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Turchia, Erdogan spegne Twitter. I fondatori: “Ecco come aggirare il bavaglio”
Mi ‘minacci’ su Twitter? E io chiudo il popolare social network. E’ quanto accade da oggi in Turchia, che si è svegliata senza cinguettii dopo la censura ordinata del premier Recep Tayyip Erdogan, invischiato negli scandali di corruzione da telefonate compromettenti intercettate e uscite nelle ultime settimane su Twitter. Il sito di microblogging è stato bloccato durante la notte in tutto il Paese. “Lo sradicheremo. Non mi interessa quello che potrà dire la comunità internazionale”, aveva gridato ieri durante un comizio a Bursa il ‘sultano’ di Ankara, al potere da 12 anni. “Vedranno così la forza della Turchia”, aveva aggiunto. Nella notte l’autorità delle telecomunicazioni turca Btk, cui una legge sul controllo di internet del mese scorso – definita ‘legge bavaglio‘ dall’opposizione – ha dato poteri straordinari, ha quindi bloccato l’accesso a Twitter.
Ma la decisione del premier accende lo scontro politico col presidente Abdullah Gul che considera “inaccettabile” la chiusura “delle piattaforme dei social media”. “Come ho detto molte volte in passato – ha proseguito Gul in un comunicato – il livello raggiunto oggi dalle tecnologie della comunicazione rende tecnicamente impossibile bloccare del tutto l’accesso a piattaforme di social media come Twitter”. Il presidente si è quindi augurato che “questa pratica non duri a lungo”.
La censura del sito di microblogging è un fatto senza precedenti nel Paese. Secondo Hurriyet online la Btk ha indicato di essersi ispirata a tre sentenze giudiziarie e ad una decisione del procuratore generale di Istanbul. Dopo l’esplosione della tangentopoli del Bosforo che coinvolge decine di personalità del regime, Erdogan ha rimosso migliaia di poliziotti e centinaia di magistrati, fra cui i responsabili delle inchieste sulla corruzione. Secondo il leader dell’opposizione Kemal Kilicdaroglu, che denuncia una svolta autoritaria e chiede le dimissioni immediate del premier, Erdogan è “pronto a tutto” per restare al potere e insabbiare le inchieste anti-corruzione, che ha definito un “tentativo di colpo di stato” orchestrato dagli ex-alleati della confraternita islamica di Fetullah Gulen. Lo scandalo corruzione domina la campagna per le cruciali elezioni amministrative del 30 marzo che potrebbero essere decisive per il futuro politico di Erdogan. Il mese scorso Erdogan aveva già minacciato di bloccare Facebook e Youtube. Già questa notte la commissaria europea per le nuove tecnologie Neelie Kroes ha condannato il blocco di Twitter in Turchia. “L’interdizione è senza fondamento, inutile e vile – ha scritto – Il popolo turco e la comunità internazionale vedranno questo come una censura. Cosa che è davvero”. ”Siamo preoccupati da ogni possibilità che i social media possano essere chiusi”. Così Jen Psaki, portavoce del Dipartimento di Stato Usa, ha commentato la notizia. “Le democrazie sono rafforzate dalla diversità delle voci”, ha aggiunto. Anche il commissario Ue all’Allargamento, Stefan Fule, ha twittato la sua critica alla vicenda. “C’è molta preoccupazione – ha detto – per il blocco di Twitter. Essere liberi di comunicare e scegliere liberamente il mezzo per farlo è un valore fondamentale dell’Ue”. La stampa turca non governativa, a sua volta, ha denunciato il comportamento del premier. Cumhuriyet scrive che questa decisione “mette la Turchia al livello di paesi come la Corea del Nord“.
“Intrappolato nelle inchieste anti-corruzione – aggiunge il quotidiano di opposizione – Erdogan ha scelto ancora una volta di vietare”. Il quotidiano più diffuso del paese, Zaman, vicino alla confraternita islamica di Fetullah Gulen, titola “Duro colpo alla libertà, chiusoTwitter”. Sulle reti sociali si è scatenata la protesta degli utenti. Sulla rete sociale internazionale gli hashtag di protesta ‘#TwitterisblockedinTurkey’ e ‘#DictatorErdogan’ sono rapidamente diventati trend topics mondiali. Manifestazioni di protesta sono previste a Istanbul, Ankara e Smirne, le tre principali città del paese. E mentre impazza la polemica, il cofondatore di Twitter JackDorsey ha messo in campo le contromisure, inviando ha inviato questa mattina un messaggio agli utenti turchi per spiegare come aggirare il blocco. In un tweet sull’account ufficiale della rete sociale (@policy), riferisce Hurriyet online, Dorsey ha consigliato di inviare Sms dai cellulari attraverso gli operatori Avea e Vodafone, iniziando con START e indirizzandoli rispettivamente ai numeri 2444 e 2555
La censura del sito di microblogging è un fatto senza precedenti nel Paese. Secondo Hurriyet online la Btk ha indicato di essersi ispirata a tre sentenze giudiziarie e ad una decisione del procuratore generale di Istanbul. Dopo l’esplosione della tangentopoli del Bosforo che coinvolge decine di personalità del regime, Erdogan ha rimosso migliaia di poliziotti e centinaia di magistrati, fra cui i responsabili delle inchieste sulla corruzione. Secondo il leader dell’opposizione Kemal Kilicdaroglu, che denuncia una svolta autoritaria e chiede le dimissioni immediate del premier, Erdogan è “pronto a tutto” per restare al potere e insabbiare le inchieste anti-corruzione, che ha definito un “tentativo di colpo di stato” orchestrato dagli ex-alleati della confraternita islamica di Fetullah Gulen. Lo scandalo corruzione domina la campagna per le cruciali elezioni amministrative del 30 marzo che potrebbero essere decisive per il futuro politico di Erdogan. Il mese scorso Erdogan aveva già minacciato di bloccare Facebook e Youtube. Già questa notte la commissaria europea per le nuove tecnologie Neelie Kroes ha condannato il blocco di Twitter in Turchia. “L’interdizione è senza fondamento, inutile e vile – ha scritto – Il popolo turco e la comunità internazionale vedranno questo come una censura. Cosa che è davvero”. ”Siamo preoccupati da ogni possibilità che i social media possano essere chiusi”. Così Jen Psaki, portavoce del Dipartimento di Stato Usa, ha commentato la notizia. “Le democrazie sono rafforzate dalla diversità delle voci”, ha aggiunto. Anche il commissario Ue all’Allargamento, Stefan Fule, ha twittato la sua critica alla vicenda. “C’è molta preoccupazione – ha detto – per il blocco di Twitter. Essere liberi di comunicare e scegliere liberamente il mezzo per farlo è un valore fondamentale dell’Ue”. La stampa turca non governativa, a sua volta, ha denunciato il comportamento del premier. Cumhuriyet scrive che questa decisione “mette la Turchia al livello di paesi come la Corea del Nord“.
“Intrappolato nelle inchieste anti-corruzione – aggiunge il quotidiano di opposizione – Erdogan ha scelto ancora una volta di vietare”. Il quotidiano più diffuso del paese, Zaman, vicino alla confraternita islamica di Fetullah Gulen, titola “Duro colpo alla libertà, chiusoTwitter”. Sulle reti sociali si è scatenata la protesta degli utenti. Sulla rete sociale internazionale gli hashtag di protesta ‘#TwitterisblockedinTurkey’ e ‘#DictatorErdogan’ sono rapidamente diventati trend topics mondiali. Manifestazioni di protesta sono previste a Istanbul, Ankara e Smirne, le tre principali città del paese. E mentre impazza la polemica, il cofondatore di Twitter JackDorsey ha messo in campo le contromisure, inviando ha inviato questa mattina un messaggio agli utenti turchi per spiegare come aggirare il blocco. In un tweet sull’account ufficiale della rete sociale (@policy), riferisce Hurriyet online, Dorsey ha consigliato di inviare Sms dai cellulari attraverso gli operatori Avea e Vodafone, iniziando con START e indirizzandoli rispettivamente ai numeri 2444 e 2555
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Prostituzione Germania, nuova legge: licenza comunale e i test sanitari
Alzare l’età legale a 21 anni e introdurre una licenza comunale per le prostituite. Come preannunciato dal patto di coalizione firmato nel novembre 2012 prima di dare il via al terzo governo Merkel, la Germania si appresta a rivedere quella legge sulla prostituzione approvata dal governo di Gerhard Schroeder nel 2002 e che ha reso il Paese uno dei più liberali al mondo quanto a sesso a pagamento.
“Aumento dell’età minima e introduzione di una vera e propria licenza a pagamento rilasciata dal comune sia a chi lavora da indipendente che nei bordelli”. Per Gerd Landsberg, presidente dell’associazione che raggruppa le autorità tedesche locali sono questi gli strumenti giusti per contrastare criminalità e prostituzione forzata. “Assieme alla licenza, si deve obbligare la lavoratrice a sottoporsi a una serie di test sanitari e a un colloquio con esperti”. Nonostante il proliferare di bordelli – a breve aprirà anche il più grande d’Europa nella zona di Saarbrücken, al confine con la Francia, una posizione strategica anche per attrarre turismo sessuale – “I controlli dei sanitari e della polizia purtroppo sono ancora pochi, non abbastanza per evitare casi di sfruttamento, estorsione o mancato rispetto delle norme d’igiene”. L’innalzamento dell’età a 21 anni cercherà di limitare anche i casi di giovanissime immigrate, soprattutto dall’Est Europa con poca esperienza nel mondo del lavoro e scarso se non nulla reddito. Una condizione che può indurre queste ragazze a vendere il proprio corpo. Con la libera circolazione di rumeni e bulgari sul territorio tedesco dal primo gennaio scorso, si registra anche il rischio che sempre più immigrate possano dedicarsi alla prostituzione.
Il 26 febbraio il parlamento europeo ha approvato la risoluzione non vincolante basata sul “report Honeyball” che indica ai Paesi dell’Unione come approcciarsi al tema. Il testo sostiene che il modo più efficace per ridurre i casi di sfruttamento sia quello di adottare il cosiddetto “modello nordico”, ossia quello applicato in Svezia, Islanda, Norvegia e recentemente anche in Francia: penalizzare il cliente e non la prostituta. “Dal 1999 a oggi la prostituzione di strada in Svezia è dimezzata: solo poche donne scelgono liberamente di diventare prostitute. A parità di condizioni, quasi nessuna deciderebbe di vendere il proprio corpo”, dice Mary Honeyball, autrice del report approvato dal Parlamento Ue e portavoce del gruppo donne in Europa del partito laburista inglese. Una considerazione che non trova d’accordo Gerd Landsberg: C’è bisogno di maggiore regolamentazione, ma la messa al bando della prostituzione spingerebbe ancora più donne a lavorare nell’illegalità. E le conseguenze sarebbero ben peggiori”.
Insomma, La Germania è pronta a rivedere le proprie posizioni, ma non troppo. Che dietro ci siano convinzioni etiche, senso pratico o calcolo economico (il business della prostituzione da circa 14.5 miliardi di euro l’anno è difficile dirlo.
“Aumento dell’età minima e introduzione di una vera e propria licenza a pagamento rilasciata dal comune sia a chi lavora da indipendente che nei bordelli”. Per Gerd Landsberg, presidente dell’associazione che raggruppa le autorità tedesche locali sono questi gli strumenti giusti per contrastare criminalità e prostituzione forzata. “Assieme alla licenza, si deve obbligare la lavoratrice a sottoporsi a una serie di test sanitari e a un colloquio con esperti”. Nonostante il proliferare di bordelli – a breve aprirà anche il più grande d’Europa nella zona di Saarbrücken, al confine con la Francia, una posizione strategica anche per attrarre turismo sessuale – “I controlli dei sanitari e della polizia purtroppo sono ancora pochi, non abbastanza per evitare casi di sfruttamento, estorsione o mancato rispetto delle norme d’igiene”. L’innalzamento dell’età a 21 anni cercherà di limitare anche i casi di giovanissime immigrate, soprattutto dall’Est Europa con poca esperienza nel mondo del lavoro e scarso se non nulla reddito. Una condizione che può indurre queste ragazze a vendere il proprio corpo. Con la libera circolazione di rumeni e bulgari sul territorio tedesco dal primo gennaio scorso, si registra anche il rischio che sempre più immigrate possano dedicarsi alla prostituzione.
