico e trasparente della tragedia del secolo scorso, perché una parte accetta il bilancio materiale di questa tragedia ma contesta il bilancio politico e morale. Un vecchio nazista processato e condannato deve essere sepolto con il timbro del segreto di terzo grado da parte dello Stato per questa ragione, e anche perché il peso del nome del capitano è tale che non si trova uno spazio pubblico disposto ad accoglierlo cadavere. Il direttore del carcere, convocato a Roma per sapere che avrebbe dovuto ricevere l'ospite più indesiderato d'Italia, è ripartito col vincolo del segreto, i cinque detenuti che hanno risistemato la strada bianca che porta al cimitero, hanno raddrizzato per quanto potevano le croci sulle tombe dimenticate, hanno tagliato le erbacce, non sanno ancora oggi perché lo hanno fatto. Nemmeno le guardie conoscono il nome dell'ultimo arrivato, e naturalmente non lo sa il sindaco, il presidente della Regione, la comunità cittadina.
Tuttavia attraverso il segreto che copre una procedura d'eccezione un capitano nazista autore di una strage ha potuto avere la sepoltura che una democrazia gli deve assicurare, nonostante l'orrore delle fosse comuni, di quei civili spinti nelle grotte romane in fila per cinque, con le mani legate dietro la schiena, costretti a inginocchiarsi e poi giustiziati uno ad uno con un colpo alla nuca per non sprecare proiettili. Purché il segreto non significhi anche anestesia della memoria, in uno Stato imbarazzato per ciò che dovrebbe dire ai suoi cittadini: la sepoltura del nemico (da Achille che restituisce il cadavere di Ettore a Priamo, dopo averlo trascinato nella polvere davanti alle mura di Troia) è un gesto di civiltà e un atto di umanità, che deve accompagnarsi col ricordo di quanto è avvenuto, per non dimenticare e per non smarrire la nozione del Bene e del Male, dunque del giudizio. Per questo, se non si può far conoscere il luogo che ospita la tomba, è giusto far sapere che questa vicenda è conclusa, non resta sospesa, la democrazia risponde ai suoi doveri e dunque può riprendersi i suoi diritti, a partire dal bilancio di una vicenda tragica che come vediamo ha attraversato il secolo.
***
Ma come si segreta, in pratica e in democrazia, l'atto finale di un pezzo di storia, tutto l'opposto di una questione privata? Quali sono i metodi, le procedure e i modi di questa soluzione italiana di una tragedia europea, negli anni in cui tutto è pubblico e il segreto è indifendibile? C'erano due uomini a bordo dell'auto che è arrivata alle 3.45 del mattino davanti all'ingresso dell'aeroporto militare di Pratica di mare, a 35 chilometri da Roma: ma uno solo sapeva dove stavano andando e perché. L'altro pensava a guidare, nella notte tra un sabato e una domenica di fine ottobre. Quando è entrata, la macchina è stata registrata come una normale station wagon, colore grigio. Quando è uscita era un carro funebre in incognito, con la bara del capitano Erich Priebke nascosta sotto una coperta, per l'ultimo viaggio verso una sepoltura segreta.
Quella bara che la terra rifiutava era dal 16 ottobre dentro un hangar militare vuoto, con una finestra aperta. Dopo quattro giorni alla cassa venne rifatta una zincatura completa. Poi nessuno la toccò più. Dieci giorni senza saper cosa fare del corpo del nemico. A Roma il sindaco aveva vietato la sepoltura, la Chiesa aveva proibito anche i funerali religiosi. Nel giardino della fraternità lefebvriana di Albano si svolge una frettolosa benedizione della salma, tra i saluti nazisti e le proteste antifasciste. Poi, il governo delega il caso ad una piccola unità romana di crisi, tre persone. Provano con Germania e Argentina (dove Priebke aveva vissuto prima di essere estradato in Italia) ma i due Paesi non vogliono riprendersi la salma. Tentano con due istituti religiosi, ma il nuovo clima in Vaticano consiglia di dire no. Sondano quattro sindaci, per una sepoltura anonima nei loro comuni appartati, ma la risposta è negativa per paura di incidenti, manifestazioni naziste, proteste. La strada dei cimiteri militari tedeschi in Italia è bloccata perché il capitano non è morto in guerra.
Nessuno vuole la salma del boia. È morto a cent'anni, senza pentirsi, senza mai chiedere perdono, anzi rivendicando il suo antisemitismo, negando le camere a gas, banalizzando i numeri tremendi dell'eccidio alle Fosse Ardeatine, rilanciando quel peccato tipicamente europeo (ma non solo) dell'obbedienza agli ordini ricevuti. Aveva camminato per le strade di Roma come un vecchio sopravvissuto ai suoi troppi morti, senza che la scorta dovesse mai intervenire per difenderlo, e senza mai pensare che questa era la normale diversità e superiorità della democrazia, che processa perché non dimentica, condanna in quanto vuole giustizia, ma rinuncia alla vendetta nei confronti del carnefice sconfitto.
