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Il bonus da 80 euro anche per cassintegrati e disoccupati
MILANO - Anche i cassintegrati, i disoccupati che percepiscono l'indennità e i lavoratori in mobilità riceveranno il bonus Irpef di 80 euro. E' quanto prevede una circolare applicativa dell'Agenzia delle Entrate sullo sgravio fiscale, ora all'attenzione del Senato sotto una pioggia di emendamenti, che dovrebbe arrivare nella busta paga di maggio. Tra le novità anche il fatto che le somme percepite come incremento della produttività, tassate al 10%, non concorrono ai fini del bonus.
L'Agenzia precisa in una nota che "il credito Irpef scatta anche per i lavoratori che percepiscono somme indirizzate a sostegno del reddito, come la cassa integrazione guadagni, l’indennità di mobilità e di disoccupazione. Non concorrono al superamento del limite di 26mila euro le somme percepite a titolo di incremento della produttività che godono di una imposta sostitutiva del 10% mentre le stesse somme, a esclusivo vantaggio del lavoratore, vengono conteggiate per calcolare l’imposta lorda da confrontare con le detrazioni da lavoro dipendente". Nel caso delle "somme a sostegno del reddito" il diritto al bonus, chiarisce la circolare, è da considerarsi "automatico", perché le somme percepite costituiscono proventi comunque conseguiti in sostituzione di redditi di lavoro dipendente, quindi assimilabili alla stessa categoria di quelli sostituiti.
Per quanto riguarda invece i redditi soggetti all’imposta sostitutiva per l’incremento
di produttività, questi (entro il limite di 3mila euro lordi) sono fuori dal calcolo della soglia di reddito di 26mila euro, tetto massimo oltre il quale si perde il diritto al bonus Irpef. "Nel 2014", spiegano dalle Entrate, "la retribuzione di produttività individuale che può beneficiare di questa agevolazione fiscale non può essere complessivamente superiore a 3mila euro lordi e questa cifra non contribuisce al raggiungimento della soglia di 26mila euro di reddito complessivo. Allo stesso tempo, precisa il documento di prassi, il reddito di lavoro dipendente assoggettato a imposta sostitutiva deve comunque essere sommato ai redditi tassati in via ordinaria per la verifica della 'capienza' dell’imposta lorda, calcolata sui redditi da lavoro rispetto alle detrazioni da lavoro spettanti". Nel conteggio dei 26mila euro, invece, bisogna considerare i redditi provenienti da affitti di immobili sotto il regime della "cedolare secca".
Tra le altre precisazioni, l'Agenzia ricorda che il bonus da 80 euro spetta anche ai lavoratori deceduti in relazione al loro periodo di lavoro nel 2014 e sarà calcolato nella dichiarazione dei redditi del lavoratore deceduto presentata da uno degli eredi.
Sul fronte del sostituto d'imposta, invece, si segnalano i ragguagli circa il calcolo del credito da erogare. La circolare specifica gli step che il sostituto d’imposta deve seguire per il calcolo del credito. Una volta calcolato il credito, la successiva ripartizione potrà avvenire tenendo conto del numero di giorni lavorati in ciascun periodo di paga. Per semplicità di applicazione, è comunque possibile utilizzare anche altri criteri, purché oggettivi e costanti, ferma restando la ripartizione dell’intero importo del credito spettante tra le retribuzioni dell’anno 2014. Ad esempio, per i rapporti di lavoro che si protraggono per l’intero anno 2014, l’importo del credito di 640 euro su base annua potrà essere erogato per un importo pari a 80 euro al mese per ciascuno degli 8 mesi che vanno da maggio a dicembre 2014.
Nel caso di contribuenti che hanno lavorato solo una parte dell’anno, inoltre, il sostituto d’imposta deve calcolare il credito sulla base del periodo di lavoro effettivo. Ad esempio, un lavoratore il cui reddito complessivo è di 22mila euro e che ha svolto 120 giorni di lavoro nel 2014 avrà diritto a un credito pari a 210,41 euro (640/365 x 120). Dopo aver individuato l’importo complessivo del credito spettante, particolare attenzione dovrà poi essere posta nella ripartizione del bonus nelle varie buste paga da maggio in poi. Infatti, l’importo da erogare nel mese andrà parametrato in base ai giorni di cui è composto il singolo mese di retribuzione.
L'Agenzia precisa in una nota che "il credito Irpef scatta anche per i lavoratori che percepiscono somme indirizzate a sostegno del reddito, come la cassa integrazione guadagni, l’indennità di mobilità e di disoccupazione. Non concorrono al superamento del limite di 26mila euro le somme percepite a titolo di incremento della produttività che godono di una imposta sostitutiva del 10% mentre le stesse somme, a esclusivo vantaggio del lavoratore, vengono conteggiate per calcolare l’imposta lorda da confrontare con le detrazioni da lavoro dipendente". Nel caso delle "somme a sostegno del reddito" il diritto al bonus, chiarisce la circolare, è da considerarsi "automatico", perché le somme percepite costituiscono proventi comunque conseguiti in sostituzione di redditi di lavoro dipendente, quindi assimilabili alla stessa categoria di quelli sostituiti.
Per quanto riguarda invece i redditi soggetti all’imposta sostitutiva per l’incremento
di produttività, questi (entro il limite di 3mila euro lordi) sono fuori dal calcolo della soglia di reddito di 26mila euro, tetto massimo oltre il quale si perde il diritto al bonus Irpef. "Nel 2014", spiegano dalle Entrate, "la retribuzione di produttività individuale che può beneficiare di questa agevolazione fiscale non può essere complessivamente superiore a 3mila euro lordi e questa cifra non contribuisce al raggiungimento della soglia di 26mila euro di reddito complessivo. Allo stesso tempo, precisa il documento di prassi, il reddito di lavoro dipendente assoggettato a imposta sostitutiva deve comunque essere sommato ai redditi tassati in via ordinaria per la verifica della 'capienza' dell’imposta lorda, calcolata sui redditi da lavoro rispetto alle detrazioni da lavoro spettanti". Nel conteggio dei 26mila euro, invece, bisogna considerare i redditi provenienti da affitti di immobili sotto il regime della "cedolare secca".
Tra le altre precisazioni, l'Agenzia ricorda che il bonus da 80 euro spetta anche ai lavoratori deceduti in relazione al loro periodo di lavoro nel 2014 e sarà calcolato nella dichiarazione dei redditi del lavoratore deceduto presentata da uno degli eredi.
Sul fronte del sostituto d'imposta, invece, si segnalano i ragguagli circa il calcolo del credito da erogare. La circolare specifica gli step che il sostituto d’imposta deve seguire per il calcolo del credito. Una volta calcolato il credito, la successiva ripartizione potrà avvenire tenendo conto del numero di giorni lavorati in ciascun periodo di paga. Per semplicità di applicazione, è comunque possibile utilizzare anche altri criteri, purché oggettivi e costanti, ferma restando la ripartizione dell’intero importo del credito spettante tra le retribuzioni dell’anno 2014. Ad esempio, per i rapporti di lavoro che si protraggono per l’intero anno 2014, l’importo del credito di 640 euro su base annua potrà essere erogato per un importo pari a 80 euro al mese per ciascuno degli 8 mesi che vanno da maggio a dicembre 2014.
Nel caso di contribuenti che hanno lavorato solo una parte dell’anno, inoltre, il sostituto d’imposta deve calcolare il credito sulla base del periodo di lavoro effettivo. Ad esempio, un lavoratore il cui reddito complessivo è di 22mila euro e che ha svolto 120 giorni di lavoro nel 2014 avrà diritto a un credito pari a 210,41 euro (640/365 x 120). Dopo aver individuato l’importo complessivo del credito spettante, particolare attenzione dovrà poi essere posta nella ripartizione del bonus nelle varie buste paga da maggio in poi. Infatti, l’importo da erogare nel mese andrà parametrato in base ai giorni di cui è composto il singolo mese di retribuzione.
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Buche stradali: pochi soldi e gare al ribasso. Ecco perché è sempre emergenza
Italia, il Paese delle buche. Basta un temporale e sulle nostre strade l’asfalto si frantuma e forma crateri pericolosissimi per ciclisti e motociclisti, potenzialmente letali per le sospensioni delle auto e per i pneumatici, specialmente quelli ribassati o “run flat”. Danni ingenti di cui sarebbe responsabile l’Amministrazione pubblica, ma per cui è difficile, lungo e costoso ottenere rimborsi. Il problema delle buche, denuncia al fattoquotidiano.it il presidente dell’Associazione bitume asfalto strade Sitep, il professor Carlo Giavarini, sta nella scarsa manutenzione stradale, che al posto di essere programmata, insegue le emergenze. Un dato evidenzia quanto sia peggiorata la situazione: nel 2013, in Italia, sono stati usati solo 22 milioni di tonnellate di “conglomerato asfaltico”, contro i 43-44 milioni di tonnellate utilizzati negli anni pre-crisi, intorno al 2006-2007.
Secondo Giavarini si tratta di un problema di scarsi finanziamenti pubblici e di gare al massimo ribasso, anche del 50%, che non garantiscono l’esecuzione a regola d’arte dei lavori e che strangolano gli operatori del settore: l’anno scorso hanno chiuso un terzo delle aziende che operano sulla strada, spesso attraverso subappalti, così come tre raffinerie che si occupavano della produzione del bitume. Ma è anche un problema di cultura, denuncia Giavarini, perché abbandonare il manto stradale a se stesso è estremamente antieconomico nel lungo termine: “Se si rinnova periodicamente lo strato superficiale di asfalto, a intervalli di 8-12 anni a seconda delle percorrenze, la spesa è limitatissima. Se invece si lasciano ammalorare anche gli strati inferiori, il costo per il ripristino può essere anche venti volte superiore”.
Ma perché spesso le riparazioni durano poco? E su una strada appena asfaltata riaffiora la vecchia buca, esattamente nella stessa posizione? “Prima di intervenire, bisogna capire da cosa dipende il dissesto. Se per esempio si formano quelle crepe ramificate che noi chiamiamo ‘a pelle di coccodrillo’, significa che c’è stato un cedimento nel sottofondo, spesso dovuto a scavi in città. In quel caso, coprire con uno strato d’asfalto non risolve il problema”. Discorso analogo per le buche profonde, che andrebbero riparate a caldo e rullate e non semplicemente coperte. Il Comune di Milano sta sperimentando nuovi materiali, già usati in altri Paesi, che secondo l’Amministrazione contengono un bitume capace di penetrare nelle spaccature e di asciugare in soli 15 minuti. Giavarini ha confermato l’esistenza, anche in Italia, di diverse ditte specializzate nella produzione di asfalti a rapida essiccazione che utilizzano resine insieme al bitume: si tratta di materiali più costosi, ma spesso gli interventi hanno una durata maggiore. “Comunque, se la strada è fatta bene le buche non si devono formare”, sostiene il presidente della Sitep, citando il caso degli Stati Uniti, dove le strade asfaltate con il cosiddetto “perpetual pavement” sono garantite anche per cinquanta anni.
“In Italia abbiamo un patrimonio di 850.000 chilometri di strade asfaltate, di cui 500.000 km di strade principali, e lo stiamo perdendo”, ha detto il presidente Giavarini. La sua associazione ha calcolato che il valore dello strato di copertura delle strade italiane principali (escluse cioè quelle urbane, secondarie, vicinali e private) vale fra gli 800 e i 900 miliardi di euro. Più difficile la valorizzazione di queste stesse strade nel loro complesso, cioè compresi i ponti, le gallerie e tutte le opere strutturali che sostengono lo strato di asfalto, ma il valore dovrebbe essere superiore ai 6.000 miliardi di euro. “In altri Paesi, come la Svizzera e la Germania, la rete stradale è considerata un patrimonio, che come tale si svaluta e sul quale è necessario investire denaro pubblico in modo da non conservarne il valore”, conclude Giavarini. “In Italia non c’è questa cultura. Anche il ministro Maurizio Lupi, con cui abbiamo un buon dialogo, parla sempre di edilizia ma dimentica l’importanza di curare e valorizzare le nostre infrastrutture”.
Secondo Giavarini si tratta di un problema di scarsi finanziamenti pubblici e di gare al massimo ribasso, anche del 50%, che non garantiscono l’esecuzione a regola d’arte dei lavori e che strangolano gli operatori del settore: l’anno scorso hanno chiuso un terzo delle aziende che operano sulla strada, spesso attraverso subappalti, così come tre raffinerie che si occupavano della produzione del bitume. Ma è anche un problema di cultura, denuncia Giavarini, perché abbandonare il manto stradale a se stesso è estremamente antieconomico nel lungo termine: “Se si rinnova periodicamente lo strato superficiale di asfalto, a intervalli di 8-12 anni a seconda delle percorrenze, la spesa è limitatissima. Se invece si lasciano ammalorare anche gli strati inferiori, il costo per il ripristino può essere anche venti volte superiore”.
Ma perché spesso le riparazioni durano poco? E su una strada appena asfaltata riaffiora la vecchia buca, esattamente nella stessa posizione? “Prima di intervenire, bisogna capire da cosa dipende il dissesto. Se per esempio si formano quelle crepe ramificate che noi chiamiamo ‘a pelle di coccodrillo’, significa che c’è stato un cedimento nel sottofondo, spesso dovuto a scavi in città. In quel caso, coprire con uno strato d’asfalto non risolve il problema”. Discorso analogo per le buche profonde, che andrebbero riparate a caldo e rullate e non semplicemente coperte. Il Comune di Milano sta sperimentando nuovi materiali, già usati in altri Paesi, che secondo l’Amministrazione contengono un bitume capace di penetrare nelle spaccature e di asciugare in soli 15 minuti. Giavarini ha confermato l’esistenza, anche in Italia, di diverse ditte specializzate nella produzione di asfalti a rapida essiccazione che utilizzano resine insieme al bitume: si tratta di materiali più costosi, ma spesso gli interventi hanno una durata maggiore. “Comunque, se la strada è fatta bene le buche non si devono formare”, sostiene il presidente della Sitep, citando il caso degli Stati Uniti, dove le strade asfaltate con il cosiddetto “perpetual pavement” sono garantite anche per cinquanta anni.