Il 26 febbraio il parlamento europeo ha approvato la risoluzione non vincolante basata sul “report Honeyball” che indica ai Paesi dell’Unione come approcciarsi al tema. Il testo sostiene che il modo più efficace per ridurre i casi di sfruttamento sia quello di adottare il cosiddetto “modello nordico”, ossia quello applicato in Svezia, Islanda, Norvegia e recentemente anche in Francia: penalizzare il cliente e non la prostituta. “Dal 1999 a oggi la prostituzione di strada in Svezia è dimezzata: solo poche donne scelgono liberamente di diventare prostitute. A parità di condizioni, quasi nessuna deciderebbe di vendere il proprio corpo”, dice Mary Honeyball, autrice del report approvato dal Parlamento Ue e portavoce del gruppo donne in Europa del partito laburista inglese. Una considerazione che non trova d’accordo Gerd Landsberg: C’è bisogno di maggiore regolamentazione, ma la messa al bando della prostituzione spingerebbe ancora più donne a lavorare nell’illegalità. E le conseguenze sarebbero ben peggiori”.
Insomma, La Germania è pronta a rivedere le proprie posizioni, ma non troppo. Che dietro ci siano convinzioni etiche, senso pratico o calcolo economico (il business della prostituzione da circa 14.5 miliardi di euro l’anno è difficile dirlo.
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Negli Stati Uniti nasce il supermercato del cibo scaduto
Un negozio nel quale acquistare generi alimentari non più consumabili in base alla loro data di scadenza ma in realtà ancora perfettamente commestibili, almeno stando alle tesi del promotore di questa particolare iniziativa. Come riportato dal “Daily Mail” a maggio 2014 negli Stati Uniti (più precisamente a Dorchester, nel Massachusetts) aprirà “The Daily Table”, un negozio di alimentari che venderà esclusivamente prodotti scaduti ma ancora utilizzabili. Un’idea lanciata da Doug Rauch, già presidente della catena “Trader Joe’s” attiva nello stesso settore.
L’originale idea avrebbe secondo Rauch una logica molto semplice e permetterebbe di contrastare una serie di fenomeni negativi acuitisi in questo periodo di crisi economica. Il negozio offrirebbe infatti alimenti nutrienti e non pericolosi per la salute umana a un prezzo calmierato, e ciò porterebbe a due conseguenze positive. In primo luogo si ridurrebbe lo spreco di cibo, in parte generato dal fatto che i consumatori “spaventati” dalla data di scadenza buttano nella spazzatura anche cibi ancora utilizzabili, che secondo uno studio del 2012 riguarderebbe addirittura il 40% del totale di cibarie prodotte ogni anno, per un valore di circa 165 miliardi di dollari. In più si permetterebbe alle classi sociali più povere, ed in particolare al 15% di americani definiti “food insecure”, cioè senza certezze riguardo a cosa mangeranno nel prossimo pasto, di garantirsi comunque una corretta alimentazione, grazie a prezzi in linea con quelli dei fast food, unica fonte alimentare economicamente alla portata di queste persone in difficoltà ma che diffondono diete scorrette favorendo la diffusione di patologie come l’obesità e il diabete: «Molte famiglie sanno che non stanno fornendo ai loro figli un’alimentazione corretta – ha sottolineato Rauch – ma semplicemente non possono permettersela e perciò non hanno scelta».
Tutto positivo, in linea teorica, per un negozio che dovrebbe vendere soprattutto frutta e verdura che hanno superato da poco la data di scadenza e prodotti simili trasformati in piatti pronti. Ma Rauch, oltre a dover garantire in tutto e per tutto la salute della clientela (sul valore e l’importanza delle diverse indicazioni di scadenza esistono infatti teorie tra loro contrastanti), dovrà anche sconfiggere l’inevitabile diffidenza delle persone riguardo a cibi che sono abituati a considerare immangiabili se non addirittura pericolosi. Una sfida che non sembra però spaventarlo: «Le indicazioni di scadenza rischiano di creare confusione. Se pensiamo ad esempio al latte, in passato per decidere se era ancora buono o meno quello che si faceva era annusarlo; così si comprendeva se era da buttare. Le persone sono preoccupate degli eventuali effetti sulla salute, ma praticamente tutte le morti conosciute collegate al cibo sono state causate da prodotti in regola con le date di scadenza».
L’originale idea avrebbe secondo Rauch una logica molto semplice e permetterebbe di contrastare una serie di fenomeni negativi acuitisi in questo periodo di crisi economica. Il negozio offrirebbe infatti alimenti nutrienti e non pericolosi per la salute umana a un prezzo calmierato, e ciò porterebbe a due conseguenze positive. In primo luogo si ridurrebbe lo spreco di cibo, in parte generato dal fatto che i consumatori “spaventati” dalla data di scadenza buttano nella spazzatura anche cibi ancora utilizzabili, che secondo uno studio del 2012 riguarderebbe addirittura il 40% del totale di cibarie prodotte ogni anno, per un valore di circa 165 miliardi di dollari. In più si permetterebbe alle classi sociali più povere, ed in particolare al 15% di americani definiti “food insecure”, cioè senza certezze riguardo a cosa mangeranno nel prossimo pasto, di garantirsi comunque una corretta alimentazione, grazie a prezzi in linea con quelli dei fast food, unica fonte alimentare economicamente alla portata di queste persone in difficoltà ma che diffondono diete scorrette favorendo la diffusione di patologie come l’obesità e il diabete: «Molte famiglie sanno che non stanno fornendo ai loro figli un’alimentazione corretta – ha sottolineato Rauch – ma semplicemente non possono permettersela e perciò non hanno scelta».
Tutto positivo, in linea teorica, per un negozio che dovrebbe vendere soprattutto frutta e verdura che hanno superato da poco la data di scadenza e prodotti simili trasformati in piatti pronti. Ma Rauch, oltre a dover garantire in tutto e per tutto la salute della clientela (sul valore e l’importanza delle diverse indicazioni di scadenza esistono infatti teorie tra loro contrastanti), dovrà anche sconfiggere l’inevitabile diffidenza delle persone riguardo a cibi che sono abituati a considerare immangiabili se non addirittura pericolosi. Una sfida che non sembra però spaventarlo: «Le indicazioni di scadenza rischiano di creare confusione. Se pensiamo ad esempio al latte, in passato per decidere se era ancora buono o meno quello che si faceva era annusarlo; così si comprendeva se era da buttare. Le persone sono preoccupate degli eventuali effetti sulla salute, ma praticamente tutte le morti conosciute collegate al cibo sono state causate da prodotti in regola con le date di scadenza».
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Marijuana di Stato, la rivoluzione di "Pepe" Mujica
C'E' UN MODO per fermare i narcos? L'Uruguay ci prova: grazie ad una legge già approvata dalla Camera e in discussione al Senato (approvazione prevista entro novembre) lo Stato produrrà e venderà direttamente marijuana diventando il primo paese al mondo ad autorizzare e applicare regole per la produzione, la distribuzione e la vendita di droghe leggere. Una rivoluzione che - ha detto il presidente José Mujica parlando all'Onu - "vuole provare a strappare il mercato ai trafficanti" rendendo legale l'acquisto di modiche quantità e regolando la produzione che sarà affidata sia allo Stato che a singole persone o a cooperative di consumatori. Ieri il governo ha stabilito il prezzo di questa "Cannabis di Stato" che oscillerà intorno ad un dollaro al grammo. In Uruguay si calcola che su un totale di 3 milioni e mezzo di abitanti circa 120 mila cittadini consumino marijuana almeno una o due volte all'anno. La marijuana legale dovrebbe diventare disponibile entro la seconda metà dell'anno prossimo ed avrà l'obiettivo di combattere il traffico illegale che proviene dal vicino Paraguay. Il Paraguay infatti è oggi il maggior produttore di cannabis in America Latina ed esporta grandi quantità di marijuana essiccata che costituisce la base del rifornimento illegale.
Nei mass media l'Uruguay è già diventato "l'Olanda del Sudamerica" ma quello della legalizzazione delle droghe leggere non è, per ora, un progetto facile per "Pepe", il nickname con il quale è popolarmente conosciuto José Mujica, presidente dal 2010. Un sondaggio recente ha fissato nel 62% il numero di uruguayani contrari alla legge sulla marijuana e la sua approvazione in prima istanza nel Congresso ha sollevato l'ostilità di Chiesa e opposizione. E non è l'unica legge contestata nell'Uruguay che "Pepe" ha trasformato in un laboratorio politico sui diritti civili in America Latina. Prima c'è stata la legalizzazione dell'aborto (libero nelle prime 12 settimane), quella dei matrimoni gay e, ultima, la legge sulla donazione degli organi che la prevede in forma automatica a meno che non si firmi una dichiarazione per rifiutarla.
Ex guerrigliero tupamaro, 78 anni, "Pepe" Mujica è diventato molto famoso fuori dal suo paese quando la rivista londinese "Monocle" lo ha definito "il miglior presidente del mondo". Titolo che "Pepe" s'è guadagnato grazie al suo stile esemplare e modesto. Per "Le Monde" è diventato "il presidente più povero del mondo", mentre "El Paìs" lo descrive come leader di un nuovo "radicalismo a bassa intensità", opposto e lontano, in America Latina, dal populismo alla Chávez e dalla demagogia Kirchner. Appena eletto Mujica ha rifiutato la residenza presidenziale e continua a vivere, insieme alla moglie, la senatrice Lucia Topolansky, in una "chacra" (una piccola fattoria) alla periferia di Montevideo dove si dedica all'orto e alla coltivazione di fiori. Non usa Twitter, non ha email e neppure un conto in banca. Per il fisco locale possiede soltanto due vecchi maggiolini Wolksvagen (comprati nel 1987) e tre trattori (la piccola fattoria è intestata alla moglie). Vive con il 10 percento del suo stipendio da presidente, circa mille euro dei diecimila che riceve, visto che il 90 percento lo versa ad associazioni di promozione sociale. Ciclista professionista da giovane, Mujica ha trascorso tredici anni (1972-85) in carcere.
Nei mass media l'Uruguay è già diventato "l'Olanda del Sudamerica" ma quello della legalizzazione delle droghe leggere non è, per ora, un progetto facile per "Pepe", il nickname con il quale è popolarmente conosciuto José Mujica, presidente dal 2010. Un sondaggio recente ha fissato nel 62% il numero di uruguayani contrari alla legge sulla marijuana e la sua approvazione in prima istanza nel Congresso ha sollevato l'ostilità di Chiesa e opposizione. E non è l'unica legge contestata nell'Uruguay che "Pepe" ha trasformato in un laboratorio politico sui diritti civili in America Latina. Prima c'è stata la legalizzazione dell'aborto (libero nelle prime 12 settimane), quella dei matrimoni gay e, ultima, la legge sulla donazione degli organi che la prevede in forma automatica a meno che non si firmi una dichiarazione per rifiutarla.