Soltanto che da morto il corpo del vinto diventa un simbolo. Da vivo agisce, ciò che è stato entra in relazione con ciò che è, l'orrore rischia di relativizzarsi e l'uomo invecchia, si indebolisce, sembra disarmarsi e non fare più paura, come se il corpo diventasse incoerente con la ferocia degli atti compiuti che la mente invece ancora rivendica. Ma da morto non c'è più età, tutto riacquista una definitiva coerenza, l'identità si fissa per l'eternità, la morte chiede un nuovo giudizio, riapre i conti, obbliga il presente a riaccendere la memoria del passato. Il corpo è l'ultimo totem. C'è la tentazione di lottare per impadronirsene, cortocircuitando la politica e la storia per fissarle in ideologia perenne adesso che la morte non può più modificare la vicenda umana, che dunque può trapassare in simbolo.
È per evitare che la tomba del capitano diventi un sacrario nazista che l'unità di crisi sceglie la procedura segreta. Per questo prima chiede il consenso ai figli di Priebke, uno dei due non è favorevole alla cremazione, entrambi infine accettano il "funerale in località segreta temporanea, per ragioni di ordine pubblico ". A questo punto scatta il Nos, il nulla- osta di sicurezza, che consente di non rendere pubbliche le decisioni operative. Bisogna superare lo sbarramento dei sindaci, bisogna evitare pellegrinaggi nazisti sulla tomba, e anche oltraggi alla salma. Nello stesso tempo bisogna dare sepoltura al nemico, la bara nell'hangar di un aeroporto incomincia a diventare uno scandalo, la Germania chiede una conclusione dignitosa per la vicenda.
Che fare? Si riparte dallo stato giuridico del morto: era soldato, ma non può trovare posto in un cimitero militare. Era però anche detenuto, sia pure agli arresti domiciliari. E qui scatta la soluzione. Avrà una sepoltura da detenuto, nel camposanto di un carcere italiano, Così non serve il permesso di un sindaco, così soprattutto il luogo è protetto da possibili incursioni e strumentalizzazioni, così il corpo del boia può trovare una sua terra, sul suolo italiano, ma nel luogo dove si sconta la pena dopo la condanna.
Ecco dove sta andando quel carro funebre camuffato appena uscito da Pratica di mare. Un'auto civetta con due sottufficiali lo attende a un autogrill pochi chilometri dopo. Si mette in coda, come se fossero ancora possibili sorprese, farà da scorta fino alla prima tappa, due ore più tardi. Qui - sta finendo la notte - la bara trasborda, viene caricata su un altro mezzo. In piena domenica arriva a destinazione. Un altro cambio, un nuovo piccolo corteo, strade prima comode poi di mezza montagna, vento quasi d'inverno, alberi che si piegano, strade piene di foglie. Quando si alza la sbarra, il furgone passa davanti all'ultima bandiera italiana. Avanti, poi una strada bianca. Oggi non è giorno di lavoro e non è nemmeno giorno di visite, i detenuti sono in cella. Nessuno vede quando dal furgone i due sottufficiali calano pale e picconi, e incominciano a scavare la terra. Due ore dopo è tutto finito. A Roma l'unità di crisi riceverà il messaggio che aspettava: tutto a posto, operazione terminata. Per sicurezza, il governo verrà informato qualche giorno dopo. Prima di ripartire gli uomini venuti da Roma piantano sulla tomba la croce di legno scuro che era stata intagliata nella capitale. Al centro non c'è un nome e neppure una data, solo un numero. Quel numero è conservato in una busta gialla con i sigilli nella cassaforte del funzionario che ha pilotato l'operazione. Verrà consegnato al figlio di Priebke che a dicembre arriverà da New York per visitare la tomba del padre, adesso che c'è la tomba.
Troppa segretezza? Qualcuno ricorda che fu proprio per l'ossessione della segretezza che i capitani delle SS Erich Priebke e Karl Hass decisero di uccidere i cinque prigionieri in più radunati per errore nelle cave, 335 anziché i 330 del calcolo esatto della rappresaglia: perché nessuno parlasse, in quanto l'azione doveva restare segreta. Poi la notizia dell'esplosione alle Fosse Ardeatine per chiudere l'accesso alle cave, i familiari dei prigionieri scomparsi che capiscono, vanno sul posto a deporre i loro fiori, e la segretezza non riesce più a nascondere l'orrore. Il Male, che doveva restare "sconosciuto persino al sole", non riesce a nascondersi e il mondo può sapere cos'è successo a Roma, quel rituale nazista da setta che compromette tutti nel sangue, con un colpo alla nuca assegnato ad ogni ufficiale e i militari che lavoravano negli uffici spinti nelle cave ad uccidere anche loro per condividere la carneficina, introiettandola. La segretezza non riuscì a impedire al mondo, da quel giorno in poi, di conoscere il significato dei nomi di Kappler e di Priebke.
È con questo carico impossibile da sopportare che il cadavere del capitano è arrivato nel luogo della sepoltura: tutt'altro che spoglio. Attorno all'uomo delle SS si muove un mondo prigioniero, ma in pace e non in guerra. La regola è quella banale della democrazia quotidiana. Le guardie non sono armate, nelle loro divise blu. I detenuti sono in gran parte extracomunitari, molti africani, non hanno mai sentito pronunciare il nome di Priebke, credono che il cimitero sia un fabbricato del passato, dove stanno rinchiuse vecchie storie quasi senza nome, non questa, viva anche dopo la morte. Paradossalmente, è un angolo di mondo nuovo, separato dal cancello di ferro arrugginito del cimitero. E proprio qui è venuto a finire il Novecento italiano, davvero lunghissimo e ancora capace di essere pauroso. Proprio qui, in un carcere e in gran segreto, quasi come se dovesse essere protetto da se stesso
Fonte: Repubblica.it
DIECI italiani per un tedesco, la misura criminale dell'eccidio. Una tragedia del Novecento che la lunga vita centenaria di Priebke ha tenuto aperta fino ad oggi, per una caparbietà nazista residua e intatta, che ha impedito al capitano, anche prima di morire, di chiedere scusa. Così, inevitabilmente, il caso Priebke dura oltre la morte del soldato, per quel che ha fatto e per come lo ha giudicato, offesa al dolore e alla storia, sfida aperta alla democrazia.