“In Italia abbiamo un patrimonio di 850.000 chilometri di strade asfaltate, di cui 500.000 km di strade principali, e lo stiamo perdendo”, ha detto il presidente Giavarini. La sua associazione ha calcolato che il valore dello strato di copertura delle strade italiane principali (escluse cioè quelle urbane, secondarie, vicinali e private) vale fra gli 800 e i 900 miliardi di euro. Più difficile la valorizzazione di queste stesse strade nel loro complesso, cioè compresi i ponti, le gallerie e tutte le opere strutturali che sostengono lo strato di asfalto, ma il valore dovrebbe essere superiore ai 6.000 miliardi di euro. “In altri Paesi, come la Svizzera e la Germania, la rete stradale è considerata un patrimonio, che come tale si svaluta e sul quale è necessario investire denaro pubblico in modo da non conservarne il valore”, conclude Giavarini. “In Italia non c’è questa cultura. Anche il ministro Maurizio Lupi, con cui abbiamo un buon dialogo, parla sempre di edilizia ma dimentica l’importanza di curare e valorizzare le nostre infrastrutture”.
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Cinque milioni di italiani non riescono a curarsi per problemi economici
ROMA - Sono sempre di più le famiglie sull'orlo della povertà e aumentano le persone che, non riuscendo a far quadrare i conti, rinunciano alle spese sanitarie. Nel periodo dal 2007 al 2012 la povertà assoluta in Italia è cresciuta di circa il 60%, arrivando a interessare il 6,8% della popolazione, quasi cinque milioni di persone. Nelle famiglie 'povere' si spendono in media per la sanità 16,34 euro al mese (pari a circa il 2% dell'intero budget familiare), rispetto ai 92,45 di media delle famiglie italiane (3,7% del budget).
I dati preoccupanti emergono dal primo Rapporto sulla povertà sanitaria e sulla donazione dei farmaci in Italia della Fondazione banco farmaceutico (Fbf), che ha utilizzato informazioni provenienti dalla 'Giornata di raccolta del farmaco' annuale (Grf), dalle donazioni delle aziende farmaceutiche e dai sistemi di monitoraggio degli oltre 1.500 enti caritativi che fanno parte della rete servita dal Banco, come riferisce un articolo per il nuovo numero on line dell'Almanacco della Scienza Cnr.
Boom di donazioni. "Tra il 2007 e il 2013 la Fbf ha incrementato la raccolta di farmaci del 241%. I farmaci donati nell'ultimo anno sono stati 1.162.859", si legge nel testo. Questo aumento è dovuto da un lato alla crescita delle donazioni durante la Grf (+23%), dall'altro al boom delle donazioni aziendali (+1345%). Il trend di forte crescita della povertà ha però aumentato la forbice tra bisogno e capacità di risposta attraverso le donazioni. Se nel 2007 la giornata riusciva a coprire quasi il 55% delle richieste, nel 2013 siamo scesi al 43,2%.
I farmaci più richiesti. Il picco di capacità di risposta è stato raggiunto nel 2011 (65,1%). Dal punto di vista economico, la Fondazione ha distribuito nel 2013 farmaci per oltre otto milioni di euro, rispetto ai 2,1 milioni di euro del 2007. Il 75% di questo valore è oggi garantito dalle aziende (era il 15% nel 2007). Per quanto riguarda le tipologie di farmaci donati, i più diffusi sono quelli contro l'acidità (11,5%), gli analgesici (11,2%), gli antiinfiammatori (7,7%), i preparati per la tosse (6,8%) e i farmaci contro i dolori articolari e muscolari (5,8%)".
Meno vincoli. Nel corso del 2013, 24 aziende hanno effettuato 274 donazioni, per un totale di oltre 812 mila confezioni. La propensione a donare è crescente nel tempo e potrebbe essere incentivata rimuovendo alcuni vincoli normativi e burocratici che ancora rendono complesso il sistema.
Alla Grf hanno aderito 3.366 farmacie, con un tasso di adesione più consistente al Nord (28% circa), rispetto a una media nazionale del 18,7%. Complessivamente sono state raccolte oltre 350 mila confezioni, di cui quasi una su tre in Lombardia.
I dati preoccupanti emergono dal primo Rapporto sulla povertà sanitaria e sulla donazione dei farmaci in Italia della Fondazione banco farmaceutico (Fbf), che ha utilizzato informazioni provenienti dalla 'Giornata di raccolta del farmaco' annuale (Grf), dalle donazioni delle aziende farmaceutiche e dai sistemi di monitoraggio degli oltre 1.500 enti caritativi che fanno parte della rete servita dal Banco, come riferisce un articolo per il nuovo numero on line dell'Almanacco della Scienza Cnr.
Boom di donazioni. "Tra il 2007 e il 2013 la Fbf ha incrementato la raccolta di farmaci del 241%. I farmaci donati nell'ultimo anno sono stati 1.162.859", si legge nel testo. Questo aumento è dovuto da un lato alla crescita delle donazioni durante la Grf (+23%), dall'altro al boom delle donazioni aziendali (+1345%). Il trend di forte crescita della povertà ha però aumentato la forbice tra bisogno e capacità di risposta attraverso le donazioni. Se nel 2007 la giornata riusciva a coprire quasi il 55% delle richieste, nel 2013 siamo scesi al 43,2%.
I farmaci più richiesti. Il picco di capacità di risposta è stato raggiunto nel 2011 (65,1%). Dal punto di vista economico, la Fondazione ha distribuito nel 2013 farmaci per oltre otto milioni di euro, rispetto ai 2,1 milioni di euro del 2007. Il 75% di questo valore è oggi garantito dalle aziende (era il 15% nel 2007). Per quanto riguarda le tipologie di farmaci donati, i più diffusi sono quelli contro l'acidità (11,5%), gli analgesici (11,2%), gli antiinfiammatori (7,7%), i preparati per la tosse (6,8%) e i farmaci contro i dolori articolari e muscolari (5,8%)".
Meno vincoli. Nel corso del 2013, 24 aziende hanno effettuato 274 donazioni, per un totale di oltre 812 mila confezioni. La propensione a donare è crescente nel tempo e potrebbe essere incentivata rimuovendo alcuni vincoli normativi e burocratici che ancora rendono complesso il sistema.
Alla Grf hanno aderito 3.366 farmacie, con un tasso di adesione più consistente al Nord (28% circa), rispetto a una media nazionale del 18,7%. Complessivamente sono state raccolte oltre 350 mila confezioni, di cui quasi una su tre in Lombardia.
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Rai, lo Stato deve 2,3 mld per il servizio pubblico
MILANO - Il canone non basta per coprire i costi del servizio pubblico. O si alza o la Rai rischia di compromettere la propria solidità patrimoniale. L'ultimatum arriva dalla Corte dei Conti, nella relazione sul bilancio della società televisiva dello Stato. La pubblicità, passata dai 942 milioni di euro del 2010 ai 647 milioni del 2012, è in forte calo e quanto versano i cittadini non copre i costi del servizio pubblico. A fronte di spese per garantire il servizio pari a 2,311 miliardi, i ricavi da canone sono stati di soli 1,813 miliardi. Il buco è di 498 milioni di euro, sceso a 346 milioni solo grazie a un po' di pubblicità residua.
Per sopravvivere, la Rai non ha ridotto le spese, ma ha chiesto al ministero dello Sviluppo economico 2,3 miliardi di euro di arretrati, pari agli extracosti generati per garantire i servizi di base. Il buco è stato accumulato negli anni che vanno dal 2005, ovvero dall'anno in cui la società per legge ha dovuto avere una gestione separata tra servizio pubblico e attività privata, ad oggi. Il governo, dal canto suo, si è voltato dall'altra parte e non ha mai risposto. Nel 2005, l'Unione europea ha imposto per evitare distorsioni nel mercato televisivo
che nel bilancio della Rai tutto ciò che è mandato in onda nell'interesse dei cittadini venga pagato con i proventi del balzello annuale chiesto a chi possiede un piccolo schermo. Il resto deve essere sostenuto dalla pubblicità per non creare una competizione sleale nei confronti delle tv private. I conti però non tornano.
L'ultima richiesta formale della Rai al governo risale al 2010, ma da allora il buco si è allargato fino agli attuali 2,3 miliardi di euro. La Corte dei Conti nella sua relazione ha sollevato di nuovo il problema, facendo notare non troppo velatamente che il canone dovrebbe essere commisurato ai costi dell'azienda. In poche parole, senza una riduzione delle spese o un intervento magnanimo del ministero, la tassa deve essere alzata. L'azienda invece non è intervenuta e anche per il 2013 ha fissato il canone (113,5 euro) "in relazione alle dinamiche inflattive e non tanto sulla base del principio di copertura dei costi del servizio pubblico”, si lamenta la Corte dei Conti. Nell'arco di nove anni (dal 2002 al 2012) il canone è aumentato di "soli" 18,2 euro, con un incremento annuo dell'1,7%.
"Il sistema - aggiunge la magistratura contabile - risulta ulteriormente aggravato dal fatto che alla determinazione del canone non seguono i ricavi complessivi attesi stante l’alto tasso di evasione dal relativo pagamento". Secondo le stime, l'evasione nel 2012 ammonta a 600 milioni di euro, pari più o meno all'attuale raccolta pubblicitaria della Rai (670 milioni): il tasso di evasione è del 27% contro l’8% della media europea. I mancati introiti sarebbero sufficienti a coprire il buco nei conti del servizio pubblico e a ripianare il bilancio della Rai che complessivamente nel 2012 ha registrato una perdita di 245 milioni di euro.
In tempi di crisi, e con le risorse pubblicitarie in forte discesa, senza un intervento del governo sul canone la società rischia di finire in bancarotta. "In questa difficile congiuntura, più che in ogni altra passata circostanza, diventa inderogabile per la concessionaria che il contratto di servizio per il triennio 2013-2015 venga negoziato dando effettiva attuazione a principi già presenti nei precedenti contratti. Più in particolare, al principio secondo il quale il finanziamento delle attività di servizio pubblico deve essere garantito con carattere di certezza e congruità per il triennio di vigenza, attraverso il canone radiotelevisivo". Per la gioia di tutti i cittadini.
Per sopravvivere, la Rai non ha ridotto le spese, ma ha chiesto al ministero dello Sviluppo economico 2,3 miliardi di euro di arretrati, pari agli extracosti generati per garantire i servizi di base. Il buco è stato accumulato negli anni che vanno dal 2005, ovvero dall'anno in cui la società per legge ha dovuto avere una gestione separata tra servizio pubblico e attività privata, ad oggi. Il governo, dal canto suo, si è voltato dall'altra parte e non ha mai risposto. Nel 2005, l'Unione europea ha imposto per evitare distorsioni nel mercato televisivo
che nel bilancio della Rai tutto ciò che è mandato in onda nell'interesse dei cittadini venga pagato con i proventi del balzello annuale chiesto a chi possiede un piccolo schermo. Il resto deve essere sostenuto dalla pubblicità per non creare una competizione sleale nei confronti delle tv private. I conti però non tornano.
L'ultima richiesta formale della Rai al governo risale al 2010, ma da allora il buco si è allargato fino agli attuali 2,3 miliardi di euro. La Corte dei Conti nella sua relazione ha sollevato di nuovo il problema, facendo notare non troppo velatamente che il canone dovrebbe essere commisurato ai costi dell'azienda. In poche parole, senza una riduzione delle spese o un intervento magnanimo del ministero, la tassa deve essere alzata. L'azienda invece non è intervenuta e anche per il 2013 ha fissato il canone (113,5 euro) "in relazione alle dinamiche inflattive e non tanto sulla base del principio di copertura dei costi del servizio pubblico”, si lamenta la Corte dei Conti. Nell'arco di nove anni (dal 2002 al 2012) il canone è aumentato di "soli" 18,2 euro, con un incremento annuo dell'1,7%.
"Il sistema - aggiunge la magistratura contabile - risulta ulteriormente aggravato dal fatto che alla determinazione del canone non seguono i ricavi complessivi attesi stante l’alto tasso di evasione dal relativo pagamento". Secondo le stime, l'evasione nel 2012 ammonta a 600 milioni di euro, pari più o meno all'attuale raccolta pubblicitaria della Rai (670 milioni): il tasso di evasione è del 27% contro l’8% della media europea. I mancati introiti sarebbero sufficienti a coprire il buco nei conti del servizio pubblico e a ripianare il bilancio della Rai che complessivamente nel 2012 ha registrato una perdita di 245 milioni di euro.
In tempi di crisi, e con le risorse pubblicitarie in forte discesa, senza un intervento del governo sul canone la società rischia di finire in bancarotta. "In questa difficile congiuntura, più che in ogni altra passata circostanza, diventa inderogabile per la concessionaria che il contratto di servizio per il triennio 2013-2015 venga negoziato dando effettiva attuazione a principi già presenti nei precedenti contratti. Più in particolare, al principio secondo il quale il finanziamento delle attività di servizio pubblico deve essere garantito con carattere di certezza e congruità per il triennio di vigenza, attraverso il canone radiotelevisivo". Per la gioia di tutti i cittadini.
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Nasce Fiat Chrysler Automobiles: sede in Olanda, fisco inglese e quotazione a New York
MILANO - Si chiamerà Fiat Chrysler Automobiles (Fca) il nuovo gruppo nato dall'unione della casa torinese e di quella di Detroit. Avrà sede legale in Olanda, la residenza a fini fiscali nel Regno Unito e sarà quotata a New York, oltre che a Milano, entro la fine dell'anno. Il consiglio di amministrazione del Lingotto ha preso la decisione ufficiale, che ricalca quanto ricostruito nei giorni scorsi da Repubblica e poi confermato dalle indicazioni provenienti dagli Stati Uniti.