Ex guerrigliero tupamaro, 78 anni, "Pepe" Mujica è diventato molto famoso fuori dal suo paese quando la rivista londinese "Monocle" lo ha definito "il miglior presidente del mondo". Titolo che "Pepe" s'è guadagnato grazie al suo stile esemplare e modesto. Per "Le Monde" è diventato "il presidente più povero del mondo", mentre "El Paìs" lo descrive come leader di un nuovo "radicalismo a bassa intensità", opposto e lontano, in America Latina, dal populismo alla Chávez e dalla demagogia Kirchner. Appena eletto Mujica ha rifiutato la residenza presidenziale e continua a vivere, insieme alla moglie, la senatrice Lucia Topolansky, in una "chacra" (una piccola fattoria) alla periferia di Montevideo dove si dedica all'orto e alla coltivazione di fiori. Non usa Twitter, non ha email e neppure un conto in banca. Per il fisco locale possiede soltanto due vecchi maggiolini Wolksvagen (comprati nel 1987) e tre trattori (la piccola fattoria è intestata alla moglie). Vive con il 10 percento del suo stipendio da presidente, circa mille euro dei diecimila che riceve, visto che il 90 percento lo versa ad associazioni di promozione sociale. Ciclista professionista da giovane, Mujica ha trascorso tredici anni (1972-85) in carcere.
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Usa, libere tre ragazze rapite 10 anni fa
NEW YORK - Tre donne, rapite dieci anni fa quando erano poco più che adolescenti, sono state ritrovate in una casa di Cleveland, in Ohio, non lontano da dove sono state viste l'ultima volta prima delle loro drammatiche sparizioni, avvenute comunque in tempi diversi nel giro di un biennio, ma sempre nella stessa zona. Con loro anche una bambina. Erano tenute segregate da un autista di scuola bus, Ariel Castro, 52 anni, arrestato insieme a due suoi fratelli.L'incredibile storia che ha ampio risalto su tutti i notiziari americani ha per protagoniste Gina De Jesus, 23enne rapita nel 2004, Amanda Berry oggi 26enne, che aveva fatto perdere ogni traccia nel 2003, Michelle Knight, 30 anni, scomparsa nel 2001. Casi analoghi, ma ognuno diverso dall'altro, che nessuno poteva immaginare fossero legati dallo stesso incredibile destino. Oggi però la svolta della loro vita. Una di loro, Amanda, rapita il giorno prima di compiere 17 anni, oggi è finalmente riuscita a scappare assieme, grazie all'aiuto di un vicino. Charles Ramsey, questo il suo nome, richiamato dalle grida della casa, pare che si sia avvicinato alla porta di casa, pensando a un caso di violenza domestica. Quindi, dopo aver liberato Amanda, le ha passato il suo cellulare con cui ha subito avvisato la Polizia con una telefonata incredibilmente drammatica, la cui registrazione in queste ore viene trasmessa in continuazione dalle reti tv: "Aiutatemi. Sono Amanda Berry, sono stata rapita dieci anni fa, e ora sono libera".
Quindi ha chiesto agli agenti di far presto, pur di liberare le sue due compagne di prigionia mentre il loro aguzzino era fuori di casa. Tutti gli abitanti della zona, si sono quindi riversati per strada per accogliere l'incredibile ritrovamento. Le donne sono quindi state ricoverate all'ospedale ma gli inquirenti hanno fatto sapere che si trovano in ottimo stato.
Come è capitato in altri casi di questo tipo, tutti in zona si chiedono come sia stato possibile che un uomo solo possa aver richiuso e tenuto nascosti tra esseri umani, tre ragazze poco più che adolescenti, oggi donne, contro la loro volontà per oltre 10 anni. E che tutto potesse accadere senza che nessuno si accorgesse di loro. Castro, da tempo separato dalla moglie, entrava sempre dal retro, teneva le tende abbassate, la casa al buio e dunque non era possibile sbirciare all’interno.
Di Michelle si erano perse le tracce nel 2002 nei pressi della sua abitazione. Amanda, invece, l’avevano vista all’uscita del fast food dove lavorava, era il 21 aprile del 2003, alla vigilia del suo diciassettesimo compleanno. Quanto a Gina era scomparsa mentre tornava a casa da scuola: era il 2 aprile 2004, all’epoca aveva 14 anni. La mamma di Amanda, ammalatasi gravemente dopo la sua scomparsa, ha combattuto fino alla fine per ottenere la verità sulla figlia, ma nel 2006 le sue condizioni sono peggiorate ed è morta.
Sul caso rimangono ancora molti interrogativi cui dare risposta: dove erano nascoste la ragazze quando Castro usciva per andare al lavoro? Perchè non hanno tentato di scappare prima? Amanda come è riuscita a fuggire? Aspetti che la polizia dovrà chiarire, insieme al ruolo dei due fratelli di Castro.
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Il Guardian: "Le 70 atomiche custodite in Italia saranno adeguate per il lancio con gli F-35"
ROMA - Dagli Usa arriva un apparente voltafaccia rispetto agli impegni di Barack Obama verso il disarmo nucleare. Il Pentagono si appresta infatti a spendere 11 miliardi di dollari per ammodernare 200 ordigni nucleari tattici B61 allocati in Europa per trasformarli in "bombe atomiche intelligenti (teleguidate)" sganciabili dal controverso caccia di ultima generazione F-35, di cui si doterà anche l'Italia. E' quanto rivela il britannico Guardian.
Le B61 sono ordigni americani conservati negli arsenali Nato europei. Sono 'nascosti' in Belgio, Olanda, Germania, Turchia, ma anche in Italia sul cui territorio sono ancora presenti 90 di questi ordigni (70 secondo le ultimissime stime): 50 ad Aviano in Friuli e 40 (20) a Ghedi, in provincia di Brescia.
Si tratta di atomiche piuttosto antiquate, ma sempre armi di distruzione di massa, realizzate alla fine degli anni Sessanta: pesano fino 320 kg, sono lunghe 3,56 metri ed hanno un diametro di 33 cm. La loro potenza massima è di 340 chilotoni (oltre 30 volte la bomba di Hiroshima) ma quelle depositate in Europa, il modello B61 Mk12, si fermano a 50 chilotoni (un chilotone corrisponde alla potenza esplosiva di 1.000 tonnellate di tritolo).
Degli 11 miliardi di dollari stanziati, il Pentagono - che nel 2010 si era impegnato a ridurre il numero degli ordigni atomici e a non svilupparne di nuovi - ne spenderà 10 per prolungare la vita operativa delle B61 e uno per dotare ogni ordigno di alette di coda per trasformarle in bombe atomiche guidate. Alla fine le 200 nuove B61 saranno pronte tra il 2019 e il 2020 in tempo per essere usate dal discusso caccia-bombardiere 'invisibile' F-35.
Quello degli F-35 rappresenta il più ambizioso e costoso programma della storia militare non solo statunitense:2.443 aerei per 323 miliardi di dollari. L'Italia ha di recente confermato il proprio impegno all'acquisto, pur riducendo gli ordini a 90 esemplari.
In teoria un F-35 potrebbe penetrare indisturbato (perchè non rilevabile ai radar) lo spazio aereo di qualsiasi nazione e sganciare una di queste bombe atomiche tattiche. A quanto riferisce il Guardian, secondo l'amministrazione Obama, l'aggiunta delle alette di coda per rendere indirizzabili (Gbu) le B61 non rappresenta "un significativo cambiamento per cui non viola gli impegni del 2010".
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Boston, finito l'incubo. Preso il secondo attentatore.Città 'liberata' fa festa
Il giorno più lungo inizia giovedì pomeriggio, quando l’Fbi diffonde le immagini dei due principali sospettati. Due fratelli ceceni Dzhokar e Tamerlan Tsarnaev, sono loro i due che hanno messo le bombe lungo la linea del traguardo di lunedì. Una foto segnaletica ritrae Dzhokar alle spalle di Richard Martin, il bimbo di otto anni, diventato la vittima simbolo della strage. Sono loro due a terrorizzare la città la notte tra giovedì e venerdì. Prima rapinano un negozio, poi uccidono una guardia privata al Mit, poi rubano un’auto con cui vanno a sbattere contro un posto di blocco della polizia, che a questo punto ha capito che i due non sono banditi qualsiasi ma sono "quelli delle foto, quelli delle bombe". Il conflitto a fuoco avviene nella cittadina di Waterfront a pochi chilometri da Boston, oltre il fiume Charles. Qui viene ucciso Tamerlan, il fratello più grande di Dzhokar, colpito a morte dai poliziotti. Il più piccolo dei due fratelli però, nonostante sia ferito scompare. Svanisce nel nulla. Le squadre speciali chiudono subito la zona. Oltre venti isolati sono messi sotto assedio, le case passate al setaccio, metro per metro. All’alba le strade sono deserte, una città fantasma.
E a Boston accade la stessa cosa. Si ferma tutto: i trasporti pubblici, gli uffici pubblici e i negozi privati, i bar e i ristoranti, le scuole e le università, lo sport con le partite dei Red Sox del baseball e dei Bruins dell’hockey, persino i taxi e i camion dell’immondizia. "Rimanete in casa", ripetono gli appelli delle autorità. C’è un silenzio carico di paura, interrotto solo dalle sirene e dal rumore degli elicotteri. Polizia, posti di blocco e controlli ovunque ma la caccia all’uomo sembra non dare risultati. Sino alla svolta finale.
Sono circa le otto della sera quando a Watertown si sentono colpi d’arma da fuoco, poi si vedono decine di poliziotti che corrono verso Franklin Street. Ancora spari, tanti spari: i video mostreranno una violenta sparatoria. Rifugiato dentro una barca in disuso c’è Dzhokar, che non si è mai mosso da questi pochi metri quadrati. Perde sangue da una precedente ferita e il proprietario della barca se ne accorge (così come pure un elicottero con rilevatori di calore). E’ circondato, arriva un robot degli artificieri, poi un negoziatore: "Sappiamo che sei li", gli urla. Poi fumogeni e bombe carta per distrarlo prima del blitz decisivo. E’ catturato vivo, ferito grave, ma vivo. Se ne va tra gli applausi della cittadina che aveva preso in ostaggio.
Poco dopo a Washington Obama ringrazia l’Fbi e la polizia di Boston, poi dice: "Abbiamo vinto perché non ci siamo fatti terrorizzare. E' stato chiuso un capitolo di questa tragedia, ma mancano ancora tante risposte per una violenza cosi. Perché due fratelli che sono cresciuti qui possono essersi rivoltati contro il nostro Paese? E ancora, hanno agito da soli? Lo scopriremo". Tanto che a complicare lo scenario, il Boston Globe, dà la notizia di tre arresti effettuati dalla polizia di New Bedford: due uomini e una donna. Ma per le indagini ci sarà tempo, per ora quel che conta, come dice la polizia di Boston è che "il terrore è finito". La città della maratona può tornare a correre.
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Ora è ufficiale: Facebook entra in politica Zuckerberg lancia movimento pro-immigrati
SENZA giacca e cravatta, come nel mondo del business tecnologico, il numero uno di Facebook Mark Zuckerberg si lancia in politica. Anzi, si lancia "in avanti", tirando la volata a tutti gli Stati Uniti. In un un editoriale a sua forma comparso sul Washington Post, il giovane amministratore delegato lancia formalmente FWD.us, una nuova organizzazione fondata dai leader dell'industria tecnologica con l'intento di portare avanti una politica bipartisan per un'economia americana che cresca e crei lavoro: "Lavoreremo con i membri del Congresso di ambedue i partiti, con l'amministrazione e con gli stati e le autorità locali. Useremo strumenti online e offline per promuovere l'appoggio a cambiamenti politici", dice Zuckerberg. FWD.us si legge "Forward Us", "Avanti Stati Uniti", dove "us", suffissio di dominio per gli Usa, può anche significare "noi".Il gruppo avrà come primo obiettivo quello di spingere una riforma dell'immigrazione: "C'è bisogno di un nuovo approccio: c'è bisogno di una riforma dell'immigrazione ampia che inizi con un'efficace sicurezza dei confini, consenta di seguire una strada per ottenere la cittadinanza e ci consenta di attirare i maggiori talenti e i lavoratori, non importa dove si è nati" mette in evidenza Zuckerberg. Nell'editoriale, il numero uno di Facebook chiede maggiori standard di responsabilità nelle scuole e ulteriore impegno nell'informare gli studenti su scienze, tecnologia, ingegneria e matematica.