La prova è qui, nell'ultimo atto. Perché questo recinto dov'è sepolto Priebke - preannunciato da una croce di legno smangiato piantata in mezzo alle sterpaglie, come nel west americano - sta chiuso dentro un recinto più grande, con cancelli, riflettori, inferriate e chiavistelli. È il cimitero di un carcere, unico pezzo di terra italiana dove la morte di Priebke può tornare ad essere morte e non simbologia nazista, strumentalizzazione della teppaglia. È insieme la sede di una sepoltura dignitosa, come un Paese civile deve garantire anche al suo nemico più terribile, e la prova di un conflitto irriducibile e permanente, perché la memoria non rinuncia al giudizio su ciò che è accaduto.
Il segreto assoluto è la conferma di quanto sia ancora difficile un rendiconto pubblico e trasparente della tragedia del secolo scorso, perché una parte accetta il bilancio materiale di questa tragedia ma contesta il bilancio politico e morale. Un vecchio nazista processato e condannato deve essere sepolto con il timbro del segreto di terzo grado da parte dello Stato per questa ragione, e anche perché il peso del nome del capitano è tale che non si trova uno spazio pubblico disposto ad accoglierlo cadavere. Il direttore del carcere, convocato a Roma per sapere che avrebbe dovuto ricevere l'ospite più indesiderato d'Italia, è ripartito col vincolo del segreto, i cinque detenuti che hanno risistemato la strada bianca che porta al cimitero, hanno raddrizzato per quanto potevano le croci sulle tombe dimenticate, hanno tagliato le erbacce, non sanno ancora oggi perché lo hanno fatto. Nemmeno le guardie conoscono il nome dell'ultimo arrivato, e naturalmente non lo sa il sindaco, il presidente della Regione, la comunità cittadina.
Tuttavia attraverso il segreto che copre una procedura d'eccezione un capitano nazista autore di una strage ha potuto avere la sepoltura che una democrazia gli deve assicurare, nonostante l'orrore delle fosse comuni, di quei civili spinti nelle grotte romane in fila per cinque, con le mani legate dietro la schiena, costretti a inginocchiarsi e poi giustiziati uno ad uno con un colpo alla nuca per non sprecare proiettili. Purché il segreto non significhi anche anestesia della memoria, in uno Stato imbarazzato per ciò che dovrebbe dire ai suoi cittadini: la sepoltura del nemico (da Achille che restituisce il cadavere di Ettore a Priamo, dopo averlo trascinato nella polvere davanti alle mura di Troia) è un gesto di civiltà e un atto di umanità, che deve accompagnarsi col ricordo di quanto è avvenuto, per non dimenticare e per non smarrire la nozione del Bene e del Male, dunque del giudizio. Per questo, se non si può far conoscere il luogo che ospita la tomba, è giusto far sapere che questa vicenda è conclusa, non resta sospesa, la democrazia risponde ai suoi doveri e dunque può riprendersi i suoi diritti, a partire dal bilancio di una vicenda tragica che come vediamo ha attraversato il secolo.
***
Ma come si segreta, in pratica e in democrazia, l'atto finale di un pezzo di storia, tutto l'opposto di una questione privata? Quali sono i metodi, le procedure e i modi di questa soluzione italiana di una tragedia europea, negli anni in cui tutto è pubblico e il segreto è indifendibile? C'erano due uomini a bordo dell'auto che è arrivata alle 3.45 del mattino davanti all'ingresso dell'aeroporto militare di Pratica di mare, a 35 chilometri da Roma: ma uno solo sapeva dove stavano andando e perché. L'altro pensava a guidare, nella notte tra un sabato e una domenica di fine ottobre. Quando è entrata, la macchina è stata registrata come una normale station wagon, colore grigio. Quando è uscita era un carro funebre in incognito, con la bara del capitano Erich Priebke nascosta sotto una coperta, per l'ultimo viaggio verso una sepoltura segreta.
Quella bara che la terra rifiutava era dal 16 ottobre dentro un hangar militare vuoto, con una finestra aperta. Dopo quattro giorni alla cassa venne rifatta una zincatura completa. Poi nessuno la toccò più. Dieci giorni senza saper cosa fare del corpo del nemico. A Roma il sindaco aveva vietato la sepoltura, la Chiesa aveva proibito anche i funerali religiosi. Nel giardino della fraternità lefebvriana di Albano si svolge una frettolosa benedizione della salma, tra i saluti nazisti e le proteste antifasciste. Poi, il governo delega il caso ad una piccola unità romana di crisi, tre persone. Provano con Germania e Argentina (dove Priebke aveva vissuto prima di essere estradato in Italia) ma i due Paesi non vogliono riprendersi la salma. Tentano con due istituti religiosi, ma il nuovo clima in Vaticano consiglia di dire no. Sondano quattro sindaci, per una sepoltura anonima nei loro comuni appartati, ma la risposta è negativa per paura di incidenti, manifestazioni naziste, proteste. La strada dei cimiteri militari tedeschi in Italia è bloccata perché il capitano non è morto in guerra.