Al di là della denominazione Fiat Chrysler Automobiles, per il resto cda del Lingotto ha appena confermato tutte le indiscrezioni dei giorni scorsi. "Da cinque anni abbiamo lavorato caparbiamente a questo risultato che è il più importante della mia carriera", ha commentato Sergio Marchionne, aggiungendo che il segreto del successo è stato il tentativo di "trasformare le differenze in punti di forza". Per il presidente, John Elkann, "questo è il risultato di dieci anni di ricerca per dare a Fiat soluzioni che le assicurassero di avere il proprio posto tra i costruttori".
La sede fiscale a Londra (annunciata ma non ancora
ufficializzata formalmente dal comunicato) si spiega con i vantaggi che il sitema inglese accorda a chi matura dividendi all'estero. Scelta quasi obbligata per un Paese che è ormai, essenzialmente, una piazza finanziaria. La tassazione sui dividendi favorisce anche la nuova Fiat rispetto alla legislazione italiana.
La sede legale ad Amsterdam serve soprattutto agli Agnelli che possono sfruttare il maggior peso concesso nel voto in assemblea ai soci che abbiano la maggiore quota di una società. In questo modo anche con meno del 30 per cento della nuova Fiat la famiglia di Torino potrà controllare la società, cosa che con le leggi italiane sull'Opa non sarebbe possibile.
La quotazione a Wall Street è il più scontato degli annunci della giornata. La possibilità di rivolgersi al mercato dei capitali americano è uno dei motivi che hanno spinto Marchionne a realizzare l'alleanza con Chrysler. A Milano, così come già accade per Cnh, rimarrà la quotazione secondaria del gruppo.
Al di là della denominazione Fiat Chrysler Automobiles, per il resto cda del Lingotto ha appena confermato tutte le indiscrezioni dei giorni scorsi. "Da cinque anni abbiamo lavorato caparbiamente a questo risultato che è il più importante della mia carriera", ha commentato Sergio Marchionne, aggiungendo che il segreto del successo è stato il tentativo di "trasformare le differenze in punti di forza". Per il presidente, John Elkann, "questo è il risultato di dieci anni di ricerca per dare a Fiat soluzioni che le assicurassero di avere il proprio posto tra i costruttori".
La sede fiscale a Londra (annunciata ma non ancora
ufficializzata formalmente dal comunicato) si spiega con i vantaggi che il sitema inglese accorda a chi matura dividendi all'estero. Scelta quasi obbligata per un Paese che è ormai, essenzialmente, una piazza finanziaria. La tassazione sui dividendi favorisce anche la nuova Fiat rispetto alla legislazione italiana.
La sede legale ad Amsterdam serve soprattutto agli Agnelli che possono sfruttare il maggior peso concesso nel voto in assemblea ai soci che abbiano la maggiore quota di una società. In questo modo anche con meno del 30 per cento della nuova Fiat la famiglia di Torino potrà controllare la società, cosa che con le leggi italiane sull'Opa non sarebbe possibile.
La quotazione a Wall Street è il più scontato degli annunci della giornata. La possibilità di rivolgersi al mercato dei capitali americano è uno dei motivi che hanno spinto Marchionne a realizzare l'alleanza con Chrysler. A Milano, così come già accade per Cnh, rimarrà la quotazione secondaria del gruppo.
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Fiat verso la quotazione a New York. La sede fiscale sarà in Gran Bretagna
MILANO - Settimana della verità per il futuro di Fiat-Chrysler. Dopo aver compiuto ufficialmente la scalata alla casa di Detroit, che ora è al 100% nelle mani del Lingotto, il gruppo automobilistico si prepara al consiglio di amministrazione del prossimo 29 gennaio. Oltre a conti molto attesi, c'è grande curiosità perché lo stesso Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat-Chrysler, ha spiegato che in quell'occasione verranno discussi la Borsa sulla quale verrà quotato il nuovo gruppo, la sede legale della società e anche il suo nome.
Dopo le indiscrezioni riportate da Repubblica nei giorni scorsi, è oggi il Wall Street Journal a tornare sulla vicenda e a riproporre lo schema emerso nel recente passato: Marchionne proporrà al consiglio di amministrazione il listing (la quotazione) della nuova società a New York, con residenza fiscale in Gran Bretagna. A Milano dovrebbe poi restare una quotazione del gruppo, però secondaria. Lo schema riportato dal quotidiano finanziario americano ricalca grossomodo quanto emerso anche in Italia: la settimana scorsa si è parlato di un "modello Cnh" con la decisione di fissare la sede fiscale a Londra e quella
legale in Olanda; scontata la quotazione a Wall Street con Piazza Affari con ruolo secondario. Dietro la scelta della sede legale in Olanda ci sarebbe invece il vantaggio garantito dalla legge olandese di avere azioni che valgono più delle altre - per gli azionisti di maggioranza - in sede di assemblea.
Al pressing della stampa, già in occasione del salone di Detroit Marchionne aveva giocato sulla difensiva, precisando che anche con la sede in Gran Bretagna, Fiat pagherebbe "le tasse nei Paesi in cui opera. Per gli stabilimenti e insediamenti italiani paghiamo e continueremo a pagare le tasse in Italia".
La proposta, spiega oggi il quotidiano finanziario Usa, rispecchierà quella avanzata per Cnh Industrial e lo aiuterà a evitare la difficile scelta politica fra gli Stati Uniti e l'Italia come sede del nuovo gruppo, consentendo allo stesso tempo alla società di pagare meno tasse sui dividendi. Il consiglio di amministrazione dovrà valutare la sua proposta nella riunione che precederà la diffusione dei risultati trimestrali il 29 gennaio. Gli analisti prevedono un utile netto combinato in lieve aumento per Fiat e Chrysler a 400 milioni di euro nel quarto trimestre, ma un calo del 24% per il 2013 a 1,07 miliardi di euro.
Fonte: Repubblica.it
Dopo le indiscrezioni riportate da Repubblica nei giorni scorsi, è oggi il Wall Street Journal a tornare sulla vicenda e a riproporre lo schema emerso nel recente passato: Marchionne proporrà al consiglio di amministrazione il listing (la quotazione) della nuova società a New York, con residenza fiscale in Gran Bretagna. A Milano dovrebbe poi restare una quotazione del gruppo, però secondaria. Lo schema riportato dal quotidiano finanziario americano ricalca grossomodo quanto emerso anche in Italia: la settimana scorsa si è parlato di un "modello Cnh" con la decisione di fissare la sede fiscale a Londra e quella
legale in Olanda; scontata la quotazione a Wall Street con Piazza Affari con ruolo secondario. Dietro la scelta della sede legale in Olanda ci sarebbe invece il vantaggio garantito dalla legge olandese di avere azioni che valgono più delle altre - per gli azionisti di maggioranza - in sede di assemblea.
Al pressing della stampa, già in occasione del salone di Detroit Marchionne aveva giocato sulla difensiva, precisando che anche con la sede in Gran Bretagna, Fiat pagherebbe "le tasse nei Paesi in cui opera. Per gli stabilimenti e insediamenti italiani paghiamo e continueremo a pagare le tasse in Italia".
La proposta, spiega oggi il quotidiano finanziario Usa, rispecchierà quella avanzata per Cnh Industrial e lo aiuterà a evitare la difficile scelta politica fra gli Stati Uniti e l'Italia come sede del nuovo gruppo, consentendo allo stesso tempo alla società di pagare meno tasse sui dividendi. Il consiglio di amministrazione dovrà valutare la sua proposta nella riunione che precederà la diffusione dei risultati trimestrali il 29 gennaio. Gli analisti prevedono un utile netto combinato in lieve aumento per Fiat e Chrysler a 400 milioni di euro nel quarto trimestre, ma un calo del 24% per il 2013 a 1,07 miliardi di euro.
Fonte: Repubblica.it
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Arriva la stangata per gli automobilisti. Tutti i rincari, dalla patente ai pedaggi
Con il nuovo anno arriva una vera e propria stangata per gli automobilisti italiani. I rincari per chi si mette al volante sono su tutti i fronti, dal costo per il rinnovo della patente ai pedaggi autostradali, passando per l’assicurazione. Senza dimenticare il rialzo continuo dei prezzi dei carburanti, che non risparmia neanche il gpl.
Almeno 26 euro in più per il rinnovo della patente
L’ultimo rincaro denunciato dal Codacons riguarda il costo del rinnovo della patente, che “salirà a partire dal 9 gennaio di almeno 26 euro“. L’associazione a tutela dei consumatori spiega che “nonostante i costi della procedura siano rimasti formalmente invariati (25 euro, 16 per la vecchia marca da bollo e 9 euro per i diritti di motorizzazione), vanno aggiunti 6,80 euro per la posta assicurata da saldare al momento del ritiro della patente presso l’ufficio postale (mentre prima il vecchio bollino adesivo arrivava direttamente a casa), 15 euro in più per la visita medica (essendo aumentati i compiti dei medici) e minimo 4 euro per le nuove foto tessera (se si sceglie la macchinetta e non si va da un fotografo)”.
Il rincaro dei pedaggi costerà 87 euro a famiglia
Continuano a crescere anche i prezzi dei pedaggi autostradali, con un aumento medio al casello scattato con l’anno nuovo del 3,9 per cento. Il rincaro maggiore si registra sulla Strada dei Parchi (+8,28%), seguita dalle Autostrade Centropadane (+8,01%), mentre non ci sarà nessuna variazione dei pedaggi per il Consorzio Autostrade Siciliane, le Autostrade Meridionali e la Asti-Cuneo. “Tra costi diretti e indiretti gli aumenti dei pedaggi autostradali scattati dal primo gennaio comporteranno un aggravio di 87 euro annui a famiglia”, affermano Adusbef e Federconsumatori.
Gli aumenti, quindi – sottolineano le due associazioni dei consumatori – “risultano di gran lunga superiori al tasso di inflazione e avranno ripercussioni pesanti su tutti i prezzi, andando a sommarsi alla ormai insostenibile pressione fiscale”. Mentre il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, commenta l’aumento dei prezzi dicendosi “molto preoccupato per l’aumento delle tariffe, che è un peso per famiglie e imprese. Ma le convenzioni siglate nel 2007 prevedono degli aumenti in caso di calo del traffico”. E precisa che “i gestori chiedevano aumenti del 4,9%, noi abbiamo ottenuto il 3,89%, generando un risparmio di 50 milioni”.
Benzina più cara di 1,3 centesimi, vola anche il gpl
E, se al casello il conto è sempre più salato, non c’è tregua neanche alle stazioni di servizio. Il prezzo della benzina, secondo le rilevazioni di Staffetta Quotidiana, è salito in media di 1,3 centesimi rispetto all’inizio del 2013 e anche quello del gpl è schizzato di 4,2 centesimi, mentre il diesel è sceso di 1,3 centesimi e il metano è aumentato di 0,3 centesimi. Andamento inverso, invece, sui mercati internazionali, dove si sono registrate soltanto flessioni: -2,2 centesimi al litro per la verde e -1,7 centesimi per il diesel. “Una differenza dovuta in larga parte – spiega Staffetta Quotidiana - al rafforzamento dell’euro sul dollaro, visto che i prezzi in dollari sono aumentati, rispetto a fine 2012, sia per la benzina che per il diesel”.
Il rincaro è stato particolarmente marcato a dicembre. Il prezzo della benzina, secondo quanto emerge dalle stime preliminari Istat sull’inflazione, è aumentato dell’1,3% rispetto al mese precedente, mentre il prezzo del gasolio per mezzi di trasporto ha segnato un rialzo su base mensile dell’1,2% e i prezzi degli altri carburanti, per effetto del rincaro del gpl, sono cresciuti del 5,1 per cento. “Benzina e gasolio hanno fatto registrare in questi giorni forti rincari, raggiungendo una media di 1,796 euro al litro la verde (e punte di 1,830 euro/litro) e 1,726 euro al litro il diesel”, ha avvertito il Codacons a fine dicembre, sottolineando che “il vero allarme riguarda il gpl, che ha sfondato quota 0,900 euro/litro, segnando un aumento del 15% rispetto al mese di novembre e una maggiore spesa per un pieno di 35 litri superiore ai 4 euro”.
Rc auto, rincari in vista per 1,2 milioni di italiani
Un discorso a parte riguarda infine l’assicurazione. Se il decreto Destinazione Italia ha messo in cantiere una serie di iniziative volte a ridurre i premi assicurativi degli automobilisti (anche se l’introduzione della scatola nera annunciata in pompa magna dal governo non è una novità), per molti italiani l’anno nuovo si apre all’insegna dei rincari: secondo le rilevazioni del portale Facile.it saranno quasi un milione e 200mila gli italiani che, responsabili di un incidente nel corso dell’ultimo anno, dovranno pagare un premio assicurativo più elevato.
Il sito, che ha analizzato oltre 500mila preventivi effettuati negli ultimi 30 giorni, ha rilevato rispetto all’anno scorso un nuovo calo del numero di italiani penalizzati per aver causato un sinistro: in percentuale, questi guidatori rappresentano solo il 3,67% del totale degli utenti alle prese con il rinnovo. In termini assoluti, spiega Mauro Giacobbe, responsabile business unit assicurazioni di Facile.it, “questa contrazione non è dovuta all’aumento di italiani virtuosi, quanto piuttosto alla riduzione tanto del parco auto circolante quanto dei chilometri percorsi in un anno dagli automobilisti”.