Una riforma complessiva sull'immigrazione è uno dei punti principali dell'agenda del nuovo mandato di Barack Obama, allo studio in questi giorni di una commissione bipartisan di otto senatori.
Zuckerberg non è l'unico personaggio del mondo della Silicon Valley a far parte di Fwd.us: nel gruppo ci sono anche il ceo di LinkedIn, Reid Hoffman, i venture capitalist John Doerr e Jim Breyer, oltre che Ruchi Sanghvi di Dropbox, primo ingegnere donna a lavorare a Facebook.
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Estero
Corea Nord: "Verso la guerra". Giappone schiera i Patriot
La Corea del Nord minaccia una guerra termonucleare e il Giappone schiera i patriot. Gli ultimi sviluppi della crisi nella penisola asiatica portano a un ulteriore innalzamento del livello di tensione nella penisola. L’agenzia sudcoreana Yonhap, citando fonti militari di Seul, fa sapere che Pyongyang ha completato i preparativi per il lancio di missili a media gittata dalla sua costa orientale. “Tecnicamente parlando”, è “possibile” che il lancio possa essere effettuato “anche domani“. Seul liquida poi l’avviso fatto ai cittadini stranieri che si trovano in Corea del Sud di prepararsi a lasciare il Paese in caso di guerra, affermando che è una strategia “di guerra psicologica” messa in atto da Pyongyang. La Corea del Nord ha anche rinnovato la richiesta alle ambasciate straniere di evacuare.Pyongyang: “Azioni ostili di Seul e Washington. Verso guerra termonucleare”. “La situazione nella penisola coreana va verso una guerra termonucleare” a causa delle azioni ostili da parte di Usa e Corea del Sud. E’ la dichiarazione del portavoce del Comitato per la pace nell’Asia Pacifico della Corea del Nord che continua a esortare gli stranieri che si trovano in Corea del Sud a preparare piani per lasciare il Paese in caso di guerra. L’attuale situazione, ha poi aggiunto, “sta avendo effetti seri sulla pace e sulla sicurezza non solo nella penisola ma nel resto dell’area dell’Asia-Pacifico” e il governo nordcoreano “non vuole vedere stranieri in Corea del Sud vittime della guerra”. Secondo il portavoce nordcoreano Seul e Washington stanno cercando di “sfruttare l’occasione” di iniziare una guerra contro la Corea del Nord introducendo “armi di distruzione di massa” in Corea del Sud.
Missili nel centro di Tokyo. Il premier Abe: “Ogni misura per proteggere i giapponesi”. Il ministero della Difesa nipponico ha ordinato lo schieramento di batterie anti-missile Patriot Advanced Capability-3 (Pac3) nel quartier generale di Ichigaya, nel centro di Tokyo, e in altri punti dell’area metropolitana, Asaka e Narashino. Una mossa, decisa dal ministro Itsunori Onodera, che punta a “neutralizzare” eventuali lanci balistici da parte della Corea del Nord, possibili – secondo Seul – intorno al 10 aprile, data dell’ultimatum alle ambasciate straniere di evacuare il paese. Tokyo ha anche posizionato due cacciatorpedinieri con standard Aegis, dotati di missili intercettori, nel mar del Giappone. Proprio nei giorni scorsi il Paese del Sol Levante aveva fatto sapere che avrebbe abbattuto i missili nordcoreani qualora la Corea del Nord li avesse lanciati. Il Giappone ”farà quello che c’è bisogno di fare con calma, collaborando con gli alleati” ha detto il premier, Shinzo Abe, secondo cui il governo prenderà “ogni misura possibile per proteggere la vita delle persone giapponesi e la sicurezza”. L’ordine di abbattimento di un vettore nordcoreano, disposto domenica dal ministro della Difesa Itsunori Onodera, è il primo del suo genere, deciso in anticipo rispetto al formale annuncio da parte di Pyongyang sulle sue intenzioni, come è infatti avvenuto negli altri tre lanci precedenti. Abe ha invitato la comunità internazionale a prendere in modo deciso e determinato le ulteriori sanzioni contro il regime comunista, in linea con le ultime risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu approvate in risposta al terzo test nucleare del 12 febbraio.
L’irritazione di Pechino. La Cina, che teme che la crisi possa far finire l’area sotto la tutela Usa, continua a manifestare irritazione e nei giorni scorsi i messaggi di Pechino a Pyongyang erano stati chiarissimi: ”Il governo cinese ha chiesto alla Corea del Nord di garantire immediatamente la sicurezza dei diplomatici cinesi, conformemente alla convenzione di Vienna, al diritto e alle pratiche internazionali” recitava una nota del portavoce del ministro degli esteri Hong Lei. E per la prima volta aveva parlato anche il presidente: ”Nessun paese dovrebbe essere autorizzato a far precipitare nel caos una regione e a maggior ragione il mondo intero, per egoismo” aveva detto Xi Jinping, intervenendo al Forum economico annuale di Boao, anche se senza fare esplicito riferimento alla situazione nordcoreana. “Dobbiamo agire insieme per risolvere le difficoltà e garantire la stabilità dell’Asia”, aveva concluso, invitando la comunità internazionale ad avere una “visione comune e cooperativa per difendere la sicurezza globale”.
Il 10 aprile scade l’ultimatum alle ambasciate. Manca un solo giorno alla scadenza dell’ultimatum alle ambasciate straniere e l’avvertimento è chiaro: evacuare. La Corea del Nord ha nuovamente ammonito gli stranieri presenti nella Corea del Sud a prepararsi a lasciare il Paese. “Non vogliamo fare del male agli stranieri in Corea del Sud nel caso ci fosse una guerra” si legge nella nota riportata dall’agenzia Kcna che cita il portavoce del comitato nordcoreano per la pace in Asia-Pacifico. Il comitato “esorta tutte le organizzazioni straniere, le imprese e i turisti, a mettere a punto misure per l’evacuazione”. La Russia solo ieri aveva fatto sapere che non intendeva rimpatriare lo staff della sua ambasciata proprio come Cina, Cambogia e Gran Bretagna; anche se il presidente Vladimir Putin ha evocato lo spettro di Chernobyl in caso di deflagrazione di una crisi che ormai va avanti da giorni. La notizia di un quarto test nucleare in preparazione era stata però ridimensionata: “Non è imminente” aveva fatto sapere Seul anche dopo aver monitorato un aumento dei movimenti di veicoli e personale nel sito di prova di Punggye-ri, provincia di Hamgyong del Nord, utilizzato per i test finora effettuati, di cui l’ultimo il 12 febbraio, condannato con forza dagli Stati Uniti.
Il G8 dei ministri degli esteri contro le provocazioni nordcoreane. Il G8 dei ministri degli esteri di domani e dopodomani a Londra respingerà il comportamento provocatorio della Corea del Nord fa sapere il portavoce del ministero degli Esteri russo Alexander Lukashevich sottolineando che Mosca condivide le preoccupazioni dei partner. “Siamo solidali con gli altri partner nel rifiutare la linea provocatoria e bellicosa di Pyongyang”, ha spiegato in un’intervista all’agenzia di stampa statale Ria. “Allo stesso tempo – ha aggiunto – non dobbiamo rinunciare agli sforzi politici e diplomatici”. La tensione nella penisola coreana è ad “un livello molto alto, riconosciamo che la situazione è tesa e potenzialmente volatile – hanno ammesso le fonti Ue in un briefing con i giornalisti a Bruxelles, preannunciando la possibilità di nuove sanzioni – ma non siamo sull’orlo di un conflitto armato, la nostra valutazione è che esiste un rischio limitato di un conflitto armato”. Piuttosto, quello che si teme, hanno sottolineato le fonti europee, “è un errore di calcolo o un incidente provocato” in una situazione che è caratterizzata da “un alto grado di imprevedibilità”. Detto questo e ricordato che l’Ue “non ha capacità sul terreno”, le fonti hanno detto di “fidarsi di quello che ci dicono i nostri partner nella regione”, in particolare la Corea del Sud, che “non ritiene imminente la minaccia” di Pyongyang. Pertanto, “al momento non stiamo considerando alcuna evacuazione – hanno detto le fonti, ricordando che sette Paesi europei hanno una rappresentanza diplomatica (Germania, Svezia, Regno Unito, Bulgaria, Romania, Polonia e Repubblica ceca) – La questione adesso è di disinnescare la tensione“. Quanto all’atteggiamento della comunità internazionale, le fonti hanno sottolineato come sia della “massima importanza mostrare una posizione unita”, per dire che “le minacce non funzionano e che la Corea del Nord deve tornare al tavolo del negoziato”.
Ban Ki-moon: ” Attuale livello di tensione pericoloso”. ”L’attuale livello di tensione’ è molto pericoloso: un piccolo incidente, provocato da un calcolo o un giudizio sbagliato, potrebbe scatenare una situazione incontrollabile”. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon a Roma, si dice “profondamente preoccupato” dagli sviluppi della crisi delle Coree e appellandosi, ancora una volta, a Pyongyang affinchè “freni le provocazioni”. Ban Ki-moon, che ha sottolineato diparlare da segretario generale dell’Onu benché sia un cittadino sudcoreano, si è quindi soffermato sul distretto a sviluppo congiunto coreano di Kaesong, chiedendone “la riapertura” essendo “il progetto di cooperazione di maggior successo” tra le due Coree. Ban, ricordando di aver parlato della crisi della penisola coreana già con le autorità cinesi mentre il tema sarà al centro dell’incontro, giovedì prossimo, con il presidente Barack Obama, ha infine chiesto “ai Paesi vicini che esercitino la propria influenza sulla Corea del Nord’’ affinchè ponga fine alla sua “retorica provocatoria”.
I lavoratori nordcoreani hanno disertato Kaesong. Intanto a dimostrazione che le provocazioni di Pyongyang proseguono arriva la notizia che i lavoratori nordcoreani del distretto coreano a sviluppo congiunto di Kaesong non si sono presentati al lavoro. “La Corea del Nord deve finirla con il suo comportamento sbagliato e fare la scelta giusta per l’interesse del futuro dei coreani” ha affermato la presidente della Corea del Sud, Park Geun-hye, durante una riunione dell’esecutivo, definendo come molto negativa la decisione di Pyongyang di bloccare le attività nell’area industriale di Kaesong.
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E' morta Margaret Thatcher. Lady di ferro e unica donna premier inglese
LONDRA - E' morta Margaret Thatcher, primo ministro britannico dal 1979 al 1990, prima e ad oggi unica donna a ricoprire la carica di premier del Regno Unito. Aveva 87 anni. Lo ha annunciato il suo portavoce, Lord Bell. Nata il 13 ottobre 1925 a Grantham, nel Lincolnshire, dal 1975 al 1990 Margaret Thatcher è stata anche leader del partito conservatore inglese. L'attuale primo ministro, David Cameron, ha detto: "La Gran Bretagna ha perso una grande leader, un grande primo ministro, una grande britannica".Sebbene nel 1990 fosse stata nominata baronessa di Kesteven, la storia la ricorderà con un altro titolo: "Iron Lady", la Lady di Ferro, per la decisione della sua premiership e per la durezza delle sue ricette, in economia come in politica estera, per arginare il declino economico in cui si era avviato il Regno Unito da qualche decennio e per restituire al Paese un importante ruolo nel panorama internazionale.
Durante il suo primo mandato, dal 1979 al 1983, lady Thatcher, filo-monetarista, incrementò il tasso d'interesse per ridurre l'inflazione ed aumentò l'IVA, preferendo la tassazione indiretta a quella diretta, interventi che colpirono soprattutto l'industria manifatturiera e la disoccupazione finì per raddoppiare in poco più di un anno. Nel 1982 l'inflazione tornò a livelli accettabili e il tasso d'interesse fu abbassato. Nonostante la crescita economica avesse tratto giovamento da questi interventi, l'industria manifatturiera ridusse i propri utili di un terzo in quattro anni e, nello stesso periodo di tempo, la disoccupazione aumentò di quattro volte.
