
“È follia pura che ci siano frammenti di Procura che da Palermo a Milano guardano ancora a fatti del ‘92, del ‘93, del ‘94. Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico fanno queste cose per congiurare contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese“. Di che parlava Silvio Berlusconi ieri
all’inaugurazione di Milano Unica, il Salone del Tessile? Il presidente del Consiglio ha parlato di tutto, durante il discorso: dall’economia alla politica interna fino ai recenti fatti di cronaca, eppure non è mai tanto entrato tanto nello specifico quanto nell’occasione in cui ha pronunciato questa frase. Una frase strana, involuta, specialmente per uno che ama essere diretto come lui. Quasi criptica, come un messaggio in codice. Con chi ce l’ha Silvio?
LA PROCURA, LA PROCURA – Naturalmente ce l’ha con Ilda Boccassini. E il motivo è raccontato in questo articolo uscito su Libero, a firma di Gianluigi Nuzzi, dal titolo inconfondibile: “Il solito pentito di mafia scagliato contro il Cavaliere“, in cui si narra di Gaspare Spatuzza, 11 anni di carcere duro dopo una carriera in Cosa Nostra agli ordini dei fratelli Graviano. Ma prima si racconta una storia. Quella di Ilda Boccassini che non si è mai arresa alla sentenza sulle stragi di Mafia del ‘92 che vedeva come unico responsabile Totò Riina. Ora, grazie alle parole del pentito, si pensa a un coinvolgimento negli attentatuni dei Graviano, i quali sono stati arrestati perché i carabinieri seguivano Giuseppe D’Agostino, padre del calciatore che si trovava a Milano perché sperava, per il figlio in un ingaggio da parte delle giovanili del Milan. Ma c’è dell’altro. Dell’altro che porta dalle parti del Cavaliere.
FININVEST=MAFIA? – Scrive Nuzzi: “Già nelle indagini di Caltanisetta sui famosi “Alfa” e “Omega” di fine anni ’90, ovvero Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, s’erano trovati labili interessenze tra gli interessi dei Graviano e gli affari di alcune delle 401 società che all’epoca formavano la costellazione Fininvest. Ora c’è da fare di più costituendo la cornice temporale al Grande Schiaffo che la magistratura sferrerà a chi all’epoca era al potere, ovvero alla dirigenza di Forza Italia. Insomma, a Silvio Berlusconi. E c’è già chi dice che gli inquirenti stanno indagando su favori ai Graviano incassati sugli appalti nella Lombardia di quegli anni, su canali finanziari blindati dove denari si mescolavano e pulivano. Ma è come un sussurro prematuro smorzato dai silenzi delle procure. È ancora presto“. Insomma, quello che sembra certo è che la Boccassini stia cercando – oppure abbia addirittura trovato per caso – connessioni tra gli uomini Fininvest e alcuni gentiluomini della Mafia che decisero di trasferirsi a Milano (perché? Per affari?) nel 1994, l’anno in cui Berlusconi vinse le elezioni politiche. Da qui a dire che quelli incontrati nel ‘94 – o prima, non è importante – sapessero di quello che stava per succedere a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ce ne corre. E tanto.
EPPURE… – Eppure sembra che non sia così. O meglio: mentre Salvatore Candura, pentito decisivo nei processi, ritratta un particolare decisivo del suo racconto (non fu lui, adesso dice, a rubare la 126 poi usata per la strage del 19 luglio, ma proprio Spatuzza, che si è autoaccusato di recente. A Palermo, dice ancora Nuzzi, per metà settembre comincia la requisitoria nell’appello contro Marcello Dell’Utri, e nell’occasione si dovrà decidere sull’ammissibilità di atti piovuti da Roma, ovvero “dal Pm Luca Tescaroli che gestisce il fascicolo sulla morte di Roberto Calvi. Il magistrato un tempo a Palermo ha sfilato dalla montagna di carte sul banchiere, un documento su interessi di una finanziaria riconducibile al gruppo di Segrate negli anni peggiori della banca milanese. Come per dire, gira e rigira e si finisce sempre sotto l’antenna di Canale 5. Non solo. Ha spedito anche deposizioni e documenti di Massimo Ciancimino, altra incognita per chi indaga sulle stragi e sulle trattative avviate in parallelo tra mafia e Stato“. Interessi della Fininvest nel Banco Ambrosiano? Anche qui, bisognerebbe capire meglio quale dovrebbe essere il reato. In più, c’è la deposizione del figlio dell’ex sindaco di Palermo.
IL TEOREMA… – Insomma, secondo l’articolista ancora si riesumerebbe l’incredibile teorema rimasto in sospeso: Cosa Nostra “avrebbe agito dopo la consultazione di soggetti in grado di garantire appoggio per scongiurare una reazione repressiva; soggetti che avrebbero richiesto, concordato, acconsentito e consentito i delitti per cui si procede”. E questi referenti sarebbero a Roma, come si sussura da un bel po’, e a Milano, come si sussurra da un po’ meno. Nomi è inutile farne, tanto si capiscono benissimo. Ma non si capisce come mai, allora, un boss del calibro di Totò Riina prima annuncia che è pronto a scrivere un memoriale su Capaci e via D’Amelio non appena comincia a sussurrare qualcosa lo stesso Ciancimino, un memoriale in cui, fa capire l’avvocato, ne ha da dire di belle su mafia e politica. Poi, però, una settimana dopo fa dire sempre al suo legale che si limiterà a contestare le accuse e chiedere la revisione del processo e l’attenuazione del carcere duro. Guardacaso. Non come uno che è stato indotto a tacitarsi, come penserebbe un complottista, ma alla stregua del primo cazzaro che la spara grossa e poi capisce che ha fatto una stupidaggine. Se questo è un capomafia.
IL SECONDO LIVELLO – Da qui si capisce l’attacco di Berlusconi, persino goffo nel suo buttarla sul “son cose vecchie ormai“, visto che parliamo dell’omicidio di Borsellino e Falcone: non esattamente briciole, quisquilie, pinzillacchere di cui ci si può facilmente dimenticare. Non che il processo Mills (e il relativo Lodo Alfano) lo sia, visto che l’accusa di aver corrotto un testimone è alquanto infamante. Ma qualcosa di molto peggio. Se si arrivasse anche solo a formulare delle accuse, ovviamente. Invece qui, da quello che si sa, fino ad ora non c’è ciccia: si tratta di congetture o ipotesi molto lontane dall’essere adeguatamente supportate per venire sostenute in un eventuale processo. E allora le ipotesi sono due: o quello di Berlusconi è un eccesso di zelo, sostenuto dall’eccessiva drammatizzazione di un articolo di un giornale, oppure c’è qualcos’altro sotto. La più probabile? La prima. Si sa, questi giornalisti sono portati a esagerare. Anche quando si tratta di Gianluigi Nuzzi, colui che firmò lo scoop di Fazio al telefono con Fiorani (”Ti darei un bacio in fronte, Tonino”) per il Giornale quando era guidato da Maurizio Belpietro, ha seguito il simpatico direttore a Panorama, e adesso è stato assunto a Libero, insieme allo stesso Belpietro. C’è gente che o vuole essere più realista del re, o certe cose se le lega al dito, Silvio. E no, non indossa necessariamente la toga.
Fonte: Giornalettismo
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