Almeno 26 euro in più per il rinnovo della patente
L’ultimo rincaro denunciato dal Codacons riguarda il costo del rinnovo della patente, che “salirà a partire dal 9 gennaio di almeno 26 euro“. L’associazione a tutela dei consumatori spiega che “nonostante i costi della procedura siano rimasti formalmente invariati (25 euro, 16 per la vecchia marca da bollo e 9 euro per i diritti di motorizzazione), vanno aggiunti 6,80 euro per la posta assicurata da saldare al momento del ritiro della patente presso l’ufficio postale (mentre prima il vecchio bollino adesivo arrivava direttamente a casa), 15 euro in più per la visita medica (essendo aumentati i compiti dei medici) e minimo 4 euro per le nuove foto tessera (se si sceglie la macchinetta e non si va da un fotografo)”.
Il rincaro dei pedaggi costerà 87 euro a famiglia
Continuano a crescere anche i prezzi dei pedaggi autostradali, con un aumento medio al casello scattato con l’anno nuovo del 3,9 per cento. Il rincaro maggiore si registra sulla Strada dei Parchi (+8,28%), seguita dalle Autostrade Centropadane (+8,01%), mentre non ci sarà nessuna variazione dei pedaggi per il Consorzio Autostrade Siciliane, le Autostrade Meridionali e la Asti-Cuneo. “Tra costi diretti e indiretti gli aumenti dei pedaggi autostradali scattati dal primo gennaio comporteranno un aggravio di 87 euro annui a famiglia”, affermano Adusbef e Federconsumatori.
Gli aumenti, quindi – sottolineano le due associazioni dei consumatori – “risultano di gran lunga superiori al tasso di inflazione e avranno ripercussioni pesanti su tutti i prezzi, andando a sommarsi alla ormai insostenibile pressione fiscale”. Mentre il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, commenta l’aumento dei prezzi dicendosi “molto preoccupato per l’aumento delle tariffe, che è un peso per famiglie e imprese. Ma le convenzioni siglate nel 2007 prevedono degli aumenti in caso di calo del traffico”. E precisa che “i gestori chiedevano aumenti del 4,9%, noi abbiamo ottenuto il 3,89%, generando un risparmio di 50 milioni”.
Benzina più cara di 1,3 centesimi, vola anche il gpl
E, se al casello il conto è sempre più salato, non c’è tregua neanche alle stazioni di servizio. Il prezzo della benzina, secondo le rilevazioni di Staffetta Quotidiana, è salito in media di 1,3 centesimi rispetto all’inizio del 2013 e anche quello del gpl è schizzato di 4,2 centesimi, mentre il diesel è sceso di 1,3 centesimi e il metano è aumentato di 0,3 centesimi. Andamento inverso, invece, sui mercati internazionali, dove si sono registrate soltanto flessioni: -2,2 centesimi al litro per la verde e -1,7 centesimi per il diesel. “Una differenza dovuta in larga parte – spiega Staffetta Quotidiana - al rafforzamento dell’euro sul dollaro, visto che i prezzi in dollari sono aumentati, rispetto a fine 2012, sia per la benzina che per il diesel”.
Il rincaro è stato particolarmente marcato a dicembre. Il prezzo della benzina, secondo quanto emerge dalle stime preliminari Istat sull’inflazione, è aumentato dell’1,3% rispetto al mese precedente, mentre il prezzo del gasolio per mezzi di trasporto ha segnato un rialzo su base mensile dell’1,2% e i prezzi degli altri carburanti, per effetto del rincaro del gpl, sono cresciuti del 5,1 per cento. “Benzina e gasolio hanno fatto registrare in questi giorni forti rincari, raggiungendo una media di 1,796 euro al litro la verde (e punte di 1,830 euro/litro) e 1,726 euro al litro il diesel”, ha avvertito il Codacons a fine dicembre, sottolineando che “il vero allarme riguarda il gpl, che ha sfondato quota 0,900 euro/litro, segnando un aumento del 15% rispetto al mese di novembre e una maggiore spesa per un pieno di 35 litri superiore ai 4 euro”.
Rc auto, rincari in vista per 1,2 milioni di italiani
Un discorso a parte riguarda infine l’assicurazione. Se il decreto Destinazione Italia ha messo in cantiere una serie di iniziative volte a ridurre i premi assicurativi degli automobilisti (anche se l’introduzione della scatola nera annunciata in pompa magna dal governo non è una novità), per molti italiani l’anno nuovo si apre all’insegna dei rincari: secondo le rilevazioni del portale Facile.it saranno quasi un milione e 200mila gli italiani che, responsabili di un incidente nel corso dell’ultimo anno, dovranno pagare un premio assicurativo più elevato.
Il sito, che ha analizzato oltre 500mila preventivi effettuati negli ultimi 30 giorni, ha rilevato rispetto all’anno scorso un nuovo calo del numero di italiani penalizzati per aver causato un sinistro: in percentuale, questi guidatori rappresentano solo il 3,67% del totale degli utenti alle prese con il rinnovo. In termini assoluti, spiega Mauro Giacobbe, responsabile business unit assicurazioni di Facile.it, “questa contrazione non è dovuta all’aumento di italiani virtuosi, quanto piuttosto alla riduzione tanto del parco auto circolante quanto dei chilometri percorsi in un anno dagli automobilisti”.
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Roma, comitati contro Acea: "Basta distacchi dell'acqua ai cittadini"
Andrea vive a Centocelle, popolare quartiere di Roma. Una mattina si sveglia e si accorge che non c’è acqua. Scende in strada a controllare il contatore, e scopre che qualcuno ha tagliato le utenze del condominio. Dodici famiglie – tra cui due anziani in assistenza, una donna incinta e un bimbo di 30 giorni – restano totalmente a secco, nemmeno il flusso di sopravvivenza per bere. «Risulta una bolletta non pagata», spiega l’operatore che ha effettuato il distacco. I condomini sono stupiti, nessuno li ha avvertiti. In effetti c’è una bolletta inevasa da 600 euro, ma l’amministratrice di condominio dice di non aver ricevuto alcuna raccomandata che avvisava del distacco. «Io non so niente», risponde l’operatore; «Lavoro per una società esterna che deve solo effettuare i distacchi». Alla fine il condominio pagherà il dovuto, più duecento euro per il distacco e il riallaccio delle utenze, da versare con la successiva bolletta.
Il caso di Andrea non è isolato: a Roma e negli 84 comuni dell’Ato2 (Ambito territoriale ottimale del Lazio centrale, gestito da Acea) sono sempre più numerose la famiglie cui è stata tagliata completamente l’acqua. Non solo: nessuno è riuscito a sapere chi siano i misteriosi operatori che procedono ai distacchi del contatore. Fino a un paio di anni fa, Acea – Spa partecipata al 51% dal Comune di Roma – gestiva direttamente questo servizio; oggi lo appalta ad aziende esterne, i cui costi e la cui “identità” devono restare inspiegabilmente top secret. Simona Savini, del Coordinamento romano acqua pubblica (Crap), racconta: «Ogni giorno riceviamo telefonate da cittadini cui hanno staccato l’acqua. Così, abbiamo scoperto che un servizio delicato come quello dei distacchi è stato appaltato a ditte esterne, di cui non riusciamo a sapere nulla». Gli operatori non devono avvisare nessuno, perché i contatori sono in strada. Arrivano, aprono gli sportelli e sigillano i rubinetti. «Tra l’altro si muovono ‘a zona’, nel senso che una volta arrivati in un quartiere chiudono tutti i rubinetti morosi», continua Simona. «Ci siamo accorti di questo problema a settembre, quando hanno staccato l’acqua a un condominio che aderiva alla campagna di obbedienza civile». Si tratta di cittadini che, nel rispetto del referendum sull’acqua del giugno 2011, hanno deciso di “autoridursi” la bolletta, decurtandola del famoso 7% che remunera il capitale investito dalle multiutility. Secondo il Crap, a Roma il risultato del referendum non è stato rispettato, e le “autoriduzioni” sarebbero l’unico modo per applicare la legge.
Subito dopo il distacco di settembre 2013, quindi, il Coordinamento è andato in Campidoglio a protestare, durante una seduta del Consiglio comunale. Alla fine è stata approvata una mozione che impegnava il Comune a intervenire, affinché Acea cessasse la pratica dei distacchi, “lesiva di un diritto umano”. «In quell’occasione il sindaco Marino era presente, noi gli abbiamo urlato che volevamo un incontro», ricorda ancora Savini. «Lui ci ha dato appuntamento per il 24 settembre, ma la sera del 23 l’ha cancellato». In seguito c’è stato un altro distacco tra gli aderenti alla campagna di “obbedienza civile”: il Crap è tornato in Consiglio comunale e ha ottenuto una seconda mozione, analoga alla prima: «In quell’occasione ci è stato detto che i vertici di Acea sarebbero stati convocati dal Comune. Ad oggi non è ancora avvenuto, e Marino da settembre non si è fatto più sentire».
Eppure, a causa della crisi sempre più famiglie non riescono a pagare l’acqua. Vittoria, del Caf Asia-Usb di Tor Bella Monaca, descrive una situazione esplosiva: «Nel quartiere dove lavoro i distacchi sono per morosità. Si tratta di disoccupati, di persone che cercano di arrangiarsi…devono scegliere se mangiare o pagare l’acqua», spiega. «Qualcuno ha anche provato a rompere i sigilli: Acea se n’è accorta e ha tagliato direttamente i tubi. Allora chi può va alla fontanella, o a farsi la doccia da amici e parenti». Il sospetto è che i distacchi siano migliaia ogni mese; tuttavia, è impossibile sapere chi è incaricato di eseguirli, con quali modalità e a quali costi. Sul sito di Acea l’ultimo bando per appaltare la gestione delle utenze idriche risale al giugno 2012. E nemmeno allora furono pubblicati i nomi delle società vincitrici. Abbiamo chiesto le ragioni di tanta riservatezza: «Non possiamo rivelare nomi delle società anzitutto perché non vogliono farsi pubblicità, e poi per evitare che, conoscendosi, facciano cartello tra loro», spiega Nunzio Ferrulli, capo del dipartimento European Regulatory Affairs della multiutility.
Difficile anche avere notizie del bando di gara e del capitolato d’appalto: sapere quanto paga Acea per ogni distacco e ogni riallaccio dell’utenza. «Si trova tutto sul sito», assicura Ferrulli. Tuttavia, per accedervi bisogna registrarsi come azienda interessata all’appalto, con tanto di ragione sociale, partita Iva e sede legale. È evidente che il normale cittadino non può ottenere informazioni. «Non vedo perché un cittadino debba avere la necessità di accedere a un portale per bandi. Può cercarlo sulla Gazzetta ufficiale». Al tempo stesso, però, chi si vede staccare l’acqua deve pagare, oltre alla bolletta mancata, 100 euro per il distacco e altri 100 per il riallaccio dell’utenza. Normale che si voglia conoscere il costo che Acea sostiene per questo servizio, visto che è controllata dal Comune di Roma – quindi dalla collettività – con il 51% delle azioni. «Non è assolutamente vero. Al cittadino non costa nulla il distacco e il riallaccio dell’acqua. Costa solo a noi, che lo paghiamo intorno ai 30 euro». Peccato che siano gli stessi solleciti dell’Acea a testimoniarlo, così come il sito internet, dov’è scritto: “In caso di fornitura già sospesa deve essere pagato sia il distacco pari a € 100 + IVA che il riallaccio pari a € 100 + IVA”. Nunzio Ferrulli, però, qualcosa la dice sulle misteriose società dei distacchi: «Abbiamo creato un bacino con una decina di aziende prequalificate, che partecipano ai nostri bandi. Ne apriamo uno ogni mese: loro fanno le offerte, e noi scegliamo quelle più vantaggiose», spiega. «In ogni caso, distacchiamo i clienti morosi con un regime di tolleranza davvero ampio. Deve trattarsi di migliaia di euro», precisa, anche se esistono testimonianze di distacchi per due, trecento euro o meno.
Il Crap, comunque, promette battaglia: il 22 Novembre a Roma si svolgerà un’assemblea pubblica su Acea e sul problema delle morosità. «I distacchi sono legati alla gestione privata dell’acqua. Acea è controllata dal Comune, ma Marino sta dimostrando che il controllo pubblico è inesistente. E questo ci preoccupa più di ogni altra cosa».
Fonte: Il FQ
Il caso di Andrea non è isolato: a Roma e negli 84 comuni dell’Ato2 (Ambito territoriale ottimale del Lazio centrale, gestito da Acea) sono sempre più numerose la famiglie cui è stata tagliata completamente l’acqua. Non solo: nessuno è riuscito a sapere chi siano i misteriosi operatori che procedono ai distacchi del contatore. Fino a un paio di anni fa, Acea – Spa partecipata al 51% dal Comune di Roma – gestiva direttamente questo servizio; oggi lo appalta ad aziende esterne, i cui costi e la cui “identità” devono restare inspiegabilmente top secret. Simona Savini, del Coordinamento romano acqua pubblica (Crap), racconta: «Ogni giorno riceviamo telefonate da cittadini cui hanno staccato l’acqua. Così, abbiamo scoperto che un servizio delicato come quello dei distacchi è stato appaltato a ditte esterne, di cui non riusciamo a sapere nulla». Gli operatori non devono avvisare nessuno, perché i contatori sono in strada. Arrivano, aprono gli sportelli e sigillano i rubinetti. «Tra l’altro si muovono ‘a zona’, nel senso che una volta arrivati in un quartiere chiudono tutti i rubinetti morosi», continua Simona. «Ci siamo accorti di questo problema a settembre, quando hanno staccato l’acqua a un condominio che aderiva alla campagna di obbedienza civile». Si tratta di cittadini che, nel rispetto del referendum sull’acqua del giugno 2011, hanno deciso di “autoridursi” la bolletta, decurtandola del famoso 7% che remunera il capitale investito dalle multiutility. Secondo il Crap, a Roma il risultato del referendum non è stato rispettato, e le “autoriduzioni” sarebbero l’unico modo per applicare la legge.