Ma, più che con l'economia, in quel primo quadriennio la Thatcher seppe guadagnarsi il consenso della maggioranza dei cittadini con la fermezza dimostrata nelle crisi. La prima, il 30 aprile 1980, quando un gruppo di sei terroristi arabi assaltò l'ambasciata iraniana a Londra, chiedendo in cambio della fine dell'assedio il rilascio di 91 arabi detenuti in Iran minacciando di uccidere 26 ostaggi e di far saltare in aria l'edificio. La Thatcher prese il comando dell'operazione, gestendola in prima persona per cinque giorni, dando infine l'ordine di attaccare i sequestratori: cinque furono uccisi, uno catturato. E la sua popolarità crebbe a dismisura.
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Estero
Cipro, approvato piano di salvataggio Mannaia sui conti sopra 100mila euro. Prelievo forzoso del 30%
“Abbiamo evitato un fallimento disastroso“, commenta il ministro delle Finanze cipriota Sarrys quando l’alba non è ancora spuntata a Bruxelles. I volti sono tirati, l’Eurogruppo ha sì concesso il maxiprestito da 10 miliardi di euro per salvare Cipro ma, mai come in questa occasione, il club dell’Unione europea è stato vicinissimo allo scioglimento. Il Presidente della Repubblica Nikos Anastasiadis, ad un certo punto, ha sbuffato e rivolgendosi ai suoi interlocutori (Lagarde, Scheauble, Draghi) ha detto: “Vi faccio una proposta e non la accettate, ve ne presento un’altra ma è lo stesso. Cosa volete che faccia, che mi dimetta? Nessun problema”. In quei frangenti è anche circolata l’ipotesi che il suo testimone potesse essere raccolto dal capo della Chiesa di Cipro, l’Arcivescovo Chrysostomos II, che in quel caso avrebbe ripercorso gli stessi passi compiuti quarant’anni fa da Makarios, leader della chiesa e primo capo di stato dell’isola finalmente indipendente. Solo dopo quattro ore di trattative serrate con la troika la delegazione cipriota ha fatto ingresso nella sala dove nel frattempo era già iniziato senza di loro l’Eurogruppo.Il nodo è per i depositi superiori a 100mila euro. Il portavoce del governo cipriota, Christos Stilianides, parlando alla radio statale ha avvertito che il prelievo sui super conti nella Bank of Cyprus sarà di circa il 30 per cento, punto più punto meno. Una percentuale altissima ma comunque inferiore al 60 per cento proposto dalla troika. Per questo oggi il quotidiano cipriota Fileleftheros titola “Thriller con racket”, per via del gioco di ricatti e veti che per quasi dodici ore è andato in scena a Bruxelles. La prima reazione a Nicosia è stata una bomba fatta esplodere nella città marittima di Limassol contro una sede della Bank of Cyprus: molti danni ma nessun ferito.
I punti chiave dell’accordo prevedono la liquidazione immediata della Laikì Bank, divisa in “bad bank” e “good bank”; la Bce fornirà la liquidità necessaria alla Bank of Cyprus; indenni i depositi sotto i 100mila euro; solo i depositi non assicurati rimarranno congelati fino a quando non si procederà alla ricapitalizzazione; quest’ultima coinvolgerà i depositi non assicurati dei titolari di azioni e obbligazioni; la misura non dovrà passare al vaglio del Parlamento cipriota, che qualche giorno fa ha già votato un ddl straordinario che attribuisce poteri eccezionali al governatore della Banca centrale. Il versamento della prima tranche del prestito dovrebbe avvenire entro due mesi, ha detto il capo del meccanismo europeo di stabilità (Esm), Klaus Regklingk: “Dovremmo essere in grado di fare la prima erogazione ai primi di maggio”. Prima però la troika sarà chiamata a determinare i dettagli tecnici. L’accordo raggiunto sulla ristrutturazione delle due maggiori banche di Cipro può procedere “senza ulteriori ritardi” grazie ad un testo di legge recentemente approvato dal Parlamento a Nicosia, ha aggiunto il presidente dell’eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem.
Lapidario il commento di Anastasiadis: “Non solo una battaglia vinta, ma credo che si sia evitato il rischio prevedibile di una catastrofica uscita dalla zona euro“. L’obiettivo, da domani, è quello di ottenere stabilità macroeconomica, riformare il settore bancario, la disciplina fiscale. Nessuna certezza, ha aggiunto Sarrys, sulla data di riapertura delle banche nell’isola. Il ministero delle Finanze ha confermato che la liquidità di 9,2 miliardi sarà trasferita alla Banca di Cipro grazie all’impegno diretto della Bce. Alla domanda circa il coinvolgimento di fondi pensione appartenenti ai clienti della Banca di Cipro per importi superiori a 100.000 euro, Sarrys ha risposto che i depositi (indipendentemente da chi li ha generati) saranno convertiti in azioni, e i nuovi proprietari delle banche saranno principalmente gli azionisti attuali. Ha aggiunto che i fondi di previdenza hanno una propria politica di investimento che prevede la partecipazione al capitale nelle banche, “che è anche un modo per contribuire alla stabilizzazione del sistema”. E il Financial Times scrive che alcune banche estere starebbero già premendo per accaparrarsi i depositi dei russi a Cipro. Pare che approcci indicativi siano già giunti da paesi come Andorra, Germania, Lettonia e Svizzera. Forse la crisi è solo all’inizio.
Fonte: Il Fatto Quotidiano
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Brasile, Berlusconi testimonial dei lassativi, insieme a Bush e a Kim Jong
“Don’t let it overstay” (“Non lasciate che rimanga oltre”). Questo lo slogan della nuova campagna pubblicitaria dell’agenzia di comunicazione Artplan per i lassativi Bisalax dell’azienda farmaceutica brasiliana União Química.
Tra i ‘protagonisti’ – segnala Non leggere questo blog – a loro insaputa della campagna pubblicitaria George Bush, il dittatore nordcoreano Kim Jong-Il e Silvio Berlusconi.
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Estero
Marò, ambasciatore italiano bloccato in India. I giudici: “Ha perso l’immunità”
Dopo aver ascoltato le ragioni del Procuratore generale e del legale della parte italiana, il presidente della Corte Suprema Altamas Kabir ha chiarito di non volersi esprimere sul non ritorno del marò fino alla scadenza del permesso il 22 marzo. Il giudice è parso respingere l’istanza secondo cui Mancini ha firmato la sua dichiarazione giurata a nome dell’Italia. Ha quindi disposto l’estensione del suo precedente ordine secondo cui il diplomatico non può lasciare l’India.
Il presidente della Corte Suprema ha sostenuto che quando ha presentato insieme ai marò una dichiarazione giurata, l’ambasciatore Daniele Mancini ”automaticamente ha perso il diritto all’immunità”. ”Ho perso ogni fiducia nel sig. Mancini”, ha concluso il magistrato.
La Ue si chiama fuori. L’Ue ”non fa parte della disputa legale” tra Italia e India e ”perciò non può prende posizione nel merito degli argomenti legali riguardanti la sostanza del caso”. Lo afferma in una nota all’Ansa un portavoce di Catherine Ashton, responsabile per la politica estera dell’Ue. L’Ue esprime tuttavia ”l’incoraggiamento” a Italia e India perchè trovino una ”soluzione amichevole” nell’ambito del ”rispetto delle regole internazionali”.
”Come fatto sin dall’inizio di questo caso – è scritto nella nota – incoraggiamo Italia ed India a trovare una soluzione di reciproca soddisfazione, basata sulla Convenzione sul diritto del mare e sul diritto internazionale, esplorando tutte le vie per una soluzione amichevole”. Ribadendo quanto affermato già venerdì scorso, la Ue poi ”prende nota delle discussioni in corso tra India e Italia e continua a sperare che una soluzione consensuale possa essere trovata attraverso il negoziato ed il rispetto delle regole internazionali”.
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Estero
Segna e fa il saluto nazista, la Grecia punisce Katidis
Viva la Grecia [By redazione]
Imu, la Svizzera smentisce Berlusconi "Nessun accordo fiscale"
Ada Marra è soddisfatta della risposta di Eveline Widmer-Schlumpf anche perché, pur non citando mai Berlusconi e i quattrini da lui evocati "ne si deduce un cortese diniego alla fretta dell'ex-premier. A questo punto, inoltre, ho capito che se c'è stato qualcuno che ha bluffato, quello è stato, proprio, Silvio Berlusconi", conclude la parlamentare socialista elvetica. A dire il vero, almeno in Svizzera, la maggior parte degli addetti ai lavori ha sorriso quando Berlusconi evocò la possibilità di concludere in fretta e furia l'accordo fiscale, incassare in pochi mesi il cospicuo gruzzolo dell'imposta liberatoria per poter così iniettare nelle casse pubbliche i quattro miliardi restituiti, nel frattempo, come da promessa elettorale, a chi aveva pagato l'Imu sulla prima casa. "Sogna", aveva commentato, ad esempio, il parlamentare della destra, Pierre Rusconi, consapevole dei tempi lunghi di cui necessita un accordo di quella portata. Si pensi, ad esempio che, solo nei giorni scorsi, la Gran Bretagna ha ricevuto una prima tranche di 500 milioni di franchi, relativi all'accordo fiscale, siglato con la Confederazione ben più di un anno fa. Il caso. La procura di Roma, intanto, ha aperto un fascicolo intestato "atti relativi a", ossia privo di ipotesi di reato e di indagati, in merito al caso della lettera sul rimborso Imu, a firma Silvio Berlusconi, recapitata a numerosi cittadini. Il fascicolo ha preso spunto da un esposto del candidato alla Regione Lazio di Rc, Gianfranco Mascia. Secondo Mascia, dietro la lettera sul rimborso Imu si cela una sorta di voto di scambio. L'esponente di Rivoluzione Civile, ha chiesto, con un esposto presentato due giorni fa alla procura, di valutare l'eventuale sussistenza di profili penali.
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Brasile, Battisti irreperibile un giudice federale ordina la sua ricerca
BRASILIA - Che fine ha fatto Cesare Battisti? Se lo chiede un giudice federale brasiliano dopo che l'ex militante dei Proletari armati - condannato in Italia all'ergastolo e mai estradato dalle autorità brasiliane dopo una lunga querelle - si è reso irreperibile all'indirizzo di Rio de Janeiro che ha comunicato alle autorità dopo la sua uscita dal carcere.
Così il giudice ha chiesto alla polizia di verificare dove si trova. A rendere nota la notizia è la stampa brasiliano, precisando che nel prendere la decisione, il giudice Alexandre Vidigal ha in una nota comunicato che Battisti è "in luogo ignoto".
Se le ricerche attivate per contattare Battisti non porteranno ad alcun risultato entro cinque giorni, Vidigal chiederà alla polizia di aprire un'indagine per accertare dove si trovi. Secondo la legge brasiliana, ha ricordato il giudice, gli stranieri che non si fanno trovare nei recapiti indicati alle autorità possono essere considerati irregolarmente presenti nel paese, fatto che non esclude la possibilità di una deportazione.
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Così il giudice ha chiesto alla polizia di verificare dove si trova. A rendere nota la notizia è la stampa brasiliano, precisando che nel prendere la decisione, il giudice Alexandre Vidigal ha in una nota comunicato che Battisti è "in luogo ignoto".
Se le ricerche attivate per contattare Battisti non porteranno ad alcun risultato entro cinque giorni, Vidigal chiederà alla polizia di aprire un'indagine per accertare dove si trovi. Secondo la legge brasiliana, ha ricordato il giudice, gli stranieri che non si fanno trovare nei recapiti indicati alle autorità possono essere considerati irregolarmente presenti nel paese, fatto che non esclude la possibilità di una deportazione.
