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Antonio di Pietro: La rai non esiste ora c'è la RAISET

La RAI cambi nome perché non è più una televisione di Stato ma una costola di Mediaset governata da portaborse alla corte dei partiti.
Dopo le nomine dei controllori della Commissione di Vigilanza, dopo la spartizione del CdA, dopo l’occupazione delle dirigenze, rinnovate a prescindere dalla meritocrazia e dell’operato degli uscenti, stiamo assistendo all’ultimo scandaloso show sul ritardo nelle nomine di Tg3 e Raitre

Il temporeggiamento è dovuto all’attesa del congresso del Pd perché, se vincesse uno piuttosto che l’altro, la scelta dei portaborse per ricoprire le due poltrone vacanti sarebbe differente. Il Pdl, che si indigna per questo contrattempo, ha piazzato già da tempo i propri chihuahua praticamente in tutte le altre posizioni!
Ma non è solo questa indecente occupazione della politica che ha trasformato la Rai da un servizio di pubblica utilità a cavia per privati interessi, quanto l’ingerenza Mediaset nella governance e negli economics delle televisioni di Stato.
In 19 giorni d’agosto sono stati criptati 168 eventi della tivù pubblica su Sky, il che ha determinato, come prevedibile, importanti crolli di audience e dunque di appetibilità in termini di pubblicità delle reti di Stato.
Il ruolo di una televisione di Stato è informare, educare e divertire i suoi cittadini e non scendere in guerra nel ruolo di kamikaze contro la concorrenza all’impero del Presidente del Consiglio.
Dopo aver dirottato la pubblicità di aziende statali o parastatali su Mediaset, il Presidente del Consiglio per mano di Mauro Masi, sta accingendosi a ridurre la Rai in pezzi facendogli perdere oltre a milioni di euro di Sky, ossigeno vitale per i conti economici dell’azienda, spettatori e pubblicità a fronte di cosa? Della bufala TivuSat, una scommessa alle spalle dei cittadini e dei dipendenti di Viale Mazzini persa in partenza dalla quale si avvantaggeranno solo le aziende di famiglia Berlusconi.

Italia dei Valori nel suo programma di governo prevede l’estromissione della politica dalle nomine pubbliche a tutti i livelli, anche quelle Rai, la revisione del prezzo delle concessioni delle frequenze radiotelevisive a Mediaset (ora ad uno scandaloso 1% del fatturato), ed una legge, mai voluta da destra e sinistra, sul conflitto di interessi che metta nell’impossibilità di vedere la figura di un ricco monopolista alla guida dell’Italia, così come accade nei Paesi sviluppati.

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