Subito dopo il distacco di settembre 2013, quindi, il Coordinamento è andato in Campidoglio a protestare, durante una seduta del Consiglio comunale. Alla fine è stata approvata una mozione che impegnava il Comune a intervenire, affinché Acea cessasse la pratica dei distacchi, “lesiva di un diritto umano”. «In quell’occasione il sindaco Marino era presente, noi gli abbiamo urlato che volevamo un incontro», ricorda ancora Savini. «Lui ci ha dato appuntamento per il 24 settembre, ma la sera del 23 l’ha cancellato». In seguito c’è stato un altro distacco tra gli aderenti alla campagna di “obbedienza civile”: il Crap è tornato in Consiglio comunale e ha ottenuto una seconda mozione, analoga alla prima: «In quell’occasione ci è stato detto che i vertici di Acea sarebbero stati convocati dal Comune. Ad oggi non è ancora avvenuto, e Marino da settembre non si è fatto più sentire».
Eppure, a causa della crisi sempre più famiglie non riescono a pagare l’acqua. Vittoria, del Caf Asia-Usb di Tor Bella Monaca, descrive una situazione esplosiva: «Nel quartiere dove lavoro i distacchi sono per morosità. Si tratta di disoccupati, di persone che cercano di arrangiarsi…devono scegliere se mangiare o pagare l’acqua», spiega. «Qualcuno ha anche provato a rompere i sigilli: Acea se n’è accorta e ha tagliato direttamente i tubi. Allora chi può va alla fontanella, o a farsi la doccia da amici e parenti». Il sospetto è che i distacchi siano migliaia ogni mese; tuttavia, è impossibile sapere chi è incaricato di eseguirli, con quali modalità e a quali costi. Sul sito di Acea l’ultimo bando per appaltare la gestione delle utenze idriche risale al giugno 2012. E nemmeno allora furono pubblicati i nomi delle società vincitrici. Abbiamo chiesto le ragioni di tanta riservatezza: «Non possiamo rivelare nomi delle società anzitutto perché non vogliono farsi pubblicità, e poi per evitare che, conoscendosi, facciano cartello tra loro», spiega Nunzio Ferrulli, capo del dipartimento European Regulatory Affairs della multiutility.
Difficile anche avere notizie del bando di gara e del capitolato d’appalto: sapere quanto paga Acea per ogni distacco e ogni riallaccio dell’utenza. «Si trova tutto sul sito», assicura Ferrulli. Tuttavia, per accedervi bisogna registrarsi come azienda interessata all’appalto, con tanto di ragione sociale, partita Iva e sede legale. È evidente che il normale cittadino non può ottenere informazioni. «Non vedo perché un cittadino debba avere la necessità di accedere a un portale per bandi. Può cercarlo sulla Gazzetta ufficiale». Al tempo stesso, però, chi si vede staccare l’acqua deve pagare, oltre alla bolletta mancata, 100 euro per il distacco e altri 100 per il riallaccio dell’utenza. Normale che si voglia conoscere il costo che Acea sostiene per questo servizio, visto che è controllata dal Comune di Roma – quindi dalla collettività – con il 51% delle azioni. «Non è assolutamente vero. Al cittadino non costa nulla il distacco e il riallaccio dell’acqua. Costa solo a noi, che lo paghiamo intorno ai 30 euro». Peccato che siano gli stessi solleciti dell’Acea a testimoniarlo, così come il sito internet, dov’è scritto: “In caso di fornitura già sospesa deve essere pagato sia il distacco pari a € 100 + IVA che il riallaccio pari a € 100 + IVA”. Nunzio Ferrulli, però, qualcosa la dice sulle misteriose società dei distacchi: «Abbiamo creato un bacino con una decina di aziende prequalificate, che partecipano ai nostri bandi. Ne apriamo uno ogni mese: loro fanno le offerte, e noi scegliamo quelle più vantaggiose», spiega. «In ogni caso, distacchiamo i clienti morosi con un regime di tolleranza davvero ampio. Deve trattarsi di migliaia di euro», precisa, anche se esistono testimonianze di distacchi per due, trecento euro o meno.
Il Crap, comunque, promette battaglia: il 22 Novembre a Roma si svolgerà un’assemblea pubblica su Acea e sul problema delle morosità. «I distacchi sono legati alla gestione privata dell’acqua. Acea è controllata dal Comune, ma Marino sta dimostrando che il controllo pubblico è inesistente. E questo ci preoccupa più di ogni altra cosa».
Fonte: Il FQ
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Crisi, consumi in calo (-3,9%) in aprile. Giù anche telecomunicazioni (-2,5%)
E adesso gli italiani, dopo aver ridotto già il carrello della spesa, non telefonano neanche più. Consumi ancora in calo nel mese di aprile, con l’indicatore di Confcommercio che segna una contrazione del 3,9%, con la 17ma variazione negativa in 20 mesi. Particolarmente allarmante è il dato relativo ai beni e servizi per le telecomunicazioni spesso in controtendenza, che segna una flessione del 2,5% su base mensile e dello 0,1% sull’anno.
Su base mensile, il calo dei consumi è dello 0,1%, ma nei primi quattro mesi dell’anno la flessione è del 4,4%, a fronte del 3,3% del primo quadrimestre del 2012, a conferma di come “il deteriorarsi delle condizioni occupazionali e reddituali delle famiglie stia determinando una dinamica della domanda, in questa prima parte del 2013, ancora più negativa rispetto a quanto rilevato nei primi mesi del 2012”.
In particolare, la domanda relativa ai servizi è scesa del 2,2% e quella per i beni del 4,6%. “Anche i beni e servizi per le comunicazioni – mette in rilievo la nota – che nei mesi precedenti avevano segnalato una certa dinamicità hanno mostrato una contenuta flessione della domanda”.
Per quanto riguarda le altre voci, il dato più negativo è ancora quello relativo alla mobilità (-7,5% su base annua), ma molto male vanno anche abbigliamento e calzature (-6,7%) e alimentari, bevande e tabacchi (-6,2%). Confcommercio ricorda l’indagine rapida di Confindustria che ha evidenziato a maggio un calo della produzione industriale, in termini congiunturali, dello 0,1%, dopo il +0,2% di aprile. I dati degli ultimi mesi lasciano presupporre un’attenuazione nella caduta della produzione, anche se le indicazioni provenienti dagli ordini (in calo dello 0,4% a maggio), non lasciano spazi per ipotizzare, a breve, un significativo miglioramento dell’attività produttiva. In questo contesto, il clima di fiducia delle imprese, pur risultando ancora ai minimi, è leggermente migliorato a fronte di un deterioramento di quello relativo alle famiglie.
La dinamica tendenziale dell’Icc di aprile – segnala Confcommercio – riflette una diminuzione del 2,2% della domanda relativa ai servizi e del 4,6% della spesa per i beni. Nel mese di aprile 2013 tutte le funzioni di consumo hanno evidenziato una diminuzione dei volumi acquistati dalle famiglie. Anche i beni e servizi per le comunicazioni, che nei mesi precedenti avevano segnalato una certa dinamicità hanno mostrato una contenuta flessione della domanda nei confronti dell’analogo mese del 2012 (-0,1%). Tale andamento ha riflesso l’attenuarsi dei tasso di crescita dei prodotti. Il dato più negativo è ancora quello relativo ai beni e servizi per la mobilità la cui domanda registra una contrazione del 7,5% su base annua.
Per quanto riguarda le altre voci, il dato più negativo è ancora quello relativo alla mobilità (-7,5% su base annua), ma molto male vanno anche abbigliamento e calzature (-6,7%) e alimentari, bevande e tabacchi (-6,2%). Confcommercio ricorda l’indagine rapida di Confindustria che ha evidenziato a maggio un calo della produzione industriale, in termini congiunturali, dello 0,1%, dopo il +0,2% di aprile. I dati degli ultimi mesi lasciano presupporre un’attenuazione nella caduta della produzione, anche se le indicazioni provenienti dagli ordini (in calo dello 0,4% a maggio), non lasciano spazi per ipotizzare, a breve, un significativo miglioramento dell’attività produttiva. In questo contesto, il clima di fiducia delle imprese, pur risultando ancora ai minimi, è leggermente migliorato a fronte di un deterioramento di quello relativo alle famiglie.
La dinamica tendenziale dell’Icc di aprile – segnala Confcommercio – riflette una diminuzione del 2,2% della domanda relativa ai servizi e del 4,6% della spesa per i beni. Nel mese di aprile 2013 tutte le funzioni di consumo hanno evidenziato una diminuzione dei volumi acquistati dalle famiglie. Anche i beni e servizi per le comunicazioni, che nei mesi precedenti avevano segnalato una certa dinamicità hanno mostrato una contenuta flessione della domanda nei confronti dell’analogo mese del 2012 (-0,1%). Tale andamento ha riflesso l’attenuarsi dei tasso di crescita dei prodotti. Il dato più negativo è ancora quello relativo ai beni e servizi per la mobilità la cui domanda registra una contrazione del 7,5% su base annua.
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"Fiat, 10 mld dalle banche per il 41% di Chrysler"
Secondo quanto emerso finora, entro fine anno è prevista la fusione tra le due case automobilistiche. Dei 10 miliardi di dollari, 3,5-4 miliardi servirebbero a Torino per finanziare l'acquisto della quota Chrysler in mano al fondo Veba (l'offerta parte da 1,8 miliardi, mentre la richiesta da 4,2 miliardi) mentre il resto andrebbe a rimodulare il debito in scadenza.
Molto, però, dipende dal Tribunale del Delaware che dovrà dare la sua opinione sui parametri da utilizzare per fissare il prezzo della quota: la sentenza dovrebbe arrivare tra giugno e luglio e dopo saranno sicuramente più chiari i tempi della fusione e dello sbarco a Wall Street. Domani è inoltre in programma a Roma l'incontro tra Marchionne e il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato. Secondo la stampa nazionale, la discussione verterà soprattutto sul futuro di due stabilimenti italiani: Mirafiori e Cassino.
"Sono ministro da poco, mi interessa conoscere un grande imprenditore italiano e uscire dalle cose che si leggono per sentire direttamente" ha spiegato Zanonato che poi ha aggiunto: "Quello che voglio capire da Marchionne è che intenzioni abbia rispetto alla presenza di Fiat in Italia. E' la più grande azienda del Paese, produce 420 mila vetture, il 30% di quelle che saranno vendute in Italia, non è poca cosa".
Intervenendo all'assemblea di Exor, Elkann ha detto che "la fusione tra Fiat Industrial e Cnh è la più importante operazione del 2012: produrremo e venderemo un quarto dei trattori nel mondo, in Cina siamo il più grande operatore di veicoli commerciali e camion non cinese". Il numero uno di Exor ha stilato anche un calendario per il completamento dell'operazione: "Tra il 4 luglio e il primo settembre la realtà dovrebbe nascere". Elkann, dopo aver garantito che "Marchionne resterà con noi per tanti anni", ha parlato anche dell'eventuale necessità di risorse finanziarie: "Chiedere capitale non sarebbe conveniente ed è poco probabile a causa delle quotazioni a sconto sul nav. Accedere a nuovo capitale non è funzionale agli azionisti", ha precisato.
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L'effetto larghe-intese regala 570 milioni a Berlusconi
MILANO - L'inattesa "remuntada" elettorale e il governo di larghe intese riportano il sereno nelle finanze di casa Berlusconi. La ritrovata (e insperata) centralità politica del Cavaliere ha messo le ali dal voto di fine febbraio ai titoli delle sue aziende quotate in Borsa. Mediaset e Mediolanum sono balzate rispettivamente del 32 e del 30% (contro il +8% dell'indice Mibtel) regalando al leader del centrodestra in poco più di un mese un guadagno virtuale di 570 milioni di euro. Il valore delle sue partecipazioni nelle due società è lievitato da 1,8 a 2,37 miliardi. La corsa dei due titoli tra l'altro ha accelerato dopo il giuramento del Governo Letta: dal giorno dell'insediamento del nuovo esecutivo, il patrimonio della Fininvest a Piazza Affari è salito di 220 milioni, garantendo all'ex premier un assegno di 22 milioni al giorno.L'euforia di Piazza Affari conferma nella fredda logica dei numeri l'eterna altalena azionaria legata al conflitto d'interessi. Mediaset, in particolare, ha pagato un prezzo altissimo all'anno di interregno di Mario Monti, segnato tra l'altro dal crollo del mercato pubblicitario. Il titolo di Cologno quotava nell'autunno del 2011 oltre 2,5 euro. Poi, con lo spread alle stelle e l'arrivo del governo dei tecnici, ha iniziato un'inesorabile parabola discendente condita da una valanga di "sell" delle banche d'affari. Il punto più basso è arrivato lo scorso novembre, quando il mercato ha intuito che Mediaset avrebbe chiuso per la prima volta i conti in rosso (così è stato, con una perdita 2012 di 287 milioni) e le azioni sono scese al minimo storico dalla quotazione del 1995 a 1,1 euro. Da quei giorni è iniziata la lenta ripresa, direttamente proporzionale al recupero del Pdl nei sondaggi in vista delle elezioni. Una resurrezione che ha dato un ulteriore colpo di reni quando, aperte le urne, si è scoperto che nessuno aveva vinto e il Cavaliere rimaneva ancora una volta al centro dello scacchiere politico tricolore. Oggi il titolo Mediaset quota più di 2,1 euro.