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India, Paolo Bosusco è libero "Sono dimagrito, ma sto bene"
ROMA - Paolo Bosusco è libero. La notizia è stata data dalla tv di stato indiana Ndtv e confermata telefonicamente da una persona che accompagna uno dei due mediatori impegnati durante la trattativa tra i ribelli maoisti e il governo dell'Orissa per la liberazione dei due ostaggi italiani 1. Claudio Colangelo era stato rilasciato il 25 marzo.
Bosusco è già nella capitale Bhubaneswar, al primo piano della "guest house" con l'ambasciatore e il console italiani e i rappresentanti delle autorità locali. "E' la notizia che aspettavamo - ha detto a caldo il ministro degli Esteri, Giulio Terzi -. Si sta concludendo una vicenda rischiosa e molto complessa che in queste settimane ci ha visto impegnati a tutti i livelli e senza sosta, con l'obiettivo che in questi casi resta sempre quello di garantire anzitutto l'incolumità dei nostri connazionali".
Da riportare a casa, oltre a nove italiani ostaggio di bande armate in tutto il mondo (Rossella Urru, Maria Sandra Mariani, Giovanni Lo Porto e i sei membri italiani della nave 'Enrico Ievoli' sequestrata dai pirati il 27 dicembre scorso al largo delle coste dell'Oman) restano i due marò detenuti in India. Quando il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura ha annunciato al Senato la liberazione di Bosusco, assieme all'applauso tra i banchi c'è stato qualche accenno
di polemica che il presidente dell'Aula, Renato Schifani, ha riportato subito all'ordine sostenendo che sul fronte dei marò "il governo sicuramente sta lavorando" e al termine della comunicazione ha ringraziato il sottosegretario "per tutto quello che sta facendo".
Bosusco è apparso visibilmente dimagrito per la lunga prigionia. "Sono finalmente libero, sto bene - le sue prime parole ai cronisti -. Saluto tutti quelli che mi vogliono bene, la mia famiglia, mio padre, mia sorella, cugine, zie parenti e tutti i miei amici sparsi in Italia e nel mondo. Non preoccupatevi, sapete che sono forte. Tutto è finito, va tutto bene, non c'è nessun problema".
Al termine del colloquio con le autorità, Paolo si è affacciato dal balcone della Guest House di Bhubaneswar per salutare il centinaio di giornalisti presenti. E' apparso sorridente, sereno, e a chi gli faceva notare "oramai sei diventato famoso", ha risposto "sì, ma non avrei voluto esserlo".
L'intervistatore del Tg1 gli ha chiesto della sua magrezza: "E' il risultato di 28 giorni di vacanza pagata" ha spiegato Bosusco, affrettandosi però ad aggiungere che "i maoisti hanno cercato di darmi il meglio che potevano, ma qualche problema c'è stato, il cibo era quello che era, e per due volte ho avuto la malaria. Ma sono abituato, per anni sono andato nella foresta da solo". La vera difficoltà, ha sottolineato ancora Bosusco alludendo al compagno di prigionia Claudio Colangelo, "è stata quando c'erano altre persone che dipendevano da me, dopo invece è andata meglio".
Bosusco ha quindi telefonato al padre Azelio: "Sto bene, torno presto in Italia", gli ha detto. "Mio figlio? E' sicuramente un grosso personaggio - ha aggiunto papà Azelio -. Quando arriverà vi dirò tutto. Non so se potrò impedirgli di tornare in India: è grande e non lo posso obbligare. E' innamorato dell'India. Mio figlio è sicuramente un grosso personaggio perché il suo percorso di vita è interessantissimo. Ora spero solo che arrivi presto".
L'ambasciatore italiano a New Delhi, Giacomo Sanfelice di Monteforte, a Tgcom24: "Devo ringraziare le autorità indiane per la cooperazione e per la risoluzione di questo caso non facile. Abbiamo incontrato Bosusco, sta bene e vuole tornare in Italia. Ci sono stati momenti difficili, ma la trattativa è stata condotta bene e il tutto si è concluso per il meglio. Bosusco ci ha detto subito di stare bene e di essere dispiaciuto soprattutto per aver disturbato tante persone per la sua liberazione".
Paolo Bosusco, 54 anni, piemontese, guida di trekking che per sei mesi all'anno vive e lavora a Puri, era stato rapito dai ribelli mentre accompagnava un cliente romano, Claudio Colangelo, poi liberato il 25 marzo, in un'escursione nelle montagne dell'interno, nello stato dell'Orissa.
Il rilascio di Bosusco sarebbe avvenuto già ieri, ma i ribelli maoisti hanno nascosto la notizia con una serie di depistaggi per evitare che le forze di sicurezza indiane li attaccassero non dovendo più temere per l'incolumità dell'ostaggio. Un probabile diversivo è stata la richiesta, in extremis, della scarcerazione di una loro compagna, Aarti Majhi, rinchiusa da due anni nella prigione di Berhampur per coinvolgimento in attività sediziose. In giornata è prevista l'udienza in cui sarà esaminata la richiesta di libertà dietro cauzione, presentata dalla difesa della donna.
La Farnesina è stata prima in attesa di conferme dirette dalle proprie delegazioni, poi è arrivato l'annuncio dell'ambasciatore, Giacomo Sanfelice: "Sì - ha detto Sanfelice - fonti del governo dell'Orissa mi hanno confermato che il nostro connazionale è libero". In questi giorni l'ambasciatore italiano ha fatto la spola fra il Kerala, dove ha trascorso la Pasqua con i marò, e l'Orissa, per seguire da vicino gli sviluppi del rapimento di Bosusco.
Seppure con riserva, anche il quotidiano 'The Times of India' aveva annunciato il rilascio del 54enne cittadino italiano. Bosusco sarebbe stato liberato durante la notte nella foresta vicino al villaggio di Mohona, non lontano da dove era avvenuto il duplice sequestro. Sempre stando a NdTv, prima di liberare l'ostaggio i rapitori avrebbero preteso la scarcerazione di un altro loro compagno maoista, Aarti Manjhi, la cui istanza di libertà dietro cauzione dovrebbe essere esaminata in giornata dalla magistratura.
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Bosusco è già nella capitale Bhubaneswar, al primo piano della "guest house" con l'ambasciatore e il console italiani e i rappresentanti delle autorità locali. "E' la notizia che aspettavamo - ha detto a caldo il ministro degli Esteri, Giulio Terzi -. Si sta concludendo una vicenda rischiosa e molto complessa che in queste settimane ci ha visto impegnati a tutti i livelli e senza sosta, con l'obiettivo che in questi casi resta sempre quello di garantire anzitutto l'incolumità dei nostri connazionali".
Da riportare a casa, oltre a nove italiani ostaggio di bande armate in tutto il mondo (Rossella Urru, Maria Sandra Mariani, Giovanni Lo Porto e i sei membri italiani della nave 'Enrico Ievoli' sequestrata dai pirati il 27 dicembre scorso al largo delle coste dell'Oman) restano i due marò detenuti in India. Quando il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura ha annunciato al Senato la liberazione di Bosusco, assieme all'applauso tra i banchi c'è stato qualche accenno
di polemica che il presidente dell'Aula, Renato Schifani, ha riportato subito all'ordine sostenendo che sul fronte dei marò "il governo sicuramente sta lavorando" e al termine della comunicazione ha ringraziato il sottosegretario "per tutto quello che sta facendo".
Bosusco è apparso visibilmente dimagrito per la lunga prigionia. "Sono finalmente libero, sto bene - le sue prime parole ai cronisti -. Saluto tutti quelli che mi vogliono bene, la mia famiglia, mio padre, mia sorella, cugine, zie parenti e tutti i miei amici sparsi in Italia e nel mondo. Non preoccupatevi, sapete che sono forte. Tutto è finito, va tutto bene, non c'è nessun problema".
Al termine del colloquio con le autorità, Paolo si è affacciato dal balcone della Guest House di Bhubaneswar per salutare il centinaio di giornalisti presenti. E' apparso sorridente, sereno, e a chi gli faceva notare "oramai sei diventato famoso", ha risposto "sì, ma non avrei voluto esserlo".
L'intervistatore del Tg1 gli ha chiesto della sua magrezza: "E' il risultato di 28 giorni di vacanza pagata" ha spiegato Bosusco, affrettandosi però ad aggiungere che "i maoisti hanno cercato di darmi il meglio che potevano, ma qualche problema c'è stato, il cibo era quello che era, e per due volte ho avuto la malaria. Ma sono abituato, per anni sono andato nella foresta da solo". La vera difficoltà, ha sottolineato ancora Bosusco alludendo al compagno di prigionia Claudio Colangelo, "è stata quando c'erano altre persone che dipendevano da me, dopo invece è andata meglio".
Bosusco ha quindi telefonato al padre Azelio: "Sto bene, torno presto in Italia", gli ha detto. "Mio figlio? E' sicuramente un grosso personaggio - ha aggiunto papà Azelio -. Quando arriverà vi dirò tutto. Non so se potrò impedirgli di tornare in India: è grande e non lo posso obbligare. E' innamorato dell'India. Mio figlio è sicuramente un grosso personaggio perché il suo percorso di vita è interessantissimo. Ora spero solo che arrivi presto".
L'ambasciatore italiano a New Delhi, Giacomo Sanfelice di Monteforte, a Tgcom24: "Devo ringraziare le autorità indiane per la cooperazione e per la risoluzione di questo caso non facile. Abbiamo incontrato Bosusco, sta bene e vuole tornare in Italia. Ci sono stati momenti difficili, ma la trattativa è stata condotta bene e il tutto si è concluso per il meglio. Bosusco ci ha detto subito di stare bene e di essere dispiaciuto soprattutto per aver disturbato tante persone per la sua liberazione".
Paolo Bosusco, 54 anni, piemontese, guida di trekking che per sei mesi all'anno vive e lavora a Puri, era stato rapito dai ribelli mentre accompagnava un cliente romano, Claudio Colangelo, poi liberato il 25 marzo, in un'escursione nelle montagne dell'interno, nello stato dell'Orissa.
Il rilascio di Bosusco sarebbe avvenuto già ieri, ma i ribelli maoisti hanno nascosto la notizia con una serie di depistaggi per evitare che le forze di sicurezza indiane li attaccassero non dovendo più temere per l'incolumità dell'ostaggio. Un probabile diversivo è stata la richiesta, in extremis, della scarcerazione di una loro compagna, Aarti Majhi, rinchiusa da due anni nella prigione di Berhampur per coinvolgimento in attività sediziose. In giornata è prevista l'udienza in cui sarà esaminata la richiesta di libertà dietro cauzione, presentata dalla difesa della donna.
La Farnesina è stata prima in attesa di conferme dirette dalle proprie delegazioni, poi è arrivato l'annuncio dell'ambasciatore, Giacomo Sanfelice: "Sì - ha detto Sanfelice - fonti del governo dell'Orissa mi hanno confermato che il nostro connazionale è libero". In questi giorni l'ambasciatore italiano ha fatto la spola fra il Kerala, dove ha trascorso la Pasqua con i marò, e l'Orissa, per seguire da vicino gli sviluppi del rapimento di Bosusco.
Seppure con riserva, anche il quotidiano 'The Times of India' aveva annunciato il rilascio del 54enne cittadino italiano. Bosusco sarebbe stato liberato durante la notte nella foresta vicino al villaggio di Mohona, non lontano da dove era avvenuto il duplice sequestro. Sempre stando a NdTv, prima di liberare l'ostaggio i rapitori avrebbero preteso la scarcerazione di un altro loro compagno maoista, Aarti Manjhi, la cui istanza di libertà dietro cauzione dovrebbe essere esaminata in giornata dalla magistratura.