Nessuno vuole la salma del boia. È morto a cent'anni, senza pentirsi, senza mai chiedere perdono, anzi rivendicando il suo antisemitismo, negando le camere a gas, banalizzando i numeri tremendi dell'eccidio alle Fosse Ardeatine, rilanciando quel peccato tipicamente europeo (ma non solo) dell'obbedienza agli ordini ricevuti. Aveva camminato per le strade di Roma come un vecchio sopravvissuto ai suoi troppi morti, senza che la scorta dovesse mai intervenire per difenderlo, e senza mai pensare che questa era la normale diversità e superiorità della democrazia, che processa perché non dimentica, condanna in quanto vuole giustizia, ma rinuncia alla vendetta nei confronti del carnefice sconfitto.
Soltanto che da morto il corpo del vinto diventa un simbolo. Da vivo agisce, ciò che è stato entra in relazione con ciò che è, l'orrore rischia di relativizzarsi e l'uomo invecchia, si indebolisce, sembra disarmarsi e non fare più paura, come se il corpo diventasse incoerente con la ferocia degli atti compiuti che la mente invece ancora rivendica. Ma da morto non c'è più età, tutto riacquista una definitiva coerenza, l'identità si fissa per l'eternità, la morte chiede un nuovo giudizio, riapre i conti, obbliga il presente a riaccendere la memoria del passato. Il corpo è l'ultimo totem. C'è la tentazione di lottare per impadronirsene, cortocircuitando la politica e la storia per fissarle in ideologia perenne adesso che la morte non può più modificare la vicenda umana, che dunque può trapassare in simbolo.
È per evitare che la tomba del capitano diventi un sacrario nazista che l'unità di crisi sceglie la procedura segreta. Per questo prima chiede il consenso ai figli di Priebke, uno dei due non è favorevole alla cremazione, entrambi infine accettano il "funerale in località segreta temporanea, per ragioni di ordine pubblico ". A questo punto scatta il Nos, il nulla- osta di sicurezza, che consente di non rendere pubbliche le decisioni operative. Bisogna superare lo sbarramento dei sindaci, bisogna evitare pellegrinaggi nazisti sulla tomba, e anche oltraggi alla salma. Nello stesso tempo bisogna dare sepoltura al nemico, la bara nell'hangar di un aeroporto incomincia a diventare uno scandalo, la Germania chiede una conclusione dignitosa per la vicenda.
Che fare? Si riparte dallo stato giuridico del morto: era soldato, ma non può trovare posto in un cimitero militare. Era però anche detenuto, sia pure agli arresti domiciliari. E qui scatta la soluzione. Avrà una sepoltura da detenuto, nel camposanto di un carcere italiano, Così non serve il permesso di un sindaco, così soprattutto il luogo è protetto da possibili incursioni e strumentalizzazioni, così il corpo del boia può trovare una sua terra, sul suolo italiano, ma nel luogo dove si sconta la pena dopo la condanna.
Ecco dove sta andando quel carro funebre camuffato appena uscito da Pratica di mare. Un'auto civetta con due sottufficiali lo attende a un autogrill pochi chilometri dopo. Si mette in coda, come se fossero ancora possibili sorprese, farà da scorta fino alla prima tappa, due ore più tardi. Qui - sta finendo la notte - la bara trasborda, viene caricata su un altro mezzo. In piena domenica arriva a destinazione. Un altro cambio, un nuovo piccolo corteo, strade prima comode poi di mezza montagna, vento quasi d'inverno, alberi che si piegano, strade piene di foglie. Quando si alza la sbarra, il furgone passa davanti all'ultima bandiera italiana. Avanti, poi una strada bianca. Oggi non è giorno di lavoro e non è nemmeno giorno di visite, i detenuti sono in cella. Nessuno vede quando dal furgone i due sottufficiali calano pale e picconi, e incominciano a scavare la terra. Due ore dopo è tutto finito. A Roma l'unità di crisi riceverà il messaggio che aspettava: tutto a posto, operazione terminata. Per sicurezza, il governo verrà informato qualche giorno dopo. Prima di ripartire gli uomini venuti da Roma piantano sulla tomba la croce di legno scuro che era stata intagliata nella capitale. Al centro non c'è un nome e neppure una data, solo un numero. Quel numero è conservato in una busta gialla con i sigilli nella cassaforte del funzionario che ha pilotato l'operazione. Verrà consegnato al figlio di Priebke che a dicembre arriverà da New York per visitare la tomba del padre, adesso che c'è la tomba.