A beneficiare del clima positivo è stata pure Mediolanum, ormai da qualche mese la partecipazione di maggior valore nel portafoglio di Silvio Berlusconi (il suo 35% nell'azienda di Doris vale 1,38 miliardi contro il miliardo del 40% delle tv). Il titolo della banca viaggia oggi a 5,3 euro, il suo massimo dal 2008
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Internet, fallimento Italia è solo 50esima nel mondo
Lo afferma il Global Information Technology Report del World Economic Forum. Il rapporto si basa su un indice elaborato a partire da 54 parametri, penetrazione del Web e diffusione degli smartphone, ad esempio. Al primo posto la Finlandia, poi Singapore. "Un aumento del 10 % dell'indice porta ad una crescita dello 0,75% del Pil"
Nonostante l'economia digitale continui a produrre Pil e posti di lavoro in tutto il mondo da anni, l'Italia è fortemente indietro nella capacità di sfruttare la "Tecnologia dell'Informazione". Lo afferma il Global Information Technology Report del World Economic Forum, che ci vede al 50/o posto sui 144 paesi monitorati. Il rapporto si basa su un indice elaborato a partire da 54 parametri, dalla penetrazione di Internet alla diffusione degli smartphone alla disponibilità di capitali. Al primo posto quest'anno sale la Finlandia, che era terza lo scorso anno, con un indice pari a 5,98. A seguire ci sono Singapore (5,91) e la Svezia, e completano la top ten nell'ordine Olanda, Norvegia, Svizzera, Gran Bretagna, Danimarca, Usa e Taiwan. L'Italia, con un indice di 4,18, si piazza ad un terribile cinquantesimo posto, davanti solo alla Grecia e dietro, oltre che a tutti i principali competitor, anche a paesi 'esotici' come le Barbados, la Giordania o Panama. "In Europa - sottolinea il documento - l'indice rivela una profonda divisione tra le economie del nord e gli altri paesi che è preoccupante. Non basta migliorare l'accesso alle tecnologie, bisogna creare migliori condizioni per le imprese e l'innovazione". Lo studio del Forum sottolinea anche come l'economia digitale sia un generatore di Pil e posti di lavoro: "La digitalizzazione ha aumentato il Pil mondiale di 193 miliardi di dollari negli ultimi due anni, creando 6 milioni di posti di lavoro - spiega il rapporto - un aumento del 10% dell'indice di digitalizzazione di un paese porta a una crescita dello 0,75% del Pil procapite, e a una diminuzione della disoccupazione dell'1,02%".
Nonostante l'economia digitale continui a produrre Pil e posti di lavoro in tutto il mondo da anni, l'Italia è fortemente indietro nella capacità di sfruttare la "Tecnologia dell'Informazione". Lo afferma il Global Information Technology Report del World Economic Forum, che ci vede al 50/o posto sui 144 paesi monitorati. Il rapporto si basa su un indice elaborato a partire da 54 parametri, dalla penetrazione di Internet alla diffusione degli smartphone alla disponibilità di capitali. Al primo posto quest'anno sale la Finlandia, che era terza lo scorso anno, con un indice pari a 5,98. A seguire ci sono Singapore (5,91) e la Svezia, e completano la top ten nell'ordine Olanda, Norvegia, Svizzera, Gran Bretagna, Danimarca, Usa e Taiwan. L'Italia, con un indice di 4,18, si piazza ad un terribile cinquantesimo posto, davanti solo alla Grecia e dietro, oltre che a tutti i principali competitor, anche a paesi 'esotici' come le Barbados, la Giordania o Panama. "In Europa - sottolinea il documento - l'indice rivela una profonda divisione tra le economie del nord e gli altri paesi che è preoccupante. Non basta migliorare l'accesso alle tecnologie, bisogna creare migliori condizioni per le imprese e l'innovazione". Lo studio del Forum sottolinea anche come l'economia digitale sia un generatore di Pil e posti di lavoro: "La digitalizzazione ha aumentato il Pil mondiale di 193 miliardi di dollari negli ultimi due anni, creando 6 milioni di posti di lavoro - spiega il rapporto - un aumento del 10% dell'indice di digitalizzazione di un paese porta a una crescita dello 0,75% del Pil procapite, e a una diminuzione della disoccupazione dell'1,02%".
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Parlamento, ai dipendenti del Senato anche la «sedicesima»
Il regolamento sul personale del Senato, all’articolo 17 comma 3, la chiama «indennità compensativa di produttività», ma di fatto equivale a una sedicesima mensilità. Cioè una mensilità aggiuntiva rispetto alle già quindici mensilità di cui si compone lo stipendio dei dipendenti di entrambi i rami del Parlamento. Oltre alle classiche tredicesima e quattordicesima riscosse a dicembre e a giugno, i lavoratori di Camera e Senato incassano infatti la quindicesima: una mensilità il cui importo viene spalmato nelle buste paga di aprile e settembre.E non è finita qui: la voce è anche «pensionabile» cioè vale anche nel calcolo dell’assegno pensionistico. Un di più per nulla scontato se si pensa che le altre voci che compongono lo stipendio dei dipendenti del Senato sono rigorosamente «non pensionabili»: dall’indennità di funzione alle altre indennità e forme di incentivazione. Ed anche il regolamento della Camera su questo punto è preciso: le indennità speciali «non sono pensionabili».
Benefit che sopravvivono dunque nonostante la cura dimagrante che da alcuni anni la crisi economica ha imposto anche alle istituzioni. Bisogna infatti ricordare che anche il Senato ha imposto “sacrifici” ai suoi dipendenti. Ne ha cambiato ad esempio il sistema di calcolo delle pensioni: dal quest’anno ci sarà il contributivo pro rata per tutti (alla Camera oltre al contributivo per tutti è previsto l’innalzamento a 66 anni dell’età per la pensione di ve
cchiaia) ed è stato introdotto il prelievo di solidarietà del 15% sulle pensioni per la parte eccedente i 200mila euro annui lordi.
Il bilancio per il 2011 predisposto da Palazzo Madama ha inoltre comportato la mancata applicazione alle retribuzioni del personale dell’incremento del 3,2 per cento. In tutto, sul trattamento retributivo dei dipendenti Palazzo Madama dovrebbe risparmiare 18,85 milioni. Più cospicui, invece, i risparmi messi in cantiere dalla Camera anche perché il maggior numero di dipendenti rispetto al Senato rende più cospicui i tagli.
Fonte: I segreti della casta
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Crediti imprese, varato il decreto per 40 MD. Monti: critiche da chi ha provocato problemi
Il provvedimento varato dal consiglio dei ministri. La ripartizione globale della prima verrà fatta dal 15 maggio; titoli di stato ad hoc solo per i crediti passati alle banche. Rinviato l'aumento della Tares. Monti: "Chi ci critica di più è chi ha causato questo problema".
Allargate le ipotesi di compensazione
MILANO - Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge che dà il via libero al pagamento di 40 miliardi di debiti della pubblica amministrazione nei confronti di imprese e banche. La riunione, presieduta dal premier Mario Monti, ha avuto come principale punto all'ordine del giorno il tema dei crediti delle imprese. "Quaranta Miliardi erogati nei prossimi 12 mesi alle imprese con un meccanismo chiaro, semplice e veloce" e "rispettando la soglia del debito del 3%". Così Mario Monti ha riassunto il succo del decreto. Il ministro del Tesoro, Vittorio Grilli, ha annunciato che la ripartizione dei fondi avverrà a partire dal 15 maggio.
"E' arrivato il momento di voltare pagina", ha detto Monti nella conferenza stampa finale. Quello dei debiti della PA è "un caso molto emblematico di come, mentre si facevano più stretti i vincoli di obbligo disciplina, le amministrazioni avevano invece risposto con forme che hanno scaricato gli oneri sul futuro e le imprese e i cittadini", ha aggiunto il premier, sottolineando polemicamente che coloro che oggi sono più critici sono gli stessi "che hanno creato il problema". "Esprimo una leggera indignazione - ha detto - per le critiche al governo che ha impiegato qualche giorno in più per il decreto. Sono stati severi con noi i partiti che negli ultimi 10 anni hanno causato questi problemi". Monti ha parlato anche di "comportamenti poco seri che in passato caratterizzavano la gestione della cosa pubblica".
Secondo Monti, il decreto non ostacolerà il rispetto dei parametri ue: "C'è la fondata aspettativa che a maggio l'Italia sarà dichiarata uscita dalla procedura" Ue per deficit eccessivo, ha detto. Il premier ha ricordato che il decreto è il frutto del lavoro fatto negli ultimi due anni, visto che fino al 2011 l'andamento dell'indebitamento era ancora in ascesa: a fine 2011 lo stock di debiti della p.a. non ceduto alle banche ammontava a 80 miliardi di euro, contro i 61 miliardi del 2009 e i 74 miliardi del 2010.
Il ministro Corrado Passera ha poi spiegato che fra le modalità di pagamento dei debiti della P.A. ci sarà anche la compensazione fra debiti e crediti: "Abbiamo allargato la tipologia di crediti che potranno essere compensati: non solo i debiti passati a ruolo", ha detto. Riferendosi alle banche che hanno acquistato crediti delle imprese, Passera ha detto che in tal caso il pagamento avverrà attraverso emissioni ad hoc. Il ministro ha spiegato inoltre che, nell'intento di semplificare le procedure, il decreto stabilisce che "l'impresa non dovrà certificare i crediti, ma sono le pubbliche amministrazioni a fare gli elenchi" dei debiti e dei creditori.
La certificazione e il censimento dei debiti della Pubblica Amministrazione, ha detto poi Corrado Passera, verrà fatto "nell'ambito della prossima Finanziaria": dei 40 miliardi del dl, 15 o 20 sono già ceduti e 3 o 4 dovranno essere compensati, "poi tutto si chiuderà", ha detto Passera.
Il ministro Vittorio Grilli ha anticipato quello che sarà il percorso dei pagamenti: "Entro il 30 di aprile - ha detto Grilli - tutte le amministrazioni dovranno farci pervenire l'elenco e la richiesta di spazio finanziario. Entro il 15 di maggio provvederemo alla ripartizione degli spazi e delle risorse finanziarie pervenute". Nelle situazioni già definite, ha aggiunto Grilli, ossia quando gli enti hanno disponibilità di cassa, "le amministrazioni potranno cominciare a pagare i debiti subito dopo la pubblicazione del decreto, che immagino sarà lunedì". "Per non ritardare nemmeno di un secondo i pagamenti, gli enti territoriali che hanno disponibilità finanziarie, possono cominciare a pagare. Ovviamente partendo dai debiti più anziani - ha ribadito Grilli - : non bisogna aspettare il riparto. Chi ha disponibilità, comincia a pagare".
Oltre i 40 miliardi stabiliti oggi arriveranno ulteriori tranche "sia in termini di cassa che per le emissioni" con la Legge di Stabilità per il 2014.
Tares, aumenti rinviati - Per quanto riguarda la Tares, il decreto dà ai Comuni la facoltà di intervenire sul numero delle rate e sulla scadenza delle stesse come previsto dal Salva Italia e prevede che a tutela del contribuente la deliberazione sia adottata dai Comuni almeno trenta giorni prima della data di versamento. Viene inoltre rinviato all'ultima rata relativa al 2013 il pagamento della maggiorazione di 0,30 euro per metro quadrato già previsto dal Salva Italia. Fino ad allora, ha spiegato il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Antonio Catricalà, "resta in piedi il meccanismo della Tarsu per le prime due rate: si pagherà quanto pagato l'anno scorso e non ci saranno sorprese. Il bollettino sarà inviato dalle amministrazioni. Sull' ultima rata ci potrà essere un conguaglio".
La Cgia. Secondo l'associazione degli artigiani, nei debiti della pubblica amministrazione, non sono conteggiati quelli spettanti alle piccole e medie imprese che porterebbero ad un importo complessivo tra i 120-130 miliardi di euro. Secondo la Cgia, nella relazione della Banca d'Italia i 91 miliardi stimati sono stati calcolati attraverso un'indagine campionaria condotta solo sulle imprese con più di 20 addetti. "Ciò vuol dire che le aziende con meno di 20 addetti - attacca Giuseppe Bortolussi, segretario Cgia - che rappresentano il 98% del totale delle imprese presenti nel nostro Paese, non sono state monitorate. Pertanto, i 91 mld di debiti in capo della pubblica amministrazione sono decisamente sottodimensionati: se in tempi ragionevoli sarà possibile effettuare un nuovo monitoraggio, è molto probabile che il debito della Pubblica amministrazione nei confronti delle imprese lieviti tra i 120/130 miliardi di euro".
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Mediolanum nel mirino del Fisco "Ci deve 344 milioni di imposte"
Poco prima dello scorso Natale, Banca Mediolanum e Mediolanum Vita, due delle società del gruppo, si sono viste recapitare una serie di avvisi di accertamento fiscale riferiti agli esercizi 2005, 2006 e 2007 per complessivi 323,4 milioni di euro, tra imposte non pagate e sanzioni, che si aggiungono ai 20,8 milioni di euro già contestati nel 2010. Gli avvisi di accertamento, l'atto con cui il Fisco contesta formalmente il mancato pagamento di imposte, segue a un'ispezione della Guardia di finanza, tra il settembre 2010 e il febbraio 2011, e ad accertamenti dell'Agenzia delle Entrate. Non è escluso, peraltro, che il conto possa in futuro farsi più salato, avendo la Gdf esaminato anche gli esercizi 2008 e 2009.
L'attenzione del Fisco si è rivolta su Mediolanum International Funds, la società del gruppo che si occupa del confezionamento e della gestione dei fondi che poi vengono distribuiti attraverso la rete di promotori del gruppo Mediolanum. L'Agenzia delle Entrate contesta il "livello di retrocessione" - giudicato inferiore ai parametri di mercato - delle commissioni incassate dalla controllata irlandese a Mediolanum Vita e Banca Mediolanum. Il sospetto è che il gruppo mantenga su Dublino una quota incongrua dei propri ricavi, così da sottoporli alla mano più leggera del fisco irlandese: secondo l'Agenzia delle Entrate, l'imponibile sottratto al fisco italiano tra il 2005 e il 2007 ammonterebbe a circa mezzo miliardo.