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"In God's name, go!!!"! Il Financial Times implora Berlusconi
LONDRA - "In nome di Dio, vattene! Solo un cambio di leadership può ridare credibilità all'Italia". Non è la prima volta che il Financial Times pubblica un editoriale in cui auspica le dimissioni di Silvio Berlusconi. Ma non lo aveva mai fatto con un linguaggio così forte ed esplicito, per l'esattezza una citazione da Oliver Cromwell, il rivoluzionario inglese che rovesciò la monarchia e fece decapitare il re. Se qualcuno avesse ancora dubbi sulla gravità della situazione e sulla preoccupazione della comunità internazionale per quanto sta accadendo a Roma, l'uso di simili parole e metafore da parte del quotidiano della City, voce di banche e mondo finanziario, più autorevole giornale d'Europa, li spazza via definitivamente.
FOTO L'editoriale del Financial Times 1
Al summit del G20 di Cannes, afferma l'editoriale (non firmato, dunque espressione della direzione e della proprietà del Financial Times), "i più potenti leader del mondo si sono ritrovati impotenti di fronte alle manovre di due primi ministri", Papandreu e Berlusconi, fra loro molto simili: "entrambi hanno una maggioranza parlamentare che sta scomparendo, entrambi litigano con il proprio ministro delle Finanze, entrambi hanno la tendenza a non mantenere
gli impegni". Ma c'è, avverte l'articolo, "una importante differenza: il debito pubblico italiano, avendo raggiunto quota 1900 miliardi di euro, è così alto da potere destabilizzare l'economia mondiale ben più di quanto può fare quello di Atene".
L'editoriale elenca i punti chiave della crisi italiana per poi proseguire: "E' una buona cosa che il Fondo Monetario Internazionale abbia ora il monitoraggio dei progressi di roma sulle necessarie riforme. Ma ciò rischia di essere insidiato finché l'Italia mantiene il suo attuale leader. Dopo essere stato incapace di riformare il paese in due decenni in politica, Berlusconi non ha la credibilità per realizzare un cambiamento significativo".
Sarebbe ingenuo pensare che, dimessosi Berlusconi, l'Italia riguadagnerà immediatamente la piena fiducia dei mercati, continua il Financial Times. "Ma un cambio di leadership è ugualmente imperativo. Un nuovo premier impegnato a fare le riforme potrebbe riassicurare i mercati. Ciò renderebbe più facile per la Banca Centrale Europea continuare il suo programma di acquisto di titoli di stato". E l'editoriale si conclude così: "Dopo vent'anni di uno show inefficace, le uniche parole da dire a Berlusconi sono quelle usate da Oliver Cromwell. In nome di Dio, dell'Italia e dell'Europa, vattene!"
All'interno del giornale, in una corrispondenza da Roma, il quotidiano della City riferisce che Berlusconi continua ostinatamente a rifiutare di andarsene e ipotizza quattro scenari per il prossimo futuro: l'incubo, ovvero Berlusconi riesce a rimanere al suo posto; l'incubo rivisitato, ovvero Berlusconi cade, si fanno elezioni anticipate, nell'incertezza le rivince la stessa coalizione di centro-destra, paralizzata come l'attuale; il barlume di speranza, in cui Berlusconi si dimette, Gianni Letta lo rimpiazza, allarga la coalizione con l'opposizione di centro, fa qualche riforma, anche se Berlusconi rimane nell'ombra; e il dream team, Berlusconi si dimette, il suo partito si divide, e si forma un governo di transizione di tecnocrati guidato da Mario Monti con il mandato di fare tutte le riforme necessarie. "Dopo la Primavera Araba, avremo l'autunno del Mediterraneo", dichiara nello stesso articolo Marco Elser, banchiere di AdviCorp, affermando che la comunità finanziaria si aspetta "un rally spettacolare" di titoli italiani se Berlusconi darà le dimissioni e sarà sostituito da un governo di tecnocrati.
Sempre sul Financial Times, un altro piccolo sintomo delle umiliazioni a cui Berlusconi è stato sottoposto al summit del G20: "Il suo unico incontro bilaterale con Barack Obama è avvenuto quando si è scontrato per caso con il presidente americano che usciva dall'albergo per andare a fare jogging". E il titolo di apertura di prima pagina è dedicato al nostro premier che "minimizza la crisi del debito".
Commenti e titoli analoghi dominano la stampa inglese di oggi. Per il Times, Berlusconi è "sull'orlo del precipizio". Per il Guardian, Berlusconi "alza le spalle sul controllo dell'Fmi, dicendo che i ristoranti sono pieni e questo mostra la salute del paese". Per l'Independent, Berlusconi è "umiliato dal Fondo Monetario". E sempre sul Guardian, un editoriale della columnist Marina Hyde afferma che Berlusconi verrà probabilmente ricordato come il simbolo "grottesco, clownesco e lascivo" di questa era.
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Fonte: Repubblica.it
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FOTO L'editoriale del Financial Times 1
Al summit del G20 di Cannes, afferma l'editoriale (non firmato, dunque espressione della direzione e della proprietà del Financial Times), "i più potenti leader del mondo si sono ritrovati impotenti di fronte alle manovre di due primi ministri", Papandreu e Berlusconi, fra loro molto simili: "entrambi hanno una maggioranza parlamentare che sta scomparendo, entrambi litigano con il proprio ministro delle Finanze, entrambi hanno la tendenza a non mantenere
gli impegni". Ma c'è, avverte l'articolo, "una importante differenza: il debito pubblico italiano, avendo raggiunto quota 1900 miliardi di euro, è così alto da potere destabilizzare l'economia mondiale ben più di quanto può fare quello di Atene".
L'editoriale elenca i punti chiave della crisi italiana per poi proseguire: "E' una buona cosa che il Fondo Monetario Internazionale abbia ora il monitoraggio dei progressi di roma sulle necessarie riforme. Ma ciò rischia di essere insidiato finché l'Italia mantiene il suo attuale leader. Dopo essere stato incapace di riformare il paese in due decenni in politica, Berlusconi non ha la credibilità per realizzare un cambiamento significativo".
Sarebbe ingenuo pensare che, dimessosi Berlusconi, l'Italia riguadagnerà immediatamente la piena fiducia dei mercati, continua il Financial Times. "Ma un cambio di leadership è ugualmente imperativo. Un nuovo premier impegnato a fare le riforme potrebbe riassicurare i mercati. Ciò renderebbe più facile per la Banca Centrale Europea continuare il suo programma di acquisto di titoli di stato". E l'editoriale si conclude così: "Dopo vent'anni di uno show inefficace, le uniche parole da dire a Berlusconi sono quelle usate da Oliver Cromwell. In nome di Dio, dell'Italia e dell'Europa, vattene!"
All'interno del giornale, in una corrispondenza da Roma, il quotidiano della City riferisce che Berlusconi continua ostinatamente a rifiutare di andarsene e ipotizza quattro scenari per il prossimo futuro: l'incubo, ovvero Berlusconi riesce a rimanere al suo posto; l'incubo rivisitato, ovvero Berlusconi cade, si fanno elezioni anticipate, nell'incertezza le rivince la stessa coalizione di centro-destra, paralizzata come l'attuale; il barlume di speranza, in cui Berlusconi si dimette, Gianni Letta lo rimpiazza, allarga la coalizione con l'opposizione di centro, fa qualche riforma, anche se Berlusconi rimane nell'ombra; e il dream team, Berlusconi si dimette, il suo partito si divide, e si forma un governo di transizione di tecnocrati guidato da Mario Monti con il mandato di fare tutte le riforme necessarie. "Dopo la Primavera Araba, avremo l'autunno del Mediterraneo", dichiara nello stesso articolo Marco Elser, banchiere di AdviCorp, affermando che la comunità finanziaria si aspetta "un rally spettacolare" di titoli italiani se Berlusconi darà le dimissioni e sarà sostituito da un governo di tecnocrati.
Sempre sul Financial Times, un altro piccolo sintomo delle umiliazioni a cui Berlusconi è stato sottoposto al summit del G20: "Il suo unico incontro bilaterale con Barack Obama è avvenuto quando si è scontrato per caso con il presidente americano che usciva dall'albergo per andare a fare jogging". E il titolo di apertura di prima pagina è dedicato al nostro premier che "minimizza la crisi del debito".
Commenti e titoli analoghi dominano la stampa inglese di oggi. Per il Times, Berlusconi è "sull'orlo del precipizio". Per il Guardian, Berlusconi "alza le spalle sul controllo dell'Fmi, dicendo che i ristoranti sono pieni e questo mostra la salute del paese". Per l'Independent, Berlusconi è "umiliato dal Fondo Monetario". E sempre sul Guardian, un editoriale della columnist Marina Hyde afferma che Berlusconi verrà probabilmente ricordato come il simbolo "grottesco, clownesco e lascivo" di questa era.
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Fonte: Repubblica.it
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L'Unesco accoglie la Palestina Furia degli Usa: "Inaccettabile"
PARIGI - L'Assemblea generale dell'Unesco, l'organo delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura, ha approvato l'adesione a pieno titolo della Palestina nell'organizzazione. La risoluzione è stata adottata con 107 voti a favore, tra cui quello di Francia, Cina e India. Contrari Stati Uniti, Germania, Canada e altri 11 paesi. Cinquantadue gli astenuti, tra cui figurano Italia e Gran Bretagna. Perchè l'ammissione della Palestina all'Unesco diventi operativa questa dovrà ora ratificare la carta dell'Unesco.
"Questo è un giorno di festa, un giorno storico", ha commentato Sabri Saidam, consigliere del presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas, aggiungendo: "Per noi si tratta di uno dei pilastri nella nostra lotta per l'indipendenza". Opposto il parere di Israele, fortemente critica con il voto di Parigi. "Si tratta di una tragedia", ha detto un rappresentante del Paese.
Come previsto il via libera ha creato una spaccatura con gli Stati Uniti, il cui commento non si è fatto attendere. "Non possiamo accettare l'adesione della Palestina all'Unesco", ha dichiarato il rappresentante Usa intervenendo alla sessione plenaria dell'Unesco dopo il voto favorevole ai palestinesi. Ora i finanziamenti americani all'organizzazione potrebbero essere a rischio. Un grave colpo visto che gli Stati Uniti sono il principale finanziatore dell'Unesco e contribuiscono al suo bilancio per il 22%.
Il portavoce della Farnesina, Maurizio
Massari ha commentato l'astensione affermando che l'Italia "si è attivata per giungere ad una risposta coaesa e unita da parte dell'Ue, in mancanza della quale ha deciso di astenersi".
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Fonte: Repubblica.it
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"Questo è un giorno di festa, un giorno storico", ha commentato Sabri Saidam, consigliere del presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas, aggiungendo: "Per noi si tratta di uno dei pilastri nella nostra lotta per l'indipendenza". Opposto il parere di Israele, fortemente critica con il voto di Parigi. "Si tratta di una tragedia", ha detto un rappresentante del Paese.
Come previsto il via libera ha creato una spaccatura con gli Stati Uniti, il cui commento non si è fatto attendere. "Non possiamo accettare l'adesione della Palestina all'Unesco", ha dichiarato il rappresentante Usa intervenendo alla sessione plenaria dell'Unesco dopo il voto favorevole ai palestinesi. Ora i finanziamenti americani all'organizzazione potrebbero essere a rischio. Un grave colpo visto che gli Stati Uniti sono il principale finanziatore dell'Unesco e contribuiscono al suo bilancio per il 22%.
Il portavoce della Farnesina, Maurizio
Massari ha commentato l'astensione affermando che l'Italia "si è attivata per giungere ad una risposta coaesa e unita da parte dell'Ue, in mancanza della quale ha deciso di astenersi".