Troppa segretezza? Qualcuno ricorda che fu proprio per l'ossessione della segretezza che i capitani delle SS Erich Priebke e Karl Hass decisero di uccidere i cinque prigionieri in più radunati per errore nelle cave, 335 anziché i 330 del calcolo esatto della rappresaglia: perché nessuno parlasse, in quanto l'azione doveva restare segreta. Poi la notizia dell'esplosione alle Fosse Ardeatine per chiudere l'accesso alle cave, i familiari dei prigionieri scomparsi che capiscono, vanno sul posto a deporre i loro fiori, e la segretezza non riesce più a nascondere l'orrore. Il Male, che doveva restare "sconosciuto persino al sole", non riesce a nascondersi e il mondo può sapere cos'è successo a Roma, quel rituale nazista da setta che compromette tutti nel sangue, con un colpo alla nuca assegnato ad ogni ufficiale e i militari che lavoravano negli uffici spinti nelle cave ad uccidere anche loro per condividere la carneficina, introiettandola. La segretezza non riuscì a impedire al mondo, da quel giorno in poi, di conoscere il significato dei nomi di Kappler e di Priebke.
È con questo carico impossibile da sopportare che il cadavere del capitano è arrivato nel luogo della sepoltura: tutt'altro che spoglio. Attorno all'uomo delle SS si muove un mondo prigioniero, ma in pace e non in guerra. La regola è quella banale della democrazia quotidiana. Le guardie non sono armate, nelle loro divise blu. I detenuti sono in gran parte extracomunitari, molti africani, non hanno mai sentito pronunciare il nome di Priebke, credono che il cimitero sia un fabbricato del passato, dove stanno rinchiuse vecchie storie quasi senza nome, non questa, viva anche dopo la morte. Paradossalmente, è un angolo di mondo nuovo, separato dal cancello di ferro arrugginito del cimitero. E proprio qui è venuto a finire il Novecento italiano, davvero lunghissimo e ancora capace di essere pauroso. Proprio qui, in un carcere e in gran segreto, quasi come se dovesse essere protetto da se stesso
Fonte: Repubblica.it
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L'Ilva verso il commissariamento
E ha aggiunto: “Siamo consapevoli che il risanamento non può essere condotto con la necessaria convinzione da chi ha determinato l’allarme ambientale di cui stiamo discutendo e che mette a rischio tante persone”. Il decreto, che “è ormai definito”,verrà adottato “nel primo pomeriggio e prevede la sospensione dei poteri degli organi societari e la nomina del commissario”. Al termine di questa fase di gestione eccezionale e straordinaria, secondo Zanonato, “potranno essere ricostituiti gli ordinari organi di amministrazione restituendo alla proprietà i suoi poteri”.
Dalle decisioni che vengono prese sull’Ilva, ha aggiunto il ministro, “dipende il futuro della siderurgia italiana e più in generale la credibilità del nostro Paese“. Perché un’eventuale chiusura dello stabilimento “avrebbe un impatto economico negativo per 8 miliardi di euro annui”. Tuttavia, ha concluso, “gli investimenti pur realizzati in questi anni non sono stati sufficienti a riequilibrare il rapporto tra produzione, salute e ambiente”, visto che “molte disposizioni totalmente o parzialmente disattese dall’azienda”.
Intanto Fabio Matacchiera, presidente del Fondo antidiossina onlus di Taranto, ha annunciato che è pronto a consegnare un esposto alla Procura di Taranto con il video girato da operai e diffuso da alcune tv nazionali che mostra le emissioni all’interno dell’acciaieria, facendo presente che porterà all’attenzione dei “magistrati e alla Commissione europea anche un altro video eclatante girato di notte nelle ore passate”.
Il gip del Tribunale di Taranto Patrizia Todisco ha concesso ieri all’Ilva la facoltà d’uso degli impianti dell’area a caldo sequestrati per inquinamento il 26 luglio 2012, pur confermando il sequestro. Nei giorni scorsi sia l’autorità giudiziaria di Milano che quella di Taranto hanno disposto il sequestro del patrimonio dei Riva. Nel primo caso i pm milanesi contestano ai proprietari di essere appropriati di oltre un miliardo di euro, finito all’estero e successivamente anche scudato. Il 24 maggio scorso invece i magistrati di Taranto hanno disposto il sequestro di 8,1 miliardi.
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Addio a Franca Rame attrice e donna coraggiosa
Franca Rame fu più di una semplice, per quanto formidabile attrice. Fu soprattutto una donna coraggiosa, capace di affrontare le dure battaglie della vita con determinazione, fierezza e grandissima dignità.
Al fianco di Dario Fo, sposato nel giugno del 1954 nella cattedrale di Sant'Ambrogio, abbracciò entusiasta l'utopia del Sessantotto, sbattendo la porta del circuito ETI e fondando il collettivo Nuova Scena. Ma presto le divergenze ideologiche condussero lei e Fo a una scelta anche più radicale. Insieme fondarono La Comune, e di quel fermento artistico e sociale l'intera scena teatrale italiana si arricchì. Gli spettacoli di satira e di controinformazione politica prodotti dala Comune si susseguirono tra aspre polemiche, sempre però acclamate dal pubblico progressista e dalla critica più aperta dell'epoca. Fecero grande rumore, soprattutto, piece come "Morte accidentale di un anarchico" e "Non si paga! Non si paga" .
Sempre insieme a Dario Fo, Franca sostenne pure l'organizzazione Soccorso Rosso Militante, sposando l'impegno sociale e politico in maniera netta. Sempre in prima fila nelle battaglie civili, nel 1971 sottoscrisse la lettera aperta pubblicata sul settimanale "L'Espresso" sul caso Pinelli, l'anarchico morto a Milano dopo essere volato dagli uffici della Questura. Ne pagò pesantemente le conseguenze: nel marzo del 1973, infatti, l'attrice venne sequestrata da esponenti dell'estrema destra e subì violenza fisica e sessuale. Ebbe la forza e il coraggio di raccontare tutto in uno spettacolo, "Lo stupro", del 1981, che ha fatto epoca.