Il tax rate di Mediolanum, cioè la percentuale di utile lordo che finisce in tasse, è stato del 19,6% nel 2005, del 21,4% nel 2006 e del 23% nel 2007, toccando un minimo del 15,6% nel 2009 e restando attorno al 20% nelle due annualità successive per risalire al 29,9% nel 2012. L'utile di Mediolanum International Funds rappresenta il 74% di quello di gruppo tra il 2005 e il 2007 e il 96% di quello prodotto dal 2005 a oggi.
Immediata la replica di Mediolanum che ha definito l'analisi del Fisco "illegittima" ed "errata" per quanto riguarda il calcolo del maggiore imponibile nonchè "illegittima quanto alle sanzioni". Tuttavia, anche "in ragione della complessità della materia", il gruppo di Doris ha deciso di attivare la procedura arbitrale europea sulle doppie imposizioni e rimettere così "la soluzione della controversia alle competenti autorità fiscali italiane e irlandesi" che a questo punto dovranno decidere quale è la quota di imponibile che spetta ai due Paesi. In ogni caso, forte dal parere dei suoi consulenti, Mediolanum ritiene che i prezzi di retrocessione delle commissioni "rientrano nel range di valori di libero mercato individuati da economisti indipendenti". Ritenendo il rischio di soccombenza solo possibile e non quantificabile non sono stati effettuati stanziamenti in bilancio
Il gruppo ha chiuso il 2012 con un utile netto di 351 milioni, in crescita del 422% rispetto al risultato dell'anno precedente, il migliore risultato nella storia della società. L'utile netto del mercato domestico è stato pari a 348,6 milioni, +365% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Il totale delle masse gestite e amministrate si è attestato a 51.577 milioni, in crescita del 12% rispetto al 31 dicembre 2011.
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Napoli batte moneta: De Magistris inventa il ''Napo''
La banconota tenuta a battesimo durante la "Notte del Vomero", è
un antidoto contro la crisi, che sta fiaccando i consumi. Varato
dall'amministrazione comunale di Luigi De Magistris questa moneta di
sostegno in carta, con tanto di firma del sindaco, è, infatti, un
incentivo ai spendere di più pagando qualcosa in meno
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E' il giorno di iPhone 5, code ai negozi Apple-fan in attesa: "Ne vale la pena"
ROMA - E la mela numero cinque spuntò anche in Italia.
Davanti all'Apple Store nel centro commerciale Porta di Roma, una fila
ordinata con centinaia di persone sta aspettando di conquistare il nuovo
iPhone 5, in vendita da oggi nel nostro Paese . Verso le 6,30 sono
state aperte le porte del complesso e i fan di Apple aspettano di
entrare nel negozio con cornetto, caffè o acqua offerto dai dipendenti.
Lo stesso scenario negli altri Apple Store d'Italia, da Grugliasco a
Marcianise fino a Catania. Nonostante l'ora e e il momento economico
difficile, l'arrivo dell'iPhone fa il suo effetto anche qui.
La vendita del nuovo smartphone nei negozi della Mela è iniziata alle 8 di questa mattina, dalla mezzanotte nei negozi degli operatori telefonici. Come di consueto si è ripetuto il rito delle code dei fan della Mela morsicata, prima dell'apertura dei negozi: in alcuni città le file sono iniziate ieri sera, in altre come Bologna da due giorni. Quelle della mattina sono code disciplinate, senza ressa, accolte dai dipendenti degli Apple Store in classica maglietta azzurra che 'battono il cinque' alle persone in attesa.
A Roma il primo della fila era Gianmarco, 18 anni, in fila dalle 7,30 di ieri mattina: sta per comprare il suo quarto iPhone. L'età media della gente che aspetta di mettere le mani sul nuovo melafonino è tra i 25-35 anni, in stragrande maggioranza maschi. Per tutti nessun dubbio: 'Ne vale la pena', ripetono tra l'aria assonnata e curiosa, nonostante il prezzo importante.
Mele di mezzanotte. La scorsa notte, gli operatori hanno dato il via alle vendite dell'iPhone 5 dalla mezzanotte e un minuto. Non prima, perché le regole Apple sono ferree e prevedono, appunto, l'inizio delle vendite da venerdì 28 settembre e non prima. A Piazza Maggiore a Bologna, a mettersi in fila per primi sono due ragazzi di Padova, Luca e Riccardo, di 20 e 22 anni. "Chiamerò mamma e papà, così dico loro che sono ancora vivo", racconta Riccardo, "C'è chi spende per fumare o per bere - dice - noi preferiamo iPhone 5". Tre Italia per il debutto dello smartphone ha utilizzato un nuovo "banco digitale" per attivare gli iPhone attraverso un grande touchscreen a disposizione dei clienti.
I prezzi. Sono online anche sul sito Apple i prezzi ufficiali dello smartphone: l'iPhone 5 in Italia è in vendita a partire da 729 euro (versione 16 Gb), 839 euro (32 Gb), 949 euro (64 Gb). Si può anche ordinare dall sito Apple, 3-4 settimane i tempi di spedizione previsti. Sui siti degli operatori le offerte sono diverse e studiate per tipologie di utenza che vanno dall'entusiasta al professionista. Tutte prevedono almeno una formula con contributo iniziale a costo zero e il costo dell'iPhone assorbito all'interno dei canoni mensili.
Per quanto riguarda l'acquisto senza abbonamento, Tim offre il nuovo smartphone rispettivamente a 729, 839 e 959 euro per le versioni da 16, 32 e 64 gigabyte. Oppure 30 Euro al mese con conversazioni a 9 Cen/minuto e messaggi allo stesso costo, e un giga di internet. Ancora, se si cambia operatore c'è un'offerta da 39 euro al mese con 500 minuti, 250 Sms e un giga di navigazione.
Tre Italia propone iPhone 5 da 29 euro al mese con 400 minuti, 100 sms, 2 giga di navigazione internet. Con questa tariffa, lo smartphone da 16 gb non si paga, nel caso del 32 e del 64 vanno aggiunti 99 e 199 Euro rispettivamente. Ci sono poi altre offerte da 39, 49 e 69 Euro mensili, con il 32 Gb a costo zero e anche il 64 Gb per quanto riguarda la più completa.
Vodafone propone due offerte da 54 e 69 euro al mese con un contributo iniziale di 5, 69, 99, 169, 199 oppure 269. I costi sono collegati al canone, che a sua volta origina i costi dal piano di navigazione internet. Ci sono poi i pacchetti relax, offerte flat comprese di tutto.
Numeri e disponibilità. Per avere i primi dati sulle vendite avvertono alla Apple, bisognerà aspettare i prossimi giorni. Per i dati più accurati, a fine ottobre le cifre della trimestrale. Un certo ottimismo comunque non manca, sull'onda del successo nei Paesi in cui è già in vendita l'iPhone 5. In particolare i cinque milioni di esemplari venduti in appena tre giorni negli Usa, che lasciano ipotizzare un record per Apple per il prossimi trimestre. Rimane il problema della disponibilità delle scorte che a quanto pare sarebbero agli sgoccioli a causa della complessità della produzione del nuovo schermo tattile, molto sottile, che incorpora la tecnologia 'display in-cell'. Ma la produzione LG, Japan Display e Sharp dovrebbero presto recuperare.
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La vendita del nuovo smartphone nei negozi della Mela è iniziata alle 8 di questa mattina, dalla mezzanotte nei negozi degli operatori telefonici. Come di consueto si è ripetuto il rito delle code dei fan della Mela morsicata, prima dell'apertura dei negozi: in alcuni città le file sono iniziate ieri sera, in altre come Bologna da due giorni. Quelle della mattina sono code disciplinate, senza ressa, accolte dai dipendenti degli Apple Store in classica maglietta azzurra che 'battono il cinque' alle persone in attesa.
A Roma il primo della fila era Gianmarco, 18 anni, in fila dalle 7,30 di ieri mattina: sta per comprare il suo quarto iPhone. L'età media della gente che aspetta di mettere le mani sul nuovo melafonino è tra i 25-35 anni, in stragrande maggioranza maschi. Per tutti nessun dubbio: 'Ne vale la pena', ripetono tra l'aria assonnata e curiosa, nonostante il prezzo importante.
Mele di mezzanotte. La scorsa notte, gli operatori hanno dato il via alle vendite dell'iPhone 5 dalla mezzanotte e un minuto. Non prima, perché le regole Apple sono ferree e prevedono, appunto, l'inizio delle vendite da venerdì 28 settembre e non prima. A Piazza Maggiore a Bologna, a mettersi in fila per primi sono due ragazzi di Padova, Luca e Riccardo, di 20 e 22 anni. "Chiamerò mamma e papà, così dico loro che sono ancora vivo", racconta Riccardo, "C'è chi spende per fumare o per bere - dice - noi preferiamo iPhone 5". Tre Italia per il debutto dello smartphone ha utilizzato un nuovo "banco digitale" per attivare gli iPhone attraverso un grande touchscreen a disposizione dei clienti.
I prezzi. Sono online anche sul sito Apple i prezzi ufficiali dello smartphone: l'iPhone 5 in Italia è in vendita a partire da 729 euro (versione 16 Gb), 839 euro (32 Gb), 949 euro (64 Gb). Si può anche ordinare dall sito Apple, 3-4 settimane i tempi di spedizione previsti. Sui siti degli operatori le offerte sono diverse e studiate per tipologie di utenza che vanno dall'entusiasta al professionista. Tutte prevedono almeno una formula con contributo iniziale a costo zero e il costo dell'iPhone assorbito all'interno dei canoni mensili.
Per quanto riguarda l'acquisto senza abbonamento, Tim offre il nuovo smartphone rispettivamente a 729, 839 e 959 euro per le versioni da 16, 32 e 64 gigabyte. Oppure 30 Euro al mese con conversazioni a 9 Cen/minuto e messaggi allo stesso costo, e un giga di internet. Ancora, se si cambia operatore c'è un'offerta da 39 euro al mese con 500 minuti, 250 Sms e un giga di navigazione.
Tre Italia propone iPhone 5 da 29 euro al mese con 400 minuti, 100 sms, 2 giga di navigazione internet. Con questa tariffa, lo smartphone da 16 gb non si paga, nel caso del 32 e del 64 vanno aggiunti 99 e 199 Euro rispettivamente. Ci sono poi altre offerte da 39, 49 e 69 Euro mensili, con il 32 Gb a costo zero e anche il 64 Gb per quanto riguarda la più completa.
Vodafone propone due offerte da 54 e 69 euro al mese con un contributo iniziale di 5, 69, 99, 169, 199 oppure 269. I costi sono collegati al canone, che a sua volta origina i costi dal piano di navigazione internet. Ci sono poi i pacchetti relax, offerte flat comprese di tutto.
Numeri e disponibilità. Per avere i primi dati sulle vendite avvertono alla Apple, bisognerà aspettare i prossimi giorni. Per i dati più accurati, a fine ottobre le cifre della trimestrale. Un certo ottimismo comunque non manca, sull'onda del successo nei Paesi in cui è già in vendita l'iPhone 5. In particolare i cinque milioni di esemplari venduti in appena tre giorni negli Usa, che lasciano ipotizzare un record per Apple per il prossimi trimestre. Rimane il problema della disponibilità delle scorte che a quanto pare sarebbero agli sgoccioli a causa della complessità della produzione del nuovo schermo tattile, molto sottile, che incorpora la tecnologia 'display in-cell'. Ma la produzione LG, Japan Display e Sharp dovrebbero presto recuperare.
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Benzina sopra i due euro al litro, una storia cominciata nel 1935
Due euro al litro, 120 euro per un pieno di benzina, come fare la spesa in un supermercato. Nel giro di un anno i prezzi sono saliti di oltre il 25% fino al crollo di questa soglia psicologica in alcuni distributori di Toscana e Lazio, in particolare, dove da oggi per mettere un litro di verde nel serbatoio servono anche 2,008 euro a litro.
Le associazioni dei consumatori si affannano a fare i conti e parlano di quasi 800 euro in più all'anno tra costi diretti e indiretti (dovuti ad esempio al trasporto su gomma dei beni principali) di questa nuova ondata di rincari. Un vero e proprio shock per quegli automobilisti che sono costretti a fare benzina senza poter aspettare i fine settimana a prezzi ridotti di venti centesimi di euro proposti da Eni, Esso, Ip e pochissimi altri marchi.
Questi due euro al litro frantumano ogni precedente aumento dovuto a crisi o guerre internazionali. Mai così cara la verde, nemmeno quando gli sceicchi chiusero i rubinetti negli anni Settanta o durante i "dorati" anni Ottanta quando l'allora super (scomparsa dieci anni fa dai distributori) arrivò a costare 1,7 euro attualizzati.
Magari costasse così, oggi, un litro di verde o perfino il gasolio, carburanti spinti al record da un mix fatto di speculazione senza freni, di una moneta unica messa sotto pressione dal dollaro e dal carico fiscale che mette il nostro Paese sul podio delle nazioni più care al mondo. Cerchiamo allora di capire i perché di questo primato. Il primo è certamente il peso della tassazione.
Il primo aumento della storia, dovuto all'innalzamento delle accise, risale al 1935. Quando Benito Mussolini chiese agli italiani di pagare l'equivalente di un millesimo di euro in più al litro per far fronte alle pesanti spese che si stavano accumulando per la guerra di Abissinia. Venti anni più tardi toccò alla crisi di Suez, poi il disastro del Vajont, l'alluvione di Firenze, i terremoti del Belice, del Friuli, dell'Irpinia e Basilicata.
E ancora missioni militari in Libano e Bosnia mentre nel 2004 la politica iniziò ad attingere nuovamente al barile di petrolio per risolvere nodi come il contratto degli autoferrotranvieri, l'acquisto di nuovi autobus, il finanziamento alla Cultura, il Fondo unico per lo spettacolo.