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Dieci anni di guerra Ma l'Afghanistan resta un narcostato
In Afghanistan quest’anno la coltivazione dei papaveri è aumentata del 7 per cento e la produzione potenziale di oppio del 61 per cento, la redditività è raddoppiata passando da 4.900 a 10.700 dollari per acro, gli acri coltivati da 123.000 sono diventati 131.000,e altre tre province finora “poppy free”, libere da papaveri, non lo sono più. In sintesi è questo il contenuto del Report dell’Ufficio delle Nazioni Unite per Droga e Crimine appena pubblicato, che fa il confronto con il 2010. Aumentano la superficie e la produzione quindi, ma soprattutto aumentano produttività e redditività. Oggi la sola coltivazione contribuisce al Pil con 16,34 miliardi di dollari, il 9 per cento, l’anno scorso era il 5, con 12,7 miliardi. Quello del papavero è il business più diffuso e redditizio, praticamente l’unica industria nazionale in Afghanistan, diventato a tutti gli effetti un narcostato.
A dieci anni dell’attacco occidentale al regime dei Talebani, era il 7 ottobre 2001, Osama Bin Laden è morto, ma i narcotrafficanti stanno benissimo. E quest’anno possono mettere a bilancio il raddoppio del costo dell’oppio, associato a una maggiore produttività del terreno, e un ancora maggiore peso nell’economia nazionale. Rispetto alla Guerra alla droga non sono risultati da poco. Presentando il rapporto, il direttore dell’Unodc Yuri Fedotov si è congratulato con il ministero antidroga e la polizia afghani per aver “lavorato sodo”, per poi concludere con l’innegabile gravità dei dati presentati: il “messaggio forte di fronte al quale non si può restare letargici”. Il suo statement è un sofferto appello alla comunità internazionale, che “può e deve fare di più”, riassunto anche nei 140 caratteri del suo account Twitter. Per la prima volta nel report annuale vengono abbandonati ogni ottimismo e rassicurazione e la preoccupazione è espressa senza tanti giri di parole.
L’unico risultato positivo presentato dall’Unodc è legato alle eradicazioni delle piante, tema peraltro controverso, sul quale gli stati membri hanno posizioni differenti. Ma se è vero che la crescita percentuale della superficie “liberata” dalla coltivazione dei papaveri è stata del 65 per cento, è vero anche che tale crescita si traduce in un migliaio di acri in più rispetto al 2010, per arrivare a 3.800, “solo il 3 per cento dell’intera area coltivata” lamenta Fedotov. Mentre l’aumento del prezzo dell’oppio, triplicato dal 2009, incentiva i contadini a passare a questa attività, e quando invece la evitano non è per paura della repressione governativa, ma per la scarsa aderenza ai precetti dell’Islam, dice ancora il rapporto. L’Afghanistan con le sue 5.800 tonnellate produce oggi il 95 per cento della quantità totale di oppio che circola al mondo (equivalente, una volta raffinato, a circa 600 tonnellate di eroina).
La produzione afghana si concentra nelle province a sud e ovest, confermando, dice il rapporto, “la connessione osservata dal 2007 tra insicurezza e coltivazioni”. Un punto che pare stare a cuore al direttore Fedotov, che ricorda come produzione e traffico di stupefacenti alimentano corruzione e criminalità. Connessioni che producono instabilità sia in Afghanistan che a livello globale: “Bruciamo tutti sulla stessa fiamma”. L’oppio porta potere e profitti e un intreccio di interessi per signori della guerra, militari, politici, trafficanti e ovviamente talebani.
Lo zar Yuri Fedotov, ex diplomatico ed ex ministro della Federazione Russa, si è insediato poco più di un anno fa alla guida dell’Unodc prendendo il posto dell’italiano Antonio Maria Costa (e rompendo una tradizione, quella della guida italiana, che durava dal 1982, interrotta anche per il taglio dell’80 per cento dei contributi italiani all’agenzia). Conosce bene le “connessioni causali” tra traffico di droga e guai, visto che proviene da un’area che sta pagando prezzi altissimi l’essere luogo di transito e smercio di quantità sempre più consistenti di eroina afghana, il cui abuso ha raggiunto livelli endemici. Mentre il governo si limita per lo più a incarcerare i tossicodipendenti e non pare in grado di fronteggiare l’emergenza con strumenti politici e sanitari efficaci e rispettosi dei diritti umani.
La situazione russa è speculare a quanto si sta verificando lungo tutte le vie del traffico internazionale, che dall’Afghanistan vanno verso Nord, attraverso l’Asia centrale, per approdare in Europa e Russia, o verso Ovest, attraverso Iran, Turchia e Europa, o verso Sud, attraverso Pakistan e India. Arrivano in Africa, negli Usa, in Cina, in Australia. L’Afghanistan per primo però paga il prezzo anche sociale, umano, dell’essere diventato un narcostato. Nonché, sempre seguendo le parole di Fedotov e del Report dell’Unodc, “uno dei Paesi con la più alta quota di consumatori di oppio nel mondo. Il Paese sta inoltre assistendo a un’epidemia di Hiv, concentrata fra gli assuntori di droga”. Nella produzione invece sarebbe coinvolto solo il 5 per cento della popolazione.
Nel 2010 la produzione di oppio aveva registrato una battuta d’arresto: non per l’azione di polizia o di organismi internazionali, ma per la perniciosa presenza di un parassita che danneggia le piante. Risolto il problema agricolo, la produttività delle coltivazioni ha ricominciato a crescere per tornare ai livelli degli anni passati. Da molti anni l’Afghanistan ha soppiantato nella produzione di oppio il cosiddetto Triangolo d’oro, Thailandia, Birmania e Laos, dove peraltro sta riprendendo quota, come sta accadendo anche in Messico.
In Afghanistan non si coltiva solamente: sulle vie del narcotraffico non viaggia solo l’oppio grezzo, ma l’eroina già raffinata, in laboratori dove lavorano i “chimici” migliori sulla piazza, turchi e iraniani. Che processano in loco la maggior parte dell’oppio qui prodotto. E’ anche così che il miliardo e mezzo di dollari che frutta la sola vendita delle piante (oggi il papavero essiccato frutta ai coltivatori 240 euro al chilo) si moltiplica in maniera esponenziale (l’eroina raffinata viaggia in Afghanistan sui 4 mila dollari al chilo), arrivando a comporre in realtà la metà del Pil nazionale. Il giro d’affari mondiale per i soli oppiacei è di quasi 70 miliardi di dollari, come quantificato nel World Drugs Report emesso sempre dall’Unodc. Sul fronte della guerra ai Talebani le notizie non sono buone, su quello della guerra alla droga sono anche peggiori.
Fonte: Il FQ
A dieci anni dell’attacco occidentale al regime dei Talebani, era il 7 ottobre 2001, Osama Bin Laden è morto, ma i narcotrafficanti stanno benissimo. E quest’anno possono mettere a bilancio il raddoppio del costo dell’oppio, associato a una maggiore produttività del terreno, e un ancora maggiore peso nell’economia nazionale. Rispetto alla Guerra alla droga non sono risultati da poco. Presentando il rapporto, il direttore dell’Unodc Yuri Fedotov si è congratulato con il ministero antidroga e la polizia afghani per aver “lavorato sodo”, per poi concludere con l’innegabile gravità dei dati presentati: il “messaggio forte di fronte al quale non si può restare letargici”. Il suo statement è un sofferto appello alla comunità internazionale, che “può e deve fare di più”, riassunto anche nei 140 caratteri del suo account Twitter. Per la prima volta nel report annuale vengono abbandonati ogni ottimismo e rassicurazione e la preoccupazione è espressa senza tanti giri di parole.
L’unico risultato positivo presentato dall’Unodc è legato alle eradicazioni delle piante, tema peraltro controverso, sul quale gli stati membri hanno posizioni differenti. Ma se è vero che la crescita percentuale della superficie “liberata” dalla coltivazione dei papaveri è stata del 65 per cento, è vero anche che tale crescita si traduce in un migliaio di acri in più rispetto al 2010, per arrivare a 3.800, “solo il 3 per cento dell’intera area coltivata” lamenta Fedotov. Mentre l’aumento del prezzo dell’oppio, triplicato dal 2009, incentiva i contadini a passare a questa attività, e quando invece la evitano non è per paura della repressione governativa, ma per la scarsa aderenza ai precetti dell’Islam, dice ancora il rapporto. L’Afghanistan con le sue 5.800 tonnellate produce oggi il 95 per cento della quantità totale di oppio che circola al mondo (equivalente, una volta raffinato, a circa 600 tonnellate di eroina).
La produzione afghana si concentra nelle province a sud e ovest, confermando, dice il rapporto, “la connessione osservata dal 2007 tra insicurezza e coltivazioni”. Un punto che pare stare a cuore al direttore Fedotov, che ricorda come produzione e traffico di stupefacenti alimentano corruzione e criminalità. Connessioni che producono instabilità sia in Afghanistan che a livello globale: “Bruciamo tutti sulla stessa fiamma”. L’oppio porta potere e profitti e un intreccio di interessi per signori della guerra, militari, politici, trafficanti e ovviamente talebani.
Lo zar Yuri Fedotov, ex diplomatico ed ex ministro della Federazione Russa, si è insediato poco più di un anno fa alla guida dell’Unodc prendendo il posto dell’italiano Antonio Maria Costa (e rompendo una tradizione, quella della guida italiana, che durava dal 1982, interrotta anche per il taglio dell’80 per cento dei contributi italiani all’agenzia). Conosce bene le “connessioni causali” tra traffico di droga e guai, visto che proviene da un’area che sta pagando prezzi altissimi l’essere luogo di transito e smercio di quantità sempre più consistenti di eroina afghana, il cui abuso ha raggiunto livelli endemici. Mentre il governo si limita per lo più a incarcerare i tossicodipendenti e non pare in grado di fronteggiare l’emergenza con strumenti politici e sanitari efficaci e rispettosi dei diritti umani.
La situazione russa è speculare a quanto si sta verificando lungo tutte le vie del traffico internazionale, che dall’Afghanistan vanno verso Nord, attraverso l’Asia centrale, per approdare in Europa e Russia, o verso Ovest, attraverso Iran, Turchia e Europa, o verso Sud, attraverso Pakistan e India. Arrivano in Africa, negli Usa, in Cina, in Australia. L’Afghanistan per primo però paga il prezzo anche sociale, umano, dell’essere diventato un narcostato. Nonché, sempre seguendo le parole di Fedotov e del Report dell’Unodc, “uno dei Paesi con la più alta quota di consumatori di oppio nel mondo. Il Paese sta inoltre assistendo a un’epidemia di Hiv, concentrata fra gli assuntori di droga”. Nella produzione invece sarebbe coinvolto solo il 5 per cento della popolazione.
Nel 2010 la produzione di oppio aveva registrato una battuta d’arresto: non per l’azione di polizia o di organismi internazionali, ma per la perniciosa presenza di un parassita che danneggia le piante. Risolto il problema agricolo, la produttività delle coltivazioni ha ricominciato a crescere per tornare ai livelli degli anni passati. Da molti anni l’Afghanistan ha soppiantato nella produzione di oppio il cosiddetto Triangolo d’oro, Thailandia, Birmania e Laos, dove peraltro sta riprendendo quota, come sta accadendo anche in Messico.
In Afghanistan non si coltiva solamente: sulle vie del narcotraffico non viaggia solo l’oppio grezzo, ma l’eroina già raffinata, in laboratori dove lavorano i “chimici” migliori sulla piazza, turchi e iraniani. Che processano in loco la maggior parte dell’oppio qui prodotto. E’ anche così che il miliardo e mezzo di dollari che frutta la sola vendita delle piante (oggi il papavero essiccato frutta ai coltivatori 240 euro al chilo) si moltiplica in maniera esponenziale (l’eroina raffinata viaggia in Afghanistan sui 4 mila dollari al chilo), arrivando a comporre in realtà la metà del Pil nazionale. Il giro d’affari mondiale per i soli oppiacei è di quasi 70 miliardi di dollari, come quantificato nel World Drugs Report emesso sempre dall’Unodc. Sul fronte della guerra ai Talebani le notizie non sono buone, su quello della guerra alla droga sono anche peggiori.
Fonte: Il FQ
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Estero