Nelle elezioni politiche del 2006 Franca Rame fu eletta senatrice in Piemonte e sempre quell'anno Antonio Di Pietro la propose come Presidente della Repubblica. Due anni più tardi, però, l'attrice prestata alla politica abbandonò fragorosamente il Senato in aperta polemica con il leader dell'Italia dei Valori.
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Polizia contro Anonymous arresti in tutta Italia

ROMA - La polizia postale ha effettuato quattro arresti nell'ambito di un'operazione contro il crimine informatico. A finire ai domiciliari, quattro hacker che celandosi dietro il nome di "Anonymous" ed approfittando della notorietà del movimento, attaccavano i sistemi informatici di infrastrutture critiche, siti istituzionali e aziende. Oltre ai quattro arresti sono state effettuate perquisizioni a Roma, Bologna, Venezia, Lecce, Torino e Ancona. L'operazione, denominata "Tango Down", ha portato al sequestro di diverso materiale informatico.
Le indagini sono state effettuate dal Cnaipic, il Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche della polizia postale, e sono coordinate dalla procura di Roma.
Anonimi. I quattro arrestati sarebbero responsabili anche degli attacchi ai siti del governo, del Vaticano e del Parlamento. Secondo le indagini, i quattro arrestati facevano parte del movimento di Anonymous ma ne sfruttavano il logo per interessi personali. In realtà risalire ai collegamenti reali tra il gruppo hacktivista e chi poi agisce in Rete non è semplice. Capita che singoli hacker agiscano in nome di un collettivo che per definizione non ha volto e tantomeno un ordine o una catena di comando, per lo meno ufficiale. Nella nebulosità della rete hacktivista, può succedere che gli stessi hacker firmino azioni indivisuali con l'effige del gruppo, la maschera di Guy Fakwes di "V for Vendetta", senza che questa poi risulti coordinata. E sui canali "ufficiali" di Anonymous attraverso Twitter e spazi web appositi non è raro trovare dissociazioni.
Il web risponde. Le reazioni della comunità hacker italiana e mondiale non sono tardate: "Anonymous reagirà o lascerà i quattro arrestati da soli?" si legge, l'hashtag è #Freeanons. E sono molte le espressioni di solidarietà che arrivano dal mondo della cosiddetta "altra Rete". "Potete arrestare quattro persone ma non potete arrestare un'idea", qualcuno scrive su Twitter, ma nel mondo intero il giro di vite contro gli hacker è evidente: in Usa, il gruppo Lulzsec responsabile di attacchi tra gli altri contro Sony e Nintendo è stato condannato e i quattro aderenti tradotti in carcere. La condanna più breve è a 20 mesi
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Padre e figlio uccisi vicino a Milano Fermato dipendente licenziato ieri
MILANO - Duplice omicidio all'alba a Casate, una frazione di Bernate Ticino, in provincia di Milano. Un uomo di 36 anni, Davide Spadari, alle 6.25 è entrato pistola in pugno nel bar in cui i suoi ex datori di lavoro, Rocco e Salvatore Brattalotta, padre e figlio di 47 e 22 anni, stavano facendo colazione e dopo aver sparato si è diretto a piedi verso la caserma dei carabinieri per costituirsi, ma è stato fermato dai carabinieri lungo la strada. Il 35enne avrebbe sparato, secondo una prima ricostruzione, al culmine di una lite dopo la minaccia di licenziamento dal loro laboratorio di carpenteria in ferro. L'operaio avrebbe detto ai carabinieri di "non sopportare più" le due vittime per motivi personali.Sul posto sono intervenute due ambulanze, un'automedica e un elisoccorso del 118 di Milano. I carabinieri hanno anche recuperato l'arma del delitto: una pistola calibro 7.65 sulla quale sono in corso rilievi per accertarne la provenienza. Spadari ha raccontato di imprecisate angherie e vessazioni. "Mi trattavano male, mi mettevano sotto pressione", ha detto agli inquirenti, fino allo strappo finale avvenuto il giorno prima del duplice delitto, quando il datore di lavoro lo ha invitato a non presentarsi più in laboratorio. L'uomo, l'attendibilità della cui storia dovrà essere ora comunque verificata dalle indagini, ha raccontato di subire da anni prese in giro e atteggiamenti dispotici da parte del titolare e di suo figlio. Dopo l'ennesima discussione, pare che il titolare gli abbia detto di essersi "stufato di lui" e che dall'indomani avrebbe fatto meglio a "starsene a casa". Una palese minaccia di licenziamento, dunque, che però non sarebbe legata a motivi economici ma a rancori privati.
Spadari dopo il duplice omicidio si è allontanato prima in auto e poi a piedi ed è stato bloccato dai militari mentre camminava nei pressi di Cuggiono. Con sé aveva ancora la pistola usata per sparare, chiusa dentro uno zainetto che portava in spalla. I tre lavoravano per una piccola azienda edile della zona che si occupava di subappalti per i cantieri dell'Expo. In questi ultimi tempi il numero di operai si era ridotto all'osso per la mancanza di lavoro (come per quasi tutte le aziende dello stesso tipo nell'area milanese), ma a pesare sul raptus omicida dell'uomo sarebbero stati i continui screzi e i dissidi. Spadari era originario di Foggia e residente a Buscate, nel Milanese, mentre le vittime erano arrivate a Turbigo, sempre in provincia di Milano, dalla Calabria.
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Piemonte, dalle briglie per cavallo allo spumante: 52 consiglieri e Cota indagati
Tutto visto o quasi nel Lazio, in Lombardia, in Friuli e Liguria. In questa nuova inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Andrea Beconi e condotta da Giancarlo Avenati Bassi e Enrica Gabetta, di nuovo c’è che, oltre ai 52 consiglieri, è indagato anche il governatore della regione Piemonte, Roberto Cota. Il presidente leghista è tra i destinatari degli avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta della procura di Torino sui rimborsi dei gruppi regionali. Le accuse ipotizzate a vario titolo sono di peculato, finanziamento illecito dei partiti e truffa nel periodo maggio 2010-settembre 2012
Nella lista degli indagati ci sono anche due neo parlamentari del Pd, ex consiglieri: Stefano Lepri e Mino Taricco. Indagati anche nella loro veste di consiglieri regionali, Elena Maccanti (Lega), ex assessore ai Rapporti con il Consiglio regionale e l’ex assessore all’Innovazione, Massimo Giordano (Lega), che si era dimesso perché indagato in una inchiesta della Procura di Novara.
I rimborsi contestati nel periodo d’inchiesta ammontano circa a 900 mila euro. Tutti gli indagati verranno sentiti dai magistrati a partire dal prossimo 6 maggio e dovranno spiegare le ragioni per cui hanno prodotto quegli scontrini nell’elenco delle spese per cui si chiedeva il rimborso. La Procura di Torino contesta al governatore del Piemonte “alcune spese relative all’attività politica di consigliere regionale”, ma Cota si difende: “Ho sempre sostenuto in proprio la maggior parte delle spese per lo svolgimento dell’attività politica, ho utilizzato risorse del gruppo regionale per importi irrisori e nel rispetto di prassi consolidate, riducendo al minimo ogni esborso di denaro pubblico”.
Gli accertamenti riguardano i gruppi che all’inizio della legislatura, nel 2010, erano composti da almeno due consiglieri. I cosiddetti mono gruppi erano già stati presi in esame alcuni mesi fa, quando i magistrati eseguirono le prime quattro iscrizioni nel registro degli indagati a carico di Aleonora Artesio (FdS), Andrea Stara (Insieme per Bresso), Michele Giovine (Pensionati per Cota) e Maurizio Lupi (Verdi Verdi).
”Prendiamo atto e attendiamo le evoluzioni” il commento dell’assessore ai Trasporti, Barbara Bonino, che non è consigliere regionale e non è indagata. “Il Piemonte ha bisogno di approvare un bilancio e di lavorare per fare ripartire l’economia. Del resto si occupino i magistrati”. Il capogruppo della Lega, Mario Carossa, ha invece detto che valuterà eventuali dimissioni: “Noi della Lega non ci tiriamo mai indietro”.
“Sono dispiaciuto per il clima che si è creato e per quello che sta succedendo” commenta il consigliere del Pd Mauro Laus, uno dei pochi a non essere coinvolto dall’inchiesta. Tra i non indagati figurano anche i consiglieri regionali del Pd Giovanna Pentenero, Roberto Placido, che è anche il vicepresidente del Consiglio regionale, Gianni Oliva ed Elio Rostagno, questi ultimi due entrati in consiglio da poche settimane. Non sono indagati anche Sara Franchino, del gruppo Pensionati con Cota, anche lei da poco a Palazzo Lascaris, e Claudio Sacchetto, della Lega Nord, che è anche assessore regionale all’Agricoltura.
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Finte foto osé della Boldrini, Siti internet chiusi a tempo di record. Guai per un giornalista
Fonte: Il giornale
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Compagno di camera 15enne gli ruba il profilo Facebook, Lui gli fa mangiare gli escrementi
TREVISO – Gli ha “rubato” il profilo su Facebook ma, invece di chiarire la vicenda, ha pensato bene di punire il “ladro” costringendolo a mangiare degli escrementi e pulire il wc con lingua. La vicenda con protagonisti due 15enni è riferita da Il Gazzettino e confermata dai carabinieri che sono intervenuti su segnalazione dei responsabili di una casa di accoglienza del trevigiano dove i due ragazzini vivevano.L’autore del gesto è stato denunciato per violenza aggravata e minacce. La vicenda è venuta alla luce quando i due ragazzi, che condividevano la stessa stanza, non si sono presentati all’appello. Un educatore, andato a cercarli, è stato minacciato con un coltello da cucina dall’aggressore, noto come elemento problematico e particolarmente robusto e quindi anche difficile da bloccare.
”Fai silenzio o ti ammazzo”, ha detto il 15enne armato all’educatore, che però poi lo ha riportato alla ragione e ha chiamato i carabinieri.
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Cronaca
Delitto di Udine, l'indagine punta sul movente economico
UDINE - Dettagli inquietanti e nuovi dubbi sul delitto di Udine emergono dall'ordinanza della convalida del fermo delle due minorenni sospettate di omicidio preterintenzionale per la morte del pensionato Mirco Sacher. Secondo quanto scrive il giudice per l'udienza preliminare Laura Raddino, la collutazione che ha portato al decesso dell'uomo sarebbe iniziata con entrambe le due ragazze "salite a cavalcioni sopra di lui, sulla pancia e sul torace".Una giovane lo "aveva inizialmente afferrato per le mani" e l'altra "lo aveva preso per il collo" imitata poi dall'amica che, in quei momenti concitati "aveva anche ricevuto un morso al seno da Sacher forse, a dire della stessa, nel tentativo di rialzarsi". La lotta, si legge ancora nell'ordinanza, è "terminata quando, dopo che Sacher aveva detto la parola 'basta', "lo stesso era diventato viola in viso e aveva smesso di parlare e di respirare".
La decisione del gup di confermare il fermo si basa anche sui dubbi relativi alla circostanza che stando a quanto riferito dalle due indagate la colluttazione sarebbe iniziata dopo un approccio sessuale da parte di Sacher non gradito dalle quindicenni. Il giudice osserva che dopo questo tentativo una delle ragazzine è "uscita infastidita dalla vettura", subito seguita dall'amica, ma anzichè allontanarsi le due ragazze sono "rimaste vicino alla macchina, a scherzare, scambiandosi piccoli pugni per gioco mentre l'uomo cercava di avvicinarle a sè, finchè egli improvvisamente aveva fatto sbattere la testa di una contro un palo lì vicino".
A questo punto si sarebbe scatena la reazione della giovane che "lo aveva buttato a terra, arrabbiata". "Forse per far presa per rialzarsi aveva preso per il braccio l'altra giovane facendola finire a terra". Da qui era nata la lotta di cui sono stati riscontrati segni nelle visite all'ospedale Burlo Garofolo di Trieste. Oltre all'ematoma sul seno "è anche pacifico - spiega sempre il gip - che nel corso dell'ispezione è stato riscontrato un ematoma al capo" della ragazzina, compatibile con un urto contro il palo.
E' sulla scorta di questi dubbi che gli investigatori intendono risalire alle movimentazioni bancarie fino agli anni 2011 e 2012 per confrontarle con quelle di questi ultimi mesi, quando ci sono stati numerosi prelievi, e verificare se si è trattato di movimenti regolari o forzati, insoliti o no. L'inchiesta mira anche a ricostruire le spese effettuate domenica dai tre, dopo che sono praticamente spariti i 150 euro prelevati dal pensionato domenica mattina prima di incontrare le ragazze: non sarebbero stati trovati infatti soldi né in casa né in auto o addosso alle ragazze.
Gli inquirenti sembrano però persuasi che il movente dell'omicidio vada ricercato nell'ambito economico che con ogni probabilità legava i tre. A questo scopo verranno conferiti oggi alla Polizia Postale gli incarichi per svolgere la consulenza sui telefoni cellulari sia di Sacher sia delle giovani, e sui computer e sulle pagine Facebook delle minorenni, con l'obiettivo di spiegare il movente o un possibile ricatto. Nel frattempo, potrebbero essere stati raccolte preziose informazioni sulle generalità dell'uomo che ha dato un passaggio alle ragazzine dalla stazione di servizio di Limenella (Padova) alla stazione ferroviaria di Vicenza.
Intanto la Procura dei minori di Trieste si è dichiarata "soddisfatta" della convalida del fermo. "E' andato tutto secondo le nostre aspettative - ha detto il capo della Procura dei Minori di Trieste Dario Grohmann - dalla convalida del fermo alla misura cautelare". "Il gip, come immaginavo - precisa - non ha potuto escludere nulla". Saranno quindi le indagini a dover stabilire se la contestazione di omicidio preterintenzionale sia quella definitiva. "Però potrebbero emergere fatti più gravi - spiega Grohmann - e quindi potrebbe profilarsi l'omicidio volontario".
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Berlusconi si lamenta della suocera, purtroppo però è morta da 6 anni
Imperdibile retroscena dell'incontro Bersani-Berlusconi: ne racconta Amedeo La Mattina, sulla Stampa di oggi.Senza dubbio l'incontro di Palazzo Grazioli è stato cordiale, a tratti pirotecnico con il Cavaliere che si è esibito nello show del fidanzato dalle mani legate, chiuso in una gabbia dorata dalla fidanzatina Francesca Pascale, «gelosissima», che lo tiene
a casa e lo controlla a vista. A Pierluigi Bersani ed Enrico Letta, Berlusconi ha confidato: «Si è portata dietro pure la mamma. Vi rendete conto? Ho la suocera sempre tra i piedi, mi hanno cambiato la vita, non ne posso più di questa vita di educanda, aiutatemi».
Update: la mamma della Pascale, purtroppo, è morta 6 anni fa. Ora cerco di capirne di più. Toppa del retroscenista, o delirio di B?
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Cronaca
[Video esclusivo] Udine, le due ragazzine assassine riprese con la vttima
In questo video esclusivo di Sky Tg24 le due minorenni che si sono autoaccusate dell'omicidio di Mirco Sacher riprese mentre entrano in una gelateria di Remanzaco, vicino a Udine, in compagnia dell'uomo. Pochi secondi che potrebbero essere utili agli investigatori. Con loro non sembrano esserci altre persone
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