Gli ultimi aumenti delle accise decise dal governo riguardano di nuovo eventi drammatici, come l'emergenza immigrati della crisi libica lo scorso anno, le alluvioni di Liguria e Toscana e il doppio colpo piazzato dal governo Monti con il decreto Salva Italia. Insomma, dal 1935 a oggi si sono succeduti circa una ventina di ritocchi definiti dai governi che li hanno applicati come "provvisori".
Ma se il gap da tasse ci allontana dai Paesi più virtuosi in fatto di prezzi, ci sono altre cause. Una va ricercata nell'estensione della rete italiana: 25mila impianti sono circa 10mila più del necessario e di quanti operano negli altri Paesi confrontabili col nostro. Il che significa margini più bassi per i gestori e costi più alti per chi distribuisce i carburanti.
Va anche detto che le compagnie non fanno molto per cancellare dalla mente degli utenti l'immagine anni Settanta delle Sette sorelle che impongono il ritmo dei rincari. I prezzi, infatti, si muovono a ondate e quando Eni, il market leader muove le pedine, tutti seguono senza cercare alternative nel giro di poche ore. Non un bell'esempio di coraggio commerciale.
Ma il Cane a sei zampe, quanto meno, sta provando nei week end a sparigliare il mercato con gli scontoni da 20 centesimi che fanno la gioia di chi ha la pazienza di mettersi in coda per fare il pieno e il dolore dei gestori che lanciano strali contro l'iniziativa. E oggi poco meno della metà dei consumi avviene proprio nei fine settimana. Infine conta molto anche la debolezza dell'euro che impone a tutta l'area della moneta unica, un maggiore stress nel cambio col dollaro.
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Le associazioni dei consumatori si affannano a fare i conti e parlano di quasi 800 euro in più all'anno tra costi diretti e indiretti (dovuti ad esempio al trasporto su gomma dei beni principali) di questa nuova ondata di rincari. Un vero e proprio shock per quegli automobilisti che sono costretti a fare benzina senza poter aspettare i fine settimana a prezzi ridotti di venti centesimi di euro proposti da Eni, Esso, Ip e pochissimi altri marchi.
Questi due euro al litro frantumano ogni precedente aumento dovuto a crisi o guerre internazionali. Mai così cara la verde, nemmeno quando gli sceicchi chiusero i rubinetti negli anni Settanta o durante i "dorati" anni Ottanta quando l'allora super (scomparsa dieci anni fa dai distributori) arrivò a costare 1,7 euro attualizzati.
Magari costasse così, oggi, un litro di verde o perfino il gasolio, carburanti spinti al record da un mix fatto di speculazione senza freni, di una moneta unica messa sotto pressione dal dollaro e dal carico fiscale che mette il nostro Paese sul podio delle nazioni più care al mondo. Cerchiamo allora di capire i perché di questo primato. Il primo è certamente il peso della tassazione.
E ancora missioni militari in Libano e Bosnia mentre nel 2004 la politica iniziò ad attingere nuovamente al barile di petrolio per risolvere nodi come il contratto degli autoferrotranvieri, l'acquisto di nuovi autobus, il finanziamento alla Cultura, il Fondo unico per lo spettacolo.
Gli ultimi aumenti delle accise decise dal governo riguardano di nuovo eventi drammatici, come l'emergenza immigrati della crisi libica lo scorso anno, le alluvioni di Liguria e Toscana e il doppio colpo piazzato dal governo Monti con il decreto Salva Italia. Insomma, dal 1935 a oggi si sono succeduti circa una ventina di ritocchi definiti dai governi che li hanno applicati come "provvisori".
Ma se il gap da tasse ci allontana dai Paesi più virtuosi in fatto di prezzi, ci sono altre cause. Una va ricercata nell'estensione della rete italiana: 25mila impianti sono circa 10mila più del necessario e di quanti operano negli altri Paesi confrontabili col nostro. Il che significa margini più bassi per i gestori e costi più alti per chi distribuisce i carburanti.
Va anche detto che le compagnie non fanno molto per cancellare dalla mente degli utenti l'immagine anni Settanta delle Sette sorelle che impongono il ritmo dei rincari. I prezzi, infatti, si muovono a ondate e quando Eni, il market leader muove le pedine, tutti seguono senza cercare alternative nel giro di poche ore. Non un bell'esempio di coraggio commerciale.
Ma il Cane a sei zampe, quanto meno, sta provando nei week end a sparigliare il mercato con gli scontoni da 20 centesimi che fanno la gioia di chi ha la pazienza di mettersi in coda per fare il pieno e il dolore dei gestori che lanciano strali contro l'iniziativa. E oggi poco meno della metà dei consumi avviene proprio nei fine settimana. Infine conta molto anche la debolezza dell'euro che impone a tutta l'area della moneta unica, un maggiore stress nel cambio col dollaro.
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Capitali in fuga, l'allarme della Gdf 41 milioni sequestrati nel 2012: + 78%
ROMA - Solo all'aeroporto "Leonardo da Vinci" di Fiumicino, i finanzieri hanno fermato un'imprenditrice cinese che aveva nascosto nella biancheria intima quasi 100mila euro; un imprenditore italiano con attività in Etiopia che viaggiava con 122 mila euro nel doppiofondo del trolley; un altro cinese con in valigia una stecca di sigarette da 200 mila euro (ogni sigaretta conteneva una banconota da 500 arrotolata). All'aeroporto di Firenze, un imprenditore tessile cinese con sede a Prato era in partenza per Shangai con 180 mila euro nella fodera di alcune giacche che portava con sè come campionario prodotto dall'azienda. A Ponte Chiasso un 50enne varesino, titolare di un negozio di alimentari in viaggio con la figlia, tentava di portare via 50 kg di oro nel doppiofondo di uno dei sedili dell'auto.
Sono solo alcune delle scoperte fatte negli ultimi giorni dalla Guardia di finanza, che segnala un aumento vertiginoso dei capitali in fuga all'estero. Oltre 41 milioni di euro di valuta sono infatti stati sequestrati dalle Fiamme gialle fra gennaio e luglio 2012 alle frontiere, in aeroporti e porti, nel corso di 2.638 interventi. L'incremento è del 78% rispetto ai primi 7 mesi del 2011, quando erano stati sequestrati 23,2 milioni in 2278 interventi. Sequestrati anche 88 kg d'oro e 570 d'argento (45 e 179 nel 2011).
Per contrastare l'allarme, le forze dell'ordine si stanno attrezzando con strumenti sempre più tecnologici. A Malpensa, hanno messo a punto un sistema informatico in grado di individuare i movimenti frazionati
per eludere i limiti imposti dalla legge, che si unisce al fiuto dei "cash dog", addestrati a cercare il denaro.
"Tango", il labrador di 4 anni che pattuglia le partenze dell'aeroporto, ha segnalato un cingalese che aveva nascosto 424 mila euro in una valigia stracolma di vestiti. Il fratello "Cash" che, invece, presidia il valico di Ponte Chiasso, ha segnalato un pensionato che viaggiava con 242 mila euro. E tanti altri cani addestrati a cercare valuta presidiano i principali passaggi di frontiera.
Le fiamme gialle sottolineano che le novità normative introdotte a marzo 2012 dal decreto legge n.16 hanno inasprito le sanzioni a carico dei trasgressori: per chi tenta di varcare i confini trasportando contanti o titoli di importo superiore a 10 mila euro senza dichiararli, è prevista la sanzione amministrativa dal 30% al 50% della somma superiore alla soglia, che viene ridotta (dal 10% al 30%) nei casi di eccedenza non superiore ai 10.000 euro. E' anche prevista la possibilità di estinguere immediatamente la violazione, se l'eccedenza non supera i 40.000 euro ed una volta ogni cinque anni, pagando il 15% dell'importo eccedente il limite anzidetto (o il 5% se l'eccedenza non supera i 10.000 euro).
Dietro la fuga di denaro all'estero, non ci sono solo intenti di evasione fiscale ma anche truffe e riciclaggio. E' il caso di un giovane colombiano di 19 anni, fermato dai finanziari di Malpensa con 525 mila euro, figlio di "narcos" arrestati dall'Interpol, oppure di una coppia, un italiano e un'ucraina, nei mesi scorsi sorpresa al valico di Ugovizza (Ud) con 350 mila euro nascosti negli stivali, nella borsa e nel giaccone della donna.
A Ponte Chiasso, i finanzieri hanno fermato auto modificate con doppifondi per nascondere i soldi ai controlli. Tra i casi più eclatanti, quello dell'Audi A3 fermata al valico di Bizzarone (Co) con un milione di euro nascosto in un vano dietro al contachilometri, o quello della Scenic con il doppiofondo nel pavimento, in cui l'agente immobiliare, che pensava di farla franca passando dal valico di Drezzo (Co), aveva nascosto 400 mila euro. Nei sedili di una piccola Ford erano, invece, stati nascosti i 100 mila euro che uno svizzero in transito a Chiasso portava con sè. Ripresentatosi ai finanzieri poche ore dopo e nuovamente controllato, l'uomo è stato trovato in possesso di altri 26 mila euro.
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Sono solo alcune delle scoperte fatte negli ultimi giorni dalla Guardia di finanza, che segnala un aumento vertiginoso dei capitali in fuga all'estero. Oltre 41 milioni di euro di valuta sono infatti stati sequestrati dalle Fiamme gialle fra gennaio e luglio 2012 alle frontiere, in aeroporti e porti, nel corso di 2.638 interventi. L'incremento è del 78% rispetto ai primi 7 mesi del 2011, quando erano stati sequestrati 23,2 milioni in 2278 interventi. Sequestrati anche 88 kg d'oro e 570 d'argento (45 e 179 nel 2011).
Per contrastare l'allarme, le forze dell'ordine si stanno attrezzando con strumenti sempre più tecnologici. A Malpensa, hanno messo a punto un sistema informatico in grado di individuare i movimenti frazionati
"Tango", il labrador di 4 anni che pattuglia le partenze dell'aeroporto, ha segnalato un cingalese che aveva nascosto 424 mila euro in una valigia stracolma di vestiti. Il fratello "Cash" che, invece, presidia il valico di Ponte Chiasso, ha segnalato un pensionato che viaggiava con 242 mila euro. E tanti altri cani addestrati a cercare valuta presidiano i principali passaggi di frontiera.
Le fiamme gialle sottolineano che le novità normative introdotte a marzo 2012 dal decreto legge n.16 hanno inasprito le sanzioni a carico dei trasgressori: per chi tenta di varcare i confini trasportando contanti o titoli di importo superiore a 10 mila euro senza dichiararli, è prevista la sanzione amministrativa dal 30% al 50% della somma superiore alla soglia, che viene ridotta (dal 10% al 30%) nei casi di eccedenza non superiore ai 10.000 euro. E' anche prevista la possibilità di estinguere immediatamente la violazione, se l'eccedenza non supera i 40.000 euro ed una volta ogni cinque anni, pagando il 15% dell'importo eccedente il limite anzidetto (o il 5% se l'eccedenza non supera i 10.000 euro).
Dietro la fuga di denaro all'estero, non ci sono solo intenti di evasione fiscale ma anche truffe e riciclaggio. E' il caso di un giovane colombiano di 19 anni, fermato dai finanziari di Malpensa con 525 mila euro, figlio di "narcos" arrestati dall'Interpol, oppure di una coppia, un italiano e un'ucraina, nei mesi scorsi sorpresa al valico di Ugovizza (Ud) con 350 mila euro nascosti negli stivali, nella borsa e nel giaccone della donna.
A Ponte Chiasso, i finanzieri hanno fermato auto modificate con doppifondi per nascondere i soldi ai controlli. Tra i casi più eclatanti, quello dell'Audi A3 fermata al valico di Bizzarone (Co) con un milione di euro nascosto in un vano dietro al contachilometri, o quello della Scenic con il doppiofondo nel pavimento, in cui l'agente immobiliare, che pensava di farla franca passando dal valico di Drezzo (Co), aveva nascosto 400 mila euro. Nei sedili di una piccola Ford erano, invece, stati nascosti i 100 mila euro che uno svizzero in transito a Chiasso portava con sè. Ripresentatosi ai finanzieri poche ore dopo e nuovamente controllato, l'uomo è stato trovato in possesso di altri 26 mila euro.
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Disoccupazione giovanile al 36%, è la più alta di sempre
L’aumento tendenziale dell’occupazione è determinato dalla crescita della sola componente femminile (1,6%), a fronte di una diminuzione di quella maschile (-0,4%). Il tasso di occupazione maschile, pari al 67,2%, aumenta di 0,1 punti percentuali rispetto ad aprile e diminuisce di 0,3 punti su base annua. Quello femminile, pari al 47,2%, aumenta di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,8 punti rispetto a dodici mesi prima.
La diminuzione congiunturale della disoccupazione interessa sia la componente maschile sia quella femminile; gli uomini disoccupati diminuiscono dello 0,8% rispetto al mese precedente, le donne dello 0,6%. In termini tendenziali aumenta sia la disoccupazione maschile (28,2%) sia quella femminile (23,6%). Il tasso di disoccupazione maschile diminuisce di 0,1 punti percentuali nell’ultimo mese portandosi al 9,3%; anche quello femminile segna una variazione negativa di 0,1 punti e si attesta all’11,2%.
Rispetto all’anno precedente il tasso di disoccupazione maschile sale di 1,9 punti percentuali e quello femminile di 1,8 punti. L’inattività diminuisce dello 0,2% in confronto al mese precedente coinvolgendo sia la componente maschile (-0,1%) sia quella femminile (-0,2%). Rispetto a dodici mesi prima gli inattivi diminuiscono del 4%: in particolare la componente maschile si riduce del 4,4% e quella femminile del 3,8%